MAGIC IN THE MOONLIGHT

Regia: Woody Allen

Sceneggiatura: Woody Allen

Anno: 2014

Durata: 97’

Produzione: USA

Fotografia: Darius Khondji

Montaggio: Alisa Lepselter

Scenografia: Anne Seibel

Costumi: Sonia Grande

Interpreti: Colin Forth, Emma Stone, Marcia Gay Harden, Antonia Clarke, Erica Leerhsen

TRAMA

Anni Venti. Le convinzioni razionali di un mago del palcoscenico sono messe alla prova da un’affascinante ragazza che afferma di essere una medium.

RECENSIONE

Wei Ling Soo è un illusionista di fama internazionale che ammalia le platee di tutto il mondo con trucchi strabilianti. Fuori dal palco però non è altro che Stanley Crawford, un inglese profondamente cinico, materialista e scettico, convinto che la vita sia solo un’effimera illusione volta a svanire con l’arrivo della morte. Per lui non esiste un aldilà, non esiste un Dio e soprattutto non esiste la magia. Un giorno, dopo uno spettacolo, gli fa visita il vecchio amico d’infanzia Howard, che lo convince a passare del tempo in Costa Azzurra per smascherare Sophie, una giovane medium che sembra voglia ingannare con i suoi presunti poteri la ricca famiglia dei Catledge, che nel frattempo la sta ospitando nella loro villa. Per Stanley, esperto illusionista, uomo intelligente e soprattutto razionale qual è, scoprire la truffa appare un gioco da ragazzi. Arrivato in Costa Azzurra, il protagonista inizia però a confrontarsi con le doti della bella Sophie, la quale dimostra di avere qualità soprannaturali – come comunicare con i defunti – che lo porteranno inevitabilmente a mettere in discussione tutte le sue convinzioni.

Magic in the Moonlight‏‏  1

Ancora una volta Woody Allen propone al pubblico alcuni dei quesiti che hanno spesso animato la sua produzione cinematografica, ovvero l’eterno contrasto tra fede e ragione, la speranza che esista un disegno divino, che l’esistenza umana non sia una condizione fine a se stessa e che solo l’amore sia l’autentica magia della vita, l’unica cosa realmente irrazionale e senza risposte alla quale non possiamo far altro che abbandonarci.

Magic in the Moonlight‏‏ 2

Magic in the Moonlight è un film fresco, raffinato, che unisce il rosa della romantic comedy con una sfumatura di giallo del mistery movie. Il risultato tutto sommato è gradevole. Come un vero gioco di prestigio, in cui la verità, non percepita, sta davanti agli occhi, la narrazione riesce a creare una piacevole confusione nello spettatore che il regista americano dimostra di saper gestire e ordinare diligentemente, orchestrando oltretutto un buon finale. La sceneggiatura è meno scoppiettante rispetto allo standard cui Woody Allen ci ha abituati, alternando dialoghi insipidi a battute brillanti – talvolta abbellite da citazioni nietzschiane – che però non riescono mai a essere pienamente coinvolgenti e incisive. Dopo un inizio ben amalgamato, anche la chimica tra i due protagonisti va piano piano a scemare – soprattutto nelle scene conclusive – nonostante Colin Firth riesca bene a calarsi nella parte del cinico Stanley ed Emma Stone risulti deliziosa nel ruolo della medium. La fotografia di Darius Khondji merita invece una menzione speciale risultando un vero e proprio toccasana per gli occhi degli spettatori: bellissimi i colori e le luci, spesso utilizzate al naturale, nel fasto cromatico dei panorami della Costa Azzurra.

Magic in the Moonlight‏‏ 3

Se prendiamo Magic in the Moonlight come una semplice commedia romantica la sua valutazione non può che essere pienamente positiva, ma se consideriamo che è un film di Woody Allen allora la storia cambia: lo spettatore e soprattutto i suoi fan si aspettano qualcosa di più di una pellicola leggera e spensierata ambientata negli anni ’20 del secolo scorso. Se dobbiamo poi confrontare il risultato alle opere più importanti del regista newyorkese e alla sua monumentale filmografia, ci si accorge che Magic in the Moonlight ha una buona probabilità di essere catalogato tra i film di Woody Allen che meno verranno citati in futuro.

 Voto: 6,5

Carlo Tambellini

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LA PRINCIPESSA DELLE OSTRICHE

Titolo originale: Die Austernprinzessin

Regia: Ernst Lubitsch

Sceneggiatura: Ernst Lubitsch, Hanns Kraly

Anno: 1919

Durata: 47’

Produzione: Germania

Fotografia: Theodor Sparkuhl

Scenografia: Rochus Gliese, Kurt Richter

Interpreti: Victor Janson, Ossi Oswalda, Harry Liedtke, Julius Falkenstein, Max Kronert, Kurt Bois

TRAMA

Ossi Quaker, figlia del sovrano americano delle ostriche, esprime lo sconfinato desiderio di prendere per marito un principe a causa dell’invidia sorta nel leggere pompose pubblicazioni di nozze che vedono protagoniste altolocate conoscenti. Mr Quaker non sarà in grado di opporsi al capriccio della sua unica pupilla ed acconsentirà alla realizzazione del matrimonio usando opportunamente i mezzi dell’alta società. ‘Ti compro un principe’.

RECENSIONE

All’interno di una maestosa e ricca villa si svolge quello che viene sarcasticamente rappresentato come un ilare dramma familiare. Lubitsch non perde occasione di narrare, in chiave prettamente ironica, il suo personale disappunto nei confronti della ricca borghesia americana in contrasto assoluto con l’aristocrazia europea, ormai impoverita, di cui però il regista esprime evidente nostalgia attraverso le figure che richiamano la cultura e gli ambienti tedeschi di quel tempo.
Lo sfarzo, il lusso, l’eccessività, la smodatezza sono il punto centrale, e al tempo stesso di completamento, del ridente racconto.  Per realizzare al meglio l’idea dell’incontenibile smania di essere sulla punta dell’iceberg, tipica dei magnate made in USA, la pellicola è ricolma di personaggi secondari che si affaccendano, compaiono, scompaiono e riappaiono in questo immenso teatro che gira attorno ai singolari protagonisti, caratteristici della prolifica produzione cinematografica di Lubitsch tra il ’19 e il ‘22.

La principessa delle ostriche 1

La figlia impertinente e viziata dell’uomo d’affari non vede l’ora di convolare a nozze con un uomo qualunque senza esprimere particolari desideri sulle qualità fisiche o caratteriali del pretendente, totalmente irrilevanti messi a confronto con la foga disperata che la vede concentrata nella realizzazione del capriccio. Una condizione non verrà mai persa di vista dalla bimba cresciuta, solo anagraficamente, ossia che il futuro sposo sia quantomeno titolato per divenire futuro motivo di vanto per lei. Mr Quaker si rivolge a quella che oggi chiameremmo un’agenzia matrimoniale pur di rendere felice l’impaziente figlioletta che, nel frattempo, fa il diavolo a quattro tra le mura di casa distruggendo ciò che le capita tra le mani e indispettendo il padre, la cui pazienza volge molto velocemente al termine. Fra i vari gagliardi ometti in lizza, i cui camei tappezzano per intero le pareti dell’ufficio addetto alla singolare selezione umana, viene scelto il principe Nucki: affascinante ed affabile uomo tanto titolato quanto squattrinato. L’elegante messere lungi dall’unirsi per sempre ad un’altra metà che non sia se stesso, in preda ancora alle goliardie giovanili, spedisce per suo conto Josef dalla smaniosa donna, unico servitore ed amico rimasto alle sue dipendenze vestito di tutto punto con gli abiti appartenuti al nobile ridotto in miseria. Il buffo messaggero si ritrova all’interno della magnifica dimora attorniato dalla sterminata servitù di palazzo che lo fa accomodare su un minuscolo e barocco divanetto perduto nello smodato salotto per un interminabile lasso di tempo. Mr Quaker, nel frattempo, preferisce dedicarsi ad un sonnellino piuttosto che incontrare il futuro sposo mentre la signorina Quaker rivolge tutte le sue attenzioni alla personale cura estetica finalizzata all’imminente presentazione, svalutando in questo modo la naturale importanza che avrebbe un evento simile per una vita semplice e comune. I giovani finalmente si incontrano e la frizzantina Ossi non ci pensa due volte a congiungersi in eterno a chi le sta di fronte, del tutto incurante dell’identità del giovanotto. Il matrimonio è solo una prassi, un mezzo e niente di più.

La principessa delle ostriche 2

A palazzo si darà festa grande per accogliere la neocoppia. La servitù, come una coreografica fanteria, marcerà per rendere il tutto ostentatamente ed eccessivamente lussuoso accompagnata da ricche portate, pregiate stoviglie e sontuosità di ogni genere. La danza delle iperboli viene portata all’apice del caos con un esilarante febbre del fox-trot durante la quale gli improvvisati ballerini saltellano ripetutamente, come è doveroso che sia, ma attraverso questo particolare e convulso moto Lubitsch riesce a comunicare allo spettatore un senso di confuso movimento corale. Ossi scoprirà chi è il vero principe Nucki per caso quando quest’ultimo verrà prima scambiato per un alcolista dopo una sbronza con gli amici e poi condotto al circolo di recupero diretto dalla principessa delle ostriche. Per Ossi varrà sempre la regola secondo cui ogni desiderio è un ordine, anche se il destino apparentemente sembrerà remarle contro.

Voto: 8

Jessica Egitto

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Regia: PierFrancesco Diliberto

Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani

Anno: 2013

Durata: 90’

Produzione: Italia

Fotografia: Roberto Forza

Montaggio: Cristiano Travaglioli

Scenografia: Marcello Di Carlo

Costumi: Cristiana Ricceri

Colonna sonora: Santi Pulvirenti

Interpreti: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè

TRAMA

La storia accompagna il protagonista Arturo nella sua giovinezza fino alla prima età adulta, raccontando il suo punto di vista sui fatti accaduti a Palermo tra gli anni 80 e i primi anni 90.

 RECENSIONE

Chi ha seguito i lavori di Pierfrancesco Diliberto – in arte “Pif” – ritroverà in questa sua prima opera da regista la stessa concretezza delle puntate de “Il testimone”, con le sue inchieste divertenti, leggere ma con un punto di vista sempre mirato a restituire un’immagine concreta della persona che intervistava.

In “La mafia uccide solo d’estate” il regista è stato in grado, con inaspettata semplicità, di far vivere una situazione per lui importante e drammatica, in una modalità quasi priva di giudizio nei confronti degli avvenimenti, ma descrivendoli con gli occhi di un bambino e poi di un adolescente e poi di un adulto disinteressato alla situazione in sé.

È proprio questa acriticità che permette allo spettatore di mettersi nei panni dell’altro e riconoscere l’importanza di conoscere questa storia, che è la nostra storia, così vicina nel tempo ma così lontana nella memoria di chi come me è nato nei primi anni 80.

Il paragone con “La vita è bella” di Benigni alla fine della visione è stato praticamente automatico, perché Pif parla di relazione, vissuti, lavoro, amore, famiglia con una grande spensieratezza falciata in alcuni tratti da quello che poi succede in strada durante il film. Significativa anche la sequenza finale – che naturalmente non sveliamo – che passa in maniera molto diretta un messaggio semplice ed esplicito: “Non dimenticare il passato. Anzi! E’ importante conoscerlo e viverlo per costruire un futuro migliore”.

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

TORNERANNO I PRATI

Regia: Ermanno Olmi

Sceneggiatura: Ermanno Olmi

Anno: 2014

Durata: 80’

Produzione: Italia

Fotografia: Fabio Olmi

Montaggio: Paolo Cottignola

Interpreti: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria

TRAMA

1917: è notte e alcuni soldati italiani combattono a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca.

RECENSIONE

Un film profondamente cristiano che col cristianesimo condivide l’amore verso gli ultimi. Forse il suo difetto maggiore sta proprio nell’idealizzazione dell’umile. Seppur risulti verosimile che in una situazione estrema i soldati siano ricchi di dignità, non è verosimile che mai emerga la bassezza, l’egoismo e la brutalità. Ma è un difetto che si perdona facilmente, perché ci piace pensare che, di fronte al vivere la morte, ciascuno di noi potrebbe acquisire la stessa dignità dei soldati. Non la dignità plebea, quella che mette il cappello anche quando si vive nella merda; una dignità che l’autore chiamerebbe umana, ma è animale. La dignità della carne morente della scimmia senziente che sa che vive una vita in cui l’unica attività intellettuale oltre ai bisogni biologici è il presagire la morte, che muore senza fiatare, lasciando il futuro per il nulla eterno del nulla. Un soldato prima di suicidarsi piscia, come cagano le vacche al macello. Ma l’uomo è anche la bestia che canta, che sogna, che abita il mondo poeticamente. Il soldato napoletano canta il desiderio bucolico d’armonia fra la natura e i propri fratelli. Un montanaro veneto verseggia con la materia della sua memoria, l’unica vera patria: i larici spogli e tristi di un inverno di morte diventano d’oro al ricordo dei colori d’autunno. Ma la guerra distrugge l’albero così come distrugge le vite e smorza il canto.

Non ci sono grida di dolore nel film di Olmi, i morti muoiono quasi d’incanto, i feriti restano composti. Olmi ama l’uomo, dunque non gira un’opera realista, ma una lirica animata da poetica verista. Un film politico perché evangelico: le guerre si fanno, le nazioni si esaltano, gli ordini si impartiscono e si devono ubbidire, Cristo e i poveri cristi vivono come topi e crepano. Un lavoro su commissione: se nel 2014 lo Stato italiano finanzia un film che denuncia l’assurdità della carneficina patriottica, vuol dire che la civiltà ha fatto passi avanti.

Voto: 8,5

Lorenzo Comensoli Antonini

71ª FESTIVAL DI VENEZIA – PARTE 3

ORIZZONTI

Goodnight Mommy (Ich seh/Ich seh) di Veronika Frank e Severin Fiala (Austria). Voto: 8½

La moglie di Ulrich Seidl, dirige a quattro mani con Severin Fiala questo horror dalla confezione incantevole. Una madre torna a casa dai figli gemelli, di dieci anni, con il volto ricoperto di bende. Pare irriconoscibile nel suo carattere che ora appare dispotico, e non è chiaro se sia davvero lei. I misteri che si affollano accanto questo ritorno sono tanti, e il tutto sfocerà in un sadico film di tortura, ai confini della sopportabilità. Il finale a sorpresa riduce il film ad essere un one-shot movie, stile “Il sesto senso”, e questo è probabilmente l’unico limite di un film di ipnotica bellezza che mantiene per tutta la sua durata una tensione palpitante, attraversato da un sottile sadismo che lo avvicina molto al cinema del connazionale Haneke. A livello tematico andrebbe confrontato con “Il Ritorno”, sottovalutato capolavoro di Andrej Zvyagintsev, che vinse il Leone d’oro nel 2003. Uno dei migliori film visti a Orizzonti.


Hill of Freedom (Jayueui onduk) di Sangsoo Hong (Corea del Sud). Voto: 7½


Jackie & Ryan di Ami Canaan Mann (USA). Voto: 6½


Réalité di Quentin Dupieux (Francia/Belgio). Voto: 6

Film genialoide e delirante sui confini tra realtà e finzione, pieno di arditi giochi intellettualistici e di giochi di scatole cinesi, con un occhio all’ ultimo Lynch. Non riesce ad andare oltre una brillantezza fine a se stessa, tutto sommato fredda e sterile.


Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco (Italia). Voto: 8

Magnifico e importante film su un film che non si è fatto, che descrive magistralmente uno spaccato inquietante dei rapporti tra mafia e berlusconismo, non solo ai piani alti ma anche a livello popolare.


Court di Chaitanya Tamhane (India). Voto: 7

Insolito film giudiziario in cui, più che all’esito del processo, l’esordiente regista (classe 1987), sembra interessarsi alle vite private dei personaggi, ai tempi morti che le caratterizzano, scavando su alcune contraddizioni dell’ India contemporanea. Un esordio apprezzabile, ma non folgorante: c’è troppo distacco rispetto ai personaggi. Vincitore del primo premio del concorso Orizzonti, nonché del premio opera prima Luigi de Laurentiis. Troppa grazia.


SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

Figlio di nessuno (Ničije dete) di Vuk Ršumović (Serbia). Voto: 10

Il trentanovenne regista esordiente riesce a costruire una sorprendente parabola sulla condizione umana, attraverso la vicenda del percorso di civilizzazione all’interno di un orfanotrofio di un ragazzo selvaggio, ritrovato nei boschi della Bosnia. Il tutto calato nel periodo storico dello sfaldamento della Jugoslavia, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Film circolare, apparentemente classico, in realtà di una complessità e compiutezza stupefacenti. Il vero capolavoro dell’intero Festival. Avrebbe meritato di essere in concorso. E di vincere il Leone d’oro.


Una bara da seppellire (Binguan) di Xin Yukun (Cina). Voto: 7

Un film che utilizza curiosamente lo stesso meccanismo narrativo visto quest’anno ne “Il capitale umano”, quello non nuovissimo della narrazione dello stesso evento da più punti di vista (ricordate Rashomon?). In questo caso al centro della vicenda c’è un omicidio. Il film è più che discreto, con un buon ritmo. Tuttavia contiene un mistero insolvibile: per non si capisce quale motivo, in contesti e momenti diversi, ogni volta che viene inquadrata una televisione, questa trasmette sempre lo stesso documentario sugli oranghi!


The Smell of Us di Larry Clark (Francia). Voto: 5

Larry Clark si trasferisce in Francia, ma gira sempre lo stesso film sugli adolescenti sbandati, sempre diviso ipocritamente tra le lacrime di coccodrillo e la celebrazione dell’età inquieta, per cui il regista sembra avere un ossessione che sconfina nel feticismo più spinto. Clark manca di vero amore per i personaggi, che inquadra con uno sguardo a metà tra l’avidità di un voyeur e la freddezza di un documentario di Super Quark.


Messi di Álex de la Iglesia (Spagna). Voto: 3

A cosa serviva la firma di de la Iglesia (mai così anonimo) per costruire quella che è a tutti gli effetti una semplicissima puntata di “Sfide”?


I nostri ragazzi di Ivano De Matteo (Italia). Voto: 5

Film diretto, interpretato e scritto con gli stilemi di una fiction televisiva di raiuno, con Lo Cascio mai così annoiato nell’interpretare il solito ruolo di buon borghese apparentemente (in questo caso) illuminato (ancora? ma quanti anni sono passati dalla Meglio Gioventù?). Il finale è decoroso e aggiunge un briciolo di spessore all’operazione, che però non riesce a salvarsi in toto.


The Farewell Party (Mita Tova) di Sharon Maymon, Tal Granit (Israele). Voto: 4

La colpa peggiore di questo film sull’ eutanasia è la pressoché totale mancanza di problematizzazione rispetto a un tema così complesso e delicato. Il film prende una netta posizione, e fin qui niente di male, ma lo fa con l’unilateralità di uno spot televisivo, e con estrema superficialità. Un po’ di polifonia non avrebbe guastato.


Angelo Grossi

TYNDALL

Regia: Fatima Bianchi

Sceneggiatura: Fatima Bianchi

Anno: 2014

Fotografia: Fatima Bianchi

Colonna sonora: Attila Faravelli, Enrico Malatesta, Nicola Ratti

TRAMA

Un faro sulle montagne sopra Brunate: un fascio di luce ruota incessantemente nel buio, illuminando qualcosa rimasto nell’ombra. È una casa dove i membri di una famiglia sono ritratti nella loro vita quotidiana, scambiando lettere con il figlio maggiore, Francesco, che sta trascorrendo un anno di carcere.

RECENSIONE

Vincitore della sezione Prospettive al Milano Filmmaker Festival “per la capacità di scandagliare una dimensione intima e universale rimanendo in bilico tra registri differenti”, Tyndall è un racconto familiare a metà tra video arte e documentario biografico. Un kammerspiel contemporaneo che si giostra tra un racconto epistolare a più voci  e tableaux vivants sospesi nel tempo.

“Credo che l’arte migliore provenga dallo sviluppo naturale dei fatti della vita, con questi intenti ho fatto un film: Tyndall. Un ritratto della mia famiglia in un momento critico, quando mio fratello era in carcere. Il film mette in relazione i personaggi in dialogo con se stessi, la loro vita privata e Francesco dalla cella del carcere”, così ha affermato la giovane regista Fatima Bianchi.

È mattina in casa Bianchi. C’è chi fa colazione, chi pratica yoga, chi si esercita con il violino, chi si rasa i capelli. Tutti occupati nelle loro faccende quotidiane, ma con un unico pensiero comune: Francesco, il primogenito costretto a un anno di galera. Fatima Bianchi ha svolto le riprese nella casa dove è cresciuta – a Brunate, “il Balcone sulle Alpi”, vicino al lago di Como – con un cast d’eccezione, la sua famiglia. Ogni membro viene ritratto attraverso lettere inviate al ragazzo incarcerato. Le loro sensazioni si fanno protagoniste di questa perdita temporanea, creando un malinconico racconto epistolare. Mamma Emma raccomanda al figlio di bere camomilla ogni sera prima di coricarsi, i fratelli Benedetto e Maddalena sottolineano quanto l’assenza forzata di Francesco sia motivo di enorme vuoto, babbo Ermenegildo cerca un confronto sincero col ragazzo per non essere poi rimproverato di omertà in futuro.

Una luce particolare diventa leitmotiv del quadro familiare. È l’effetto Tyndall, da cui la regista ha preso il titolo del corto: “un fenomeno di diffusione della luce dovuta alla presenza di alcune particelle nell’aria. Esso si manifesta, ad esempio, quando i fanali di un’auto sono accesi in un giornata di nebbia. Lo stesso effetto è visibile dal faro sui monti di Brunate, guardando verso la casa della mia famiglia”. Attraverso questo tipo di luce, la vita in casa sembra immobile, lasciando sospese in chi guarda le immagini proiettate. Un mondo parallelo situato nel comasco, avvolto da una foschia onirica che trapassa i vetri liberty del salotto vuoto di casa Bianchi.

La giornata sta volgendo al termine, il sole tramonta dolcemente sulle rive del lago, attorniato dalle montagne. Francesco risponde alla famiglia, sta bene e si sta abituando a quella condizione di vita obbligata: “sto cercando un equilibrio. Ora ho un sacco di tempo che prima non avevo. Grazie per I vagabondi del dharma, Bebe [il fratello Benedetto], mi mancano le ultime cinquanta pagine. È bello, anche se al momento gli unici viaggi concessi sono quelli con la mente. E oggi che è domenica vi immagino tutti a casa e vi sono vicino”.

Voto: 8,5 

Francesco Foschini

71ª FESTIVAL DI VENEZIA – PARTE 2

IN CONCORSO – PARTE 2

Manglehorn di David Gordon Green (USA). Voto: 6½

David Gordon Green sembra essere sempre di più una mancata promessa del cinema americano, e sempre più lontani appaiono i tempi del suo fulminante esordio, lo splendido “George Washington”, che fece gridare alla nascita di un Malick in erba. Qui, come nel precedente “Joe”, troviamo Al Pacino nel ruolo di un ex-carcerato depresso che, intrappolato nei rimpianti di un amore idealizzato del passato, non riesce a vivere il presente. Il risultato non è dei peggiori: tratta il tema della depressione in modo anche delicato, con l’uso ricorrente di metafore di facilissima interpretazione (si veda il finale). Un buon prodotto medio, un compitino fatto bene.


The Postman’s White Nights (Belye nochi pochtalona alekseya trayapitsyna) di Andrej Končalovskij (Russia). Voto: 6


Il giovane favoloso di Mario Martone (Italia). Voto: 8½


Sivas di Kaan Müjdeci (Turchia). Voto: 7

Vincitore del premio della giuria, questa opera prima ha rappresentato paradossalmente l’unico vero scandalo del festival, balzando al centro di pretestuose polemiche riguardanti le cruente lotte tra cani che mostra. Inoltre è stata stroncata dai critici, che non sono riusciti a spiegarsi la presenza in concorso di un film tanto sgraziato. E’ vero che al festival erano presenti opere prime molto più convincenti (e addirittura una per cui spenderei la parola ‘capolavoro’, il serbo “Figlio di nessuno”, visto nella Settimana della Critica”). E’ anche vero che il film trae forza proprio dalla sua sgraziatezza: girato con una telecamera mobilissima, ha al centro un bambino, Aslan (bravissimo l’interprete), tutt’altro che carino e simpatico, che sfoggia un turpiloquio degno di uno scaricatore di porto d’altri tempi, mostrando un mondo, quello dell’ Anatolia contadina, all’insegna della lotta e della sopraffazione, in cui i sogni non esistono e dove ognuno deve accettare il suo ruolo di dominatore o dominato. Il risultato è un “Belle e Sebastien” brutto, sporco e cattivo, non privo di interesse, ma lontano dall’essere un esordio indimenticabile.


Anime nere di Francesco Munzi (Italia / Francia). Voto: 5

Un modesto romanzo criminale ambientato in una Calabria sospesa tra una tribalità atavica e l’affacciarsi timido e soffocato della modernità. Purtroppo le evoluzioni dei personaggi sembrano emergere dal nulla, perché non sorrette da una sceneggiatura che ne sappia illuminare i percorsi interiori.


The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (Danimarca / Finlandia / Norvegia / Indonesia / Gran Bretagna). Voto: 8


Fires on the Plain (Nobi) di Shinya Tsukamoto (Giappone). Voto: 5

Tsukamoto questa volta usa lo stile parossistico e allucinato a cui ci ha abituati per inquadrare la guerra. Purtroppo si limita a colpire allo stomaco e scioccare, soffocando qualsiasi tentativo di costruire una riflessione che abbia un minimo di spessore.


Red Amnesia (Chuangru zhe) di Wang Xiaoshuai (Cina). Voto: 9

A parere di chi scrive, il film migliore del concorso. Storia di fantasmi del passato e di riscatti impossibili, il film gode di un equilibrio riuscitissimo tra una regia, una sceneggiatura e una recitazione degli attori di stupefacente solidità. Riesce a tenere sempre alta la tensione, ma anche a creare uno spaccato a tutto tondo di un Paese e di una condizione esistenziale, con un finale struggente che non si dimentica.

Angelo Grossi

LA MADRE

Titolo originale: Mama

Regia: Andreas Muschietti

Sceneggiatura: Andreas Muschietti, Barbara Muschietti, Neil Cross

Anno: 2013

Durata: 100’

Produzione: Canada, Spagna

Fotografia: Antonio Riestra

Montaggio: Michele Conroy

Scenografia: Anastasia Masaro

Costumi: Luis Sequeira

Colonna sonora: Fernando Velàzquez

Interpreti: Jessica Chastain, Nikolak Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash

TRAMA

Victoria e Lilly sono due sorelle miracolosamente ritrovate vive nella foresta cinque anni dopo il giorno della loro scomparsa e dell’assassinio della madre. Le bambine sembrano però portare con sé qualcosa di spettrale.

RECENSIONE

“Una personalità lasciata ad essiccare, ciò che ne rimane é il cadavere di un’emozione. Il cadavere di Madre é un amore materno possessivo. “Mama” non é la storia di un mostro ma la storia di un’emozione molto umana che ha assunto proporzioni mostruose”. Con tali parole il produttore Guillermo Del Toro descrive un film strettamente collegato alle innate emozioni provate da una madre nei riguardi del proprio figlio. Questo delicato rapporto può diventare, a tratti, patologicamente simbiotico rilegando il figlio nella dimensione infantile per più del tempo necessario, dove non gli sarà possibile sviluppare al meglio le sue capacità materiali ed intellettive. Il rapporto materno si trasforma così da stimolante e protettivo in claustrofobico, deleterio, velenoso e addirittura mortale.

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Madre attua vere e proprie aggressioni contro Luke ed Annabel, tutte nel tentativo di preservare il suo rapporto esclusivo con Lily e Victoria, le sue uniche bambine. Il loro pianto, proprio come una vera madre farebbe, viene riconosciuto in qualunque circostanza scatenando la furia più implacabile di Madre, pronta a correre immediatamente in soccorso delle due sorelline che lo zio Luke ed Annabel minacciano di far crescere. Le due sorelle, parti “indivisibili” di uno stesso essere, vivono però in condizioni diverse. Per Lily la conoscenza del mondo esterno si riduce a quello con cui, attraverso Madre, ha potuto interfacciarsi fin da molto piccola. Nel caso di Lily, non sono di fatto riscontrabili legami precedenti. Victoria, invece, ha una maggiore conoscenza del mondo esterno/terreno, al di fuori di quello che Madre é stata in grado di darle. Victoria ha ancora il ricordo di suo padre del quale, per quanto spietato e pericoloso, non ha mai di fatto abbandonato la speranza di poterlo riabbracciare. Siamo in questo caso di fronte ad un legame precedente molto forte, che è rimasto semplicemente assopito durante tutti i 5 anni di scomparsa.

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“La Madre” fa riflettere sul concetto di famiglia, la quale non é necessariamente sangue del nostro sangue. Non ha importanza il sesso, il ceto sociale, l’aspetto di chi ci cresce, quanto se é quella persona a darci il sostentamento fisico ed emotivo necessario per farci crescere. D’altro canto la famiglia non sempre fa il bene; Lily muore per stare con Madre. Victoria ha un futuro, diventerà grande, crescerà, si evolverà, cambierà perché più grande fisicamente e più consapevole emotivamente della sua natura, inconciliabile con quella di Madre dalla quale è capace di separarsi con deciso distacco. Lily, invece, vivrà per sempre la sua dimensione infantile in braccio a Madre, nell’eterno momento della mortale caduta che priva la bambina della sua umanità. Lily rinuncia “volontariamente” a crescere, a cambiare, ad evolversi al fine di “vivere” per sempre con Madre.

Voto: 8

Cristina Malpasso

71ª FESTIVAL DI VENEZIA – PARTE 1

IN CONCORSO

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (En duva satt på en gren och funderade på tillvaron) di Roy Andersson (Svezia / Germania / Norvegia / Francia). Voto: 8

Chiusura della trilogia dedicata da Andersson al cosa significa “essere un essere umano” (come dichiarato nei titoli di testa), questo singolare insieme di tableaux vivants che spesso indugia nella metanarrazione si aggiudica un Leone d’Oro coraggioso nel privilegiare un cinema non di narrazione. E’ un film pieno di invenzioni mirabolanti che ritraggono una serie di personaggi mortiferi e catatonici condannati alla reiterazione infinita di azioni assurde e irresistibilmente comiche tra le quali si sbriciola ogni possibile senso dell’esistenza.


The Cut di Fatih Akın (Germania / Francia / Italia / Russia / Canada / Polonia / Turchia). Voto: 3

Terzo capitolo di una trilogia chiamata “L’amore, la morte e il diavolo”, che segue a “La sposa turca” (che dovrebbe trattare l’amore) e a “Ai confini del paradiso” (la morte). Questa volta tocca al diavolo, cioè al male all’interno della Storia, con un’epopea riguardante il sinistro capitolo storico del genocidio degli armeni. Peccato che il risultato sia questo  esangue polpettone scontato quanto una fiction televisiva, in cui diventa praticamente impossibile interessarsi al destino di un padre alla ricerca delle figlie in capo al mondo, manco fosse una vicenda difficile da rendere interessante.


Tales (Ghesse-ha) di Rakhshan Bani-Etemad (Iran). Voto: 6

L’intento della regista iraniana è quello di raccontare le contraddizioni del proprio paese attraverso una serie di episodi in cui la narrazione è trascinata dai racconti orali dei personaggi, le cui storie, rimangono fuori campo, attraverso le diverse reazioni di chi ascolta. L’unico episodio che però riesce ad andare veramente a segno è l’ultimo, ambientato in un taxi, e consistente in un delicato dialogo tra il giovane tassista che ha abbandonato l’università e una ragazza sieropositiva, in cui il non detto e i sentimenti trattenuti muovono magistralmente i fili della narrazione. Purtroppo tutto il resto del film è all’insegna del già visto e si lascia facilmente dimenticare. Fosse stato solo un cortometraggio consistente nell’ ultimo episodio, avrebbe pienamente giustificato il premio per la miglior sceneggiatura che il film ha ricevuto.


Le rançon de la glorie di Xavier Beauvois (Francia/Belgio/Svizzera). Voto: 5½

Un intento anche troppo ambizioso quello del regista di “Uomini di Dio”: quello di raccontare la storia del rapimento del cadavere di Chaplin con i toni dei suoi film, sottolineati anche dalla splendida colonna sonora (sprecata) di Michel Legrand, che come nei film di Charlot avrebbe il ruolo di sostituire le parole nel manifestare i sentimenti dei personaggi. Questo confronto volutamente ricercato, però, finisce per sottolineare la fiacchezza del film, che non riesce nell’ imitazione troppo ambiziosa che si impone. La sottolineatura di come i due protagonisti siano più vicini allo spirito del Vagabondo rispetto al mondo che lo circondava nella vita reale, non è priva di interesse, ma troppo fragile per reggere un intero film.


Le dernier coup de marteau di Alix Delaporte (Francia). Voto: 6

Un romanzo di formazione melodrammatico all’insegna del già visto e del già sentito.


Pasolini di Abel Ferrara (Francia / Belgio / Italia). Voto: 4

Nel voler ricostruire gli ultimi giorni di Pasolini, Ferrara non è interessato né a comprendere in profondità quegli anni, né a delineare la complessità del personaggio. Il tutto si limita dunque a un elenco di aneddoti  che un giro su wikipedia o su youtube basterebbe a rendere del tutto superfluo.


Tre cuori (3 coeurs) di Benoît Jacquot (Francia). Voto: 4

Cinema tedioso, esangue, privo di vita. Colpo di sonno assicurato.

Angelo Grossi

PRIMO INTERVALLO

20.000 DAYS ON EARTH

Regia: Iain Forsyth, Jane Pollard

Sceneggiatura: Iain Forsyth, Jane Pollard, Nick Cave

Anno: 2014

Durata: 97’

Produzione: Gran Bretagna

Fotografia: Erik Wilson

Montaggio: Jonathan Amos

Scenografia: Simon Rogers

Colonna sonora: Nick Cave, Warren Ellis

Interpreti: Nick Cave, Warren Ellis, Kylie Minogue, Blixa Bargeld, Ray Winstone

TRAMA

Nick Cave racconta il ventimillesimo giorno della sua vita, combinando realtà e finzione.

RECENSIONI

Nel 20.000 giorno della sua esistenza Nick Re Inchiostro Cave ci racconta e si racconta, a tratti come sul lettino dello psicanalista, aprendo le porte del suo rifugio familiare very british a Brighton. Scordatevi il nero traghettatore degli inferi: Cave, superati gli estremi anni ottanta e le inquietudini lisergiche dei primi novanta, si presenta come un signore di indubbia eleganza e annessa riflessività, che sembra essersi lasciato alle spalle i demoni del passato. Una moglie amorevole, due figli (con i quali guarda la tv gustandosi una pizza), un metodo di lavoro ferreo e ordinato; la scapigliatura maudit degli esordi post-punk hanno così lasciato spazio ad un songwriting raffinato e posato, come confermano le immagini in studio durante le incisioni dell’ultimo delicatissimo Push the sky away. Psicanalisti/fantasmi che interrogano Cave sulla sua vita sono alcuni amici, soprattutto provenienti dal passato: le apparizioni, e sparizioni, di Kylie Minogue e Blixa Bargeld sull’auto guidata da Cave appaiono così come voci parlanti interne, sovrapponendo alla struttura del documentario numerosi inserti di pura fiction; la regia di Iain Forsyth e Jane Pollard lavora dunque a tutti gli effetti sul piano della docufiction, azzerando il confine fra realtà e finzione e utilizzando, come vedremo con non poco stupore nei titoli finali, persino parti scritte dallo stesso Cave. E l’impronta in fase di scrittura della rockstar australiana si sente, eccome: i siparietti comici col fedele compagno artistico Warren Ellis, la quasi totale mancanza di materiali storici che rischierebbero di provocare un inutile effetto nostalgia e alcuni lampi di poesia notturna e purissima sono chiaramente impronte dello stesso Cave. I paesaggi, tutti girati fra Brighton e la Francia, sono certamente deliziosi, così come la scandagliatura quasi analitica del processo di scrittura e di registrazione dei brani fino all’esibizione live; la regia e il montaggio sono di pregevole qualità, la colonna sonora ça va sans dire. Certo, molto è stato omesso: stupisce non sentir parlare degli incontri artistici e sentimentali con PJ Harvey e Lydia Lunch, vedere i Bad Seeds ridotti a qualcosa di microscopico, non sentire pressoché nulla della scena musicale nella quale i Birthday Party hanno mosso i primi passi, sapere troppo poco delle ossessioni di Cave, dalla droga alla Bibbia. Quando si cita un pezzo storico come Deanna non ci si può trattenere dal provare un bisogno quasi fisico di ascoltarne almeno due note, ma niente, bisogna subirsi il vicino di poltrona che prova a canticchiarla sottovoce per consolarsi. Tutto resta molto abbottonato, rigoroso; è solo il 20.000 giorno nella vita di Cave: ma certo è difficile non volerne sapere di più. Tutto scorre via un po’ speditamente, ma senza dubbio si tratta di una scelta programmatica in fase di scrittura del film; va rispettata la scelta stilistica, e va raccolta l’essenza profonda del Cave di oggi, del suo sbilenco equilibrio, della sua redenzione finale se così si può dire.

Al giornalista di Repubblica che recentemente l’ha raggiunto telefonicamente per un’intervista chiedendogli se fosse possibile raggiungerlo nella sua dimora, Cave ha risposto “Per parlare o per drogarci?” scoppiando poi in una risata, consapevole della caricatura grottesca dettata dal suo personaggio nei decenni. E forse il senso di questo curioso 20.000 Days on Earth sta proprio in quella fragorosa risata del King Ink, che sembra definitivamente scagliare un sasso sulla propria statua di nero cristallo per affermare la dignità di uno strano essere che ha trovato finalmente la propria serenità.

 Voto: 7

 Stefano Malosso


I’m transforming / I’m vibrating
I’m glowing / I’m flying
Look at me now / I’m flying
Look at me now

Nick Cave si alza al mattino e si guarda allo specchio. Noi spettatori, che conosciamo già ogni ruga di quel viso e ogni vibrazione della sua voce, lo seguiamo e partecipiamo volentieri a questo gioco autocelebrativo. Giunto al ventimillesimo giorno della sua vita, uno degli artisti contemporanei più profondi e poliedrici si confessa al suo pubblico a metà fra un Narciso e un Amleto che, davanti a uno specchio, recita scevro da dubbi “essere, essere, essere”: la parola d’ordine del songwriter è vivere e trasformarsi attraverso il filtro della memoria – perché vivere e cantare consistono in esercizio quotidiano e disciplinato di cannibalismo e di metamorfosi, che recupera le immagini del passato per sublimarle in una forma nuova.

Nick Cave è l’angelo nero del rock che cerca, col suo sguardo essenzialmente verticale, di mediare fra la terra e il cielo, fra l’alto e il basso, immergendosi fino a fondersi col suo pubblico o col mare di Brighton. Scrivere per lui significa lanciare una coperta sull’invisibile per dargli forma e lineamenti: una possibile chiave di lettura del film e della sua opera risiede proprio in quest’apertura al trascendente, che consiste nell’indossare una maschera e diventare altro, come fece il padre la prima volta che gli lesse l’allitterato incipit di Lolita (mentre Nick, al massimo, ai figli vestiti da damerini fa imparare a memoria i dialoghi di “Scarface” mangiando popcorn davanti alla tv) e come fa Cave ogni volta che sale sul palco e si trasforma nel nostro King Ink.

20.000 Days on Earth non si offre come documentario ma come seduta psichiatrica – aspetto rimarcato in modo superfluo dalla figura piuttosto goffa dello psicanalista – che non vuole descrivere ma solo evocare le varie e contrastanti dimensioni della vita e dell’opera di Cave, riconfigurandole in un contesto totalmente artificiale (ogni ambiente è ricostruito ad arte, tranne la stanza da letto della scena iniziale, che rimanda alla copertina di Push the Sky Away). Una seduta alla quale partecipano vari compagni di viaggio – dal grande Blixa Bargeld a una deliziosa e inutile Kylie Minogue di memoria “caraxiana” – come dei fantasmi che siedono comodi sul sedile posteriore della sua auto e non disturbano: parlano, ma di discorsi fatti di fumo, che servono solo a raccogliere le confessioni dell’unico protagonista. La sceneggiatura e i dialoghi hanno la forma del romanzo e alternano toni surreali, ironici, intensi e allo stesso tempo forzati, mentre la fotografia produce un effetto avvolgente.

20.000 Days, alla fine dei conti, riesce sapientemente a giocare con l’esposizione dell’immagine di Cave mantenendo intatta quella distanza di cui si nutre la sua aura. Usciti dal cinema come da una sala degli specchi, si sono riusciti a scorgere decine di riflessi diversi, ma non il volto autentico di Nick Cave, che rimarrà sempre celato al nostro sguardo. Il limite principale dell’operazione sembra risiedere, paradossalmente, proprio in questa eccessiva autoconsapevolezza della solidità della propria poetica e della propria immagine. Questo film si rivolge autoreferenzialmente agli amanti di Cave, senza rischiare nulla: il fan uscirà dal cinema coccolato dal timbro della sua voce e dalla comodità delle poltrone, ma forse avremmo preferito un seme più velenoso, che tornasse a infiammarci come la prima volta che si siamo seduti sul trono della misericordia.

And anyway I told the truth/ But I’m afraid I told a lie

Voto: 6,5

Patrick Martinotta


VOTI

Stefano Malosso: 7

Patrick Martinotta: 6,5