Archivi categoria: Film inglesi

SHAME

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: Abi Morgan, Steve McQueen

Anno: 2011

Durata: 99’

Nazione: Gran Bretagna

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joe Walker

Scenografia: Judy Becker

Costumi: David Robinson

Colonna sonora: Harry Escott

Interpreti: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Hannah Ware

RECENSIONE

Shame parla di Brandon, un uomo adulto apparentemente stabile dal punto di vista economico e sociale, del cui passato sappiamo ben poco. Capiamo presto, però, come vi sia un’ombra sotto quell’apparenza: un’insana attrazione per la pornografia e per il sesso in generale che lo porta a concedersi una certa quantità di piacere fisico al giorno tanto da diventarne schiavo. Che questo piacere provenga dalla masturbazione o dagli incontri casuali con perfette sconosciute o prostitute sempre diverse, non fa differenza. La spirale in cui si trova Brandon é, come per ogni dipendente, lenta ed inesorabile. Questa lo trascina sempre più in basso fino al deteriorante danneggiamento emotivo, oltre che fisico, di se stesso. Il film parla chiaramente di dipendenza sessuale, della continua ricerca di quella sensazione di sollievo data dall’apice sessuale usata come anestetico/medicinale per un disagio interiore più profondo che affonda radici in un passato che, qui, non ci viene rivelato.

“Non siamo persone cattive, solo che veniamo da un brutto posto”. Gli lascia detto la sorella Sissy nella segreteria telefonica. Superficie uguale e speculare del personaggio di Brandon é rappresentata proprio dalla sorella. Dipendente sessuale, lui, e dipendente affettiva, lei, Sissy é completamente l’opposto del fratello. Essa apre le braccia al mondo cercando incessantemente qualcuno da cui essere amata immediatamente, incondizionatamente, infantilmente, disperatamente. Sissy richiede attenzioni in particolare a suo fratello, patologicamente incapace di dargliele e riluttante all’idea. Lo squilibrio emotivo della sorella genera una massiva insofferenza in Brandon al quale lei ricorda, con l’irruente e costante presenza (prima telefonica e poi fisica), le probabili ferite aperte della loro storia comune. I due hanno una pungente discussione in cui un sempre più esasperato Brandon, credendosi più sano e competente, le rimprovera le sue debolezze e mancanze, non concedendole mai (eccetto per un breve momento durante l’esecuzione di lei in un piano bar della canzone New York New York) di scalfire la sua corazza.

Una corazza l’hanno costruita entrambi ma con due materiali diametralmente opposti. Quella di Brandon é fatta per respingere, é sterile, alta, ferma. Quella di Sissy invece é malleabile, é fatta per accogliere, quasi per inglobare l’altra persona cercando di farla restare attaccata. A causa del successivo allontanamento o abbandono della persona amata, infatti, Sissy rimane devastata tanto da arrivare ad attuare una decisione estrema a seguito del rifiuto da parte della persona per lei più importante, Brandon.

Nel film gioca un ruolo molto importante l’intimità. Essa può riguardare vari ambiti delle relazioni umane. Si può intendere intimità la confidenza che si crea tra due persone dopo una prolungata condivisione della vita quotidiana. Si può intendere intimità anche la particolare complicità che fa si che due persone comunichino reciprocamente, in modo autentico, le loro emozioni e sensazioni l’una all’altra. E si può intendere l’intimità come la dimensione sessuale vissuta ad un livello diverso, più alto rispetto a quello strettamente erotico o fisico. Di fatto, tutte queste versioni del concetto di intimità prevedono una certa consapevolezza ed amore, innanzitutto, verso se stessi. Brandon non ha questo riguardo per sé e non esprime mai l’intenzione di andare infondo al disagio che prova per analizzarne l’origine e le dirette conseguenze, anzi, si mette in situazioni in cui può facilmente esercitare un controllo: paga una escort perché lei, dopo, possa riprendere le sue cose ed andarsene così da non farlo sentire responsabile di un’altra persona, né tanto meno vulnerabile rispetto a questa. É esattamente quello che succede con Marianne, accattivante ed emotivamente matura collega di lavoro che gli permette di aprirsi, di accogliere se stesso oltre che un’altra persona. Marianne permette a Brandon di vivere, per un momento, il rapporto sessuale non come mero atto fisico finalizzato ad un risultato, bensì come scambio vicendevole tra due persone consapevoli, alla pari. In quella circostanza, Brandon reagisce ritirandosi immediatamente, ritornando di corsa alle vecchie abitudini e, forse, segnando il suo destino nella continua ricerca di una eterna insoddisfazione.

Voto: 9

Cristina Malpasso

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EX MACHINA

Regia: Alex Garland

Sceneggiatura: Alex Garland

Anno: 2015

Durata: 198′

Nazione: Gran Bretagna, USA

Fotografia: Rob Hardy

Montaggio: Mark Day

Scenografia: Michelle Day

Costumi: Sammy Sheldon

Colonna sonora: Geoff Barrow, Ben Salisbury

Interpreti: Alicia Vikander, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson

TRAMA E RECENSIONE

Caleb è un giovane programmatore che lavora per un grande motore di ricerca. Dopo aver vinto un prestigioso concorso interno dell’azienda parte per una settimana di vacanza nella residenza del fondatore della società. Arrivato in questa splendida abitazione isolata e immersa nel verde, giunto a bordo di un elicottero privato che lo lascia a chilometri di distanza perché il mezzo non ha il permesso di avvicinarsi all’edificio, Caleb, fa conoscenza con l’insolito padrone di casa, Nathan, comprendendo ben presto di essere stato scelto per un importante esperimento. In questo enorme rifugio zen supertecnologico, Nathan lavora, da diversi anni, alla costruzione di una intelligenza artificiale che potrebbe aver sviluppato una coscienza di sé. Caleb si troverà così a confrontarsi con Ava (interpretata della bella attrice svedese Alicia Vikander), un umanoide di bell’aspetto capace di fare ragionamenti molto complessi e soprattutto consapevole del suo stato di macchina. Al giovane programmatore bastano pochi giorni per capire che qualcosa non va e che, quel giovane milionario inventore dell’algoritmo del più importante motore di ricerca (no non è Google, ma la BlueBook, nome inventato per l’occasione) nasconde qualcosa.

Un film che si ispira ai più classici racconti di fantascienza per narrare una storia vecchia, almeno quanto il cinema stesso e oltre (si pensi al Frankenstein di Mary Shelley), in cui uno scienziato ambizioso si spinge al di là di quello che all’uomo è consentito e, nel suo eremo di cristallo, sfida Dio. Ex machina ridisegna, con degli strepitosi effetti visivi, un cinema dal sapore retrò. Un’ anima classica unita a quella parte della fantascienza più psicologica – che porta immediatamente a riflettere sulle paure dell’uomo in contrapposizione alla macchina da esso creata – e all’uso intelligente degli effetti speciali, danno vita ad un ottimo film che fa dei dialoghi la sua arma vincente. Ex machina è costruito intorno alla parola e al ragionamento, ma nel suo raccontarci l’eterna guerra tra macchina e uomo – fatta di menzogne e  inganni da entrambe le parti – utilizza tutti i mezzi che il cinema di oggi è in grado di offrire. Alex Garland ambienta la sua storia in un grande parco naturale con immensi prati verdi, montagne e alte cascate, in contrasto con l’abitazione-laboratorio di Nathan, in cui regna il grigio del metallo e la trasparenza del vetro e dove si svolge il fulcro della vicenda. Ancora una volta sono in contrapposizione natura e tecnologia e, l’abitazione hight-tech dalle porte che si serrano automaticamente dopo un blackout, rappresenta la prigione che l’uomo ha costruito per sé.

Ex machina è un bellissimo film di fantascienza, forse un po’lento, ma sicuramente uno dei più interessanti degli ultimi anni.

Voto: 7,5

Cinefabis

STARRED UP

Regia: David Mackenzie

Sceneggiatura: Jonathan Asser

Anno: 2013

Durata: 106’

Nazione: Regno Unito

Fotografia: Michael McDonough

Montaggio: Nick Emerson, Jake Roberts

Scenografia: Tom Mc Cullagh, Gilian Devenney

Interpreti: Rupert Friend, Jack O’Connel, Frederick Schmidt, Ben Mendelsohn, Sam Spruell

TRAMA E RECENSIONE

Starred Up è un’ottima pellicola in grado di raccontare – in modo molto realistico, senza moralismi e esagerazioni la vita nelle carceri dal punto di vista di un giovane sbandato.

Eric è un diciottenne irrequieto, violento e tormentato che, dal riformatorio dove era recluso in seguito a piccoli episodi di delinquenza, viene trasferito in una struttura per adulti. Il nuovo ambiente, con le sue regole e i suoi codici, dettati non solo dalla polizia penitenziaria ma anche e soprattutto dagli altri detenuti, contribuisce ad amplificare la sua rabbia e il suo comportamento rissoso. Il ragazzo viene rinchiuso nello stesso carcere dove sta scontando una lunga pena anche il padre, che non vede da diversi anni e con il quale ha sempre avuto un rapporto molto difficile, non mancheranno quindi numerose occasioni di scontro e un duro confronto generazionale. Grazie ad un terapista comportamentale (interpretato da Rupert Friend, praticamente il sosia di Orlando Bloom e per un attimo ho pensato fosse proprio lui), che svolge con passione il compito di rieducare i detenuti più violenti, Eric, seppur inizialmente molto restio ad accettare critiche e a lavorare sulla sua rabbia, riesce ad inserirsi nel gruppo di discussione.

In Starred up è tutto vero, almeno è questa l’impressione che si ha. Si assiste alla descrizione dettagliata di tutti i particolari della vita carceraria senza fastidiose edulcorazioni e la spettacolarizzazione del suo lato più duro e brutale, anche se non mancano episodi di estrema violenza. La sceneggiatura, ad opera del debuttante Jonathan Asser, si ispira alla sua personale esperienza di educatore presso il carcere britannico di Wandsworth, ed è proprio per questo che la scrittura risulta credibile in ogni momento, riuscendo ad emozionare rimanendo sempre autentica, senza incappare in facili ipocrisie e pietismi. La complessa condizione psicologica dei detenuti e i loro comportamenti che possono apparire incomprensibili visti dall’esterno acquistano, sotto la guida di una regia attenta a non inciampare nella banalità, un significato che va oltre gli stereotipi della classica pellicola sulla vita carceraria.

Il film convince sempre, offrendo un toccante ritratto di un giovane appena entrato nell’età adulta e del suo complesso rapporto con il padre, entrambi vittime della violenza a causa di una personalità turbata che li porta ad essere in eterno conflitto con se stessi e con il mondo intero. Quello che colpisce fin da subito è l’estrema autenticità della storia, si segue con attenzione il percorso rieducativo di Eric, provando per lui qualsiasi tipo di emozione dalla rabbia alla compassione ed entrando fin dentro la sua piccola cella perché, senza quasi rendersene conto, è proprio lì che si viene catapultati. A fianco di questo diciottenne incazzoso si scoprono i meccanismi che regolano la vita da reclusi, non si spia da lontano come un estraneo che osserva un mondo che non gli appartiene, ma si entra in questa realtà sentendosene parte. Starred up è riuscito a coinvolgermi a tal punto che, solo ai titoli di coda, mi sono sentita nuovamente libera.

Voto: 7,5

Cinefabis

AMORE, CUCINA E HELEN MIRREN

Titolo: Amore, cucina e curry

Regia: Lasse Hallstrom

Sceneggiatura: Steven Knight

Anno: 2014

Durata: 122’

Nazione: USA, India

Musiche: A. R. Rahman

Interpreti: Helen Mirren, Om Puri

 

Titolo: Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante

Titolo originale: The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover

Regia: Peter Greenaway

Sceneggiatura: Peter Greenaway

Anno: 1989

Durata: 124’

Nazione: Gran Bretagna, Francia

Montaggio: John Wilson

Fotografia: Sacha Vierny

Interpreti: Helen Mirren, Richard Bohringer, Michael Gambon

 

Una creatura inglese sublime, “scoperta” tardi dal pubblico mainstream, Helen Mirren (classe 1945), si fa portavoce della creatività culinaria nell’ultima fatica di Lasse Hallström Amore, cucina e curry, titolo sempliciotto che non rende giustizia a quello originale, ben più poetico: The Hundred-Foot Journey.

Cento passi separano il raffinato ristorante stellato di Madame Mallory da quello più ruspante della famiglia Kadam, emigrata dall’India versa l’Europa in cerca di riscatto (sia professionale che personale). Hassan, uno dei figli della sconquassata famigliola indi ha talento da vendere in cucina, il cibo è la sua forza, la madre scomparsa il suo guru spirituale. Attraverso l’aiuto di Marguerite (una giovane aspirante chef della cricca Mallory) e dei libri sulla cucina francese che gli ha regalato, Hassan inizierà un cammino introspettivo verso l’arte gastronomica più raffinata: dalle salse basiche come la besciamella a piatti più ricercati come il piccione con tartufi. Ma sarà un’omelette a far capire il suo potenziale genio alla (inizialmente) scettica Madame Mallory, la quale lo prenderà sotto la sua ala protettrice riuscendo così a fargli toccare le vette più alte del prestigio.

Un film che molti hanno definito “semplice”, ed è proprio per questo che l’ho trovato interessante: gustoso, leggero, raffinato e melenso al punto giusto (co-producono Steven Spielberg e Oprah Winfrey). Un’ottima cena che dall’antipasto (l’arrivo nel paesino francese della famigliola indiana) al dolce (Hassan sceglie quello che ritiene giusto fare e quindi preferisce rimanere accanto ai propri cari, Marguerite compresa) non stona quasi mai. Il saccarosio aumenta durante i dialoghi tra il giovane chef e la bella Marguerite ma viene ben stemperato dai divertenti duetti acidi tra Madame Mallory alias Helen Mirren e il patriarca dei Kadam (il bollywoodiano Om Puri). Non è il filmone impegnato da intellettuale carico di significati intrinseci, anche se una chiave di lettura interessante la si trova sempre: dall’evidente diversificazione dell culture ed etnie che compongono la storia, alla più sottile liaison tra l’arte culinaria e il rapporto con la società odierna fatta di innovazioni gastronomiche e tecnologiche.

Dopo la visione del film di Hallström, ho trovato interessante creare un collegamento con Peter Greenaway e il suo Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989), dove la moglie del titolo è interpretata sempre da Helen Mirren, figura emblematica per entrambe le opere.

Nel film di Hallström vediamo una Mirren in cucina, ottima maîtresse tutta d’un pezzo, vedova, inflessibile e pure un po’ stronza (nella prima metà del film). Nel film di Greenaway invece, abbiamo una Mirren che si dipana tra sala e cucina, moglie frustrata e amante insoddisfatta di uno psicopatico criminale ingordo e violento, infelice a tal punto da tradirlo proprio nei bagni del ristorante (di proprietà del marito) dove si svolge la maggior parte della vicenda.

In Hallström, il personaggio di Madame Mallory parte come antagonista e si evolve positivamente nel corso della storia riuscendo a creare un proprio percorso emozionale che culminerà nel finale un po’ sdolcinato, come si è detto sopra. Pure in Greenaway si nota un’evoluzione del personaggio della moglie (Georgina): da una partenza apatica scalfita solo dall’attrazione fedifraga che nutre nei confronti del libraio Michael (l’amante del titolo), al tremendo – e geniale – finale vendicativo che riserverà all’abominevole marito: gli farà mangiare il cadavere di Michael ucciso proprio da lui.

Se in Greenaway, quindi, vediamo un’evoluzione sarcastica del personaggio femminile, dove dalla statica apatia si arriva a una catarsi violenta (ed efficacissima), in Hallström l’evoluzione rimane più canonica ma comunque ben scandita dalla sequenzialità degli eventi.

Due ottime prove recitative per un’attrice formidabile, fascinosa e di classe: Helen Mirren. Una garanzia. Sempre.

 

Voto per Hallström: 7,5

Voto per Greenaway: 9,5

Voto per Mirren: 10

Francesco Foschini

20.000 DAYS ON EARTH

Regia: Iain Forsyth, Jane Pollard

Sceneggiatura: Iain Forsyth, Jane Pollard, Nick Cave

Anno: 2014

Durata: 97’

Produzione: Gran Bretagna

Fotografia: Erik Wilson

Montaggio: Jonathan Amos

Scenografia: Simon Rogers

Colonna sonora: Nick Cave, Warren Ellis

Interpreti: Nick Cave, Warren Ellis, Kylie Minogue, Blixa Bargeld, Ray Winstone

TRAMA

Nick Cave racconta il ventimillesimo giorno della sua vita, combinando realtà e finzione.

RECENSIONI

Nel 20.000 giorno della sua esistenza Nick Re Inchiostro Cave ci racconta e si racconta, a tratti come sul lettino dello psicanalista, aprendo le porte del suo rifugio familiare very british a Brighton. Scordatevi il nero traghettatore degli inferi: Cave, superati gli estremi anni ottanta e le inquietudini lisergiche dei primi novanta, si presenta come un signore di indubbia eleganza e annessa riflessività, che sembra essersi lasciato alle spalle i demoni del passato. Una moglie amorevole, due figli (con i quali guarda la tv gustandosi una pizza), un metodo di lavoro ferreo e ordinato; la scapigliatura maudit degli esordi post-punk hanno così lasciato spazio ad un songwriting raffinato e posato, come confermano le immagini in studio durante le incisioni dell’ultimo delicatissimo Push the sky away. Psicanalisti/fantasmi che interrogano Cave sulla sua vita sono alcuni amici, soprattutto provenienti dal passato: le apparizioni, e sparizioni, di Kylie Minogue e Blixa Bargeld sull’auto guidata da Cave appaiono così come voci parlanti interne, sovrapponendo alla struttura del documentario numerosi inserti di pura fiction; la regia di Iain Forsyth e Jane Pollard lavora dunque a tutti gli effetti sul piano della docufiction, azzerando il confine fra realtà e finzione e utilizzando, come vedremo con non poco stupore nei titoli finali, persino parti scritte dallo stesso Cave. E l’impronta in fase di scrittura della rockstar australiana si sente, eccome: i siparietti comici col fedele compagno artistico Warren Ellis, la quasi totale mancanza di materiali storici che rischierebbero di provocare un inutile effetto nostalgia e alcuni lampi di poesia notturna e purissima sono chiaramente impronte dello stesso Cave. I paesaggi, tutti girati fra Brighton e la Francia, sono certamente deliziosi, così come la scandagliatura quasi analitica del processo di scrittura e di registrazione dei brani fino all’esibizione live; la regia e il montaggio sono di pregevole qualità, la colonna sonora ça va sans dire. Certo, molto è stato omesso: stupisce non sentir parlare degli incontri artistici e sentimentali con PJ Harvey e Lydia Lunch, vedere i Bad Seeds ridotti a qualcosa di microscopico, non sentire pressoché nulla della scena musicale nella quale i Birthday Party hanno mosso i primi passi, sapere troppo poco delle ossessioni di Cave, dalla droga alla Bibbia. Quando si cita un pezzo storico come Deanna non ci si può trattenere dal provare un bisogno quasi fisico di ascoltarne almeno due note, ma niente, bisogna subirsi il vicino di poltrona che prova a canticchiarla sottovoce per consolarsi. Tutto resta molto abbottonato, rigoroso; è solo il 20.000 giorno nella vita di Cave: ma certo è difficile non volerne sapere di più. Tutto scorre via un po’ speditamente, ma senza dubbio si tratta di una scelta programmatica in fase di scrittura del film; va rispettata la scelta stilistica, e va raccolta l’essenza profonda del Cave di oggi, del suo sbilenco equilibrio, della sua redenzione finale se così si può dire.

Al giornalista di Repubblica che recentemente l’ha raggiunto telefonicamente per un’intervista chiedendogli se fosse possibile raggiungerlo nella sua dimora, Cave ha risposto “Per parlare o per drogarci?” scoppiando poi in una risata, consapevole della caricatura grottesca dettata dal suo personaggio nei decenni. E forse il senso di questo curioso 20.000 Days on Earth sta proprio in quella fragorosa risata del King Ink, che sembra definitivamente scagliare un sasso sulla propria statua di nero cristallo per affermare la dignità di uno strano essere che ha trovato finalmente la propria serenità.

 Voto: 7

 Stefano Malosso


I’m transforming / I’m vibrating
I’m glowing / I’m flying
Look at me now / I’m flying
Look at me now

Nick Cave si alza al mattino e si guarda allo specchio. Noi spettatori, che conosciamo già ogni ruga di quel viso e ogni vibrazione della sua voce, lo seguiamo e partecipiamo volentieri a questo gioco autocelebrativo. Giunto al ventimillesimo giorno della sua vita, uno degli artisti contemporanei più profondi e poliedrici si confessa al suo pubblico a metà fra un Narciso e un Amleto che, davanti a uno specchio, recita scevro da dubbi “essere, essere, essere”: la parola d’ordine del songwriter è vivere e trasformarsi attraverso il filtro della memoria – perché vivere e cantare consistono in esercizio quotidiano e disciplinato di cannibalismo e di metamorfosi, che recupera le immagini del passato per sublimarle in una forma nuova.

Nick Cave è l’angelo nero del rock che cerca, col suo sguardo essenzialmente verticale, di mediare fra la terra e il cielo, fra l’alto e il basso, immergendosi fino a fondersi col suo pubblico o col mare di Brighton. Scrivere per lui significa lanciare una coperta sull’invisibile per dargli forma e lineamenti: una possibile chiave di lettura del film e della sua opera risiede proprio in quest’apertura al trascendente, che consiste nell’indossare una maschera e diventare altro, come fece il padre la prima volta che gli lesse l’allitterato incipit di Lolita (mentre Nick, al massimo, ai figli vestiti da damerini fa imparare a memoria i dialoghi di “Scarface” mangiando popcorn davanti alla tv) e come fa Cave ogni volta che sale sul palco e si trasforma nel nostro King Ink.

20.000 Days on Earth non si offre come documentario ma come seduta psichiatrica – aspetto rimarcato in modo superfluo dalla figura piuttosto goffa dello psicanalista – che non vuole descrivere ma solo evocare le varie e contrastanti dimensioni della vita e dell’opera di Cave, riconfigurandole in un contesto totalmente artificiale (ogni ambiente è ricostruito ad arte, tranne la stanza da letto della scena iniziale, che rimanda alla copertina di Push the Sky Away). Una seduta alla quale partecipano vari compagni di viaggio – dal grande Blixa Bargeld a una deliziosa e inutile Kylie Minogue di memoria “caraxiana” – come dei fantasmi che siedono comodi sul sedile posteriore della sua auto e non disturbano: parlano, ma di discorsi fatti di fumo, che servono solo a raccogliere le confessioni dell’unico protagonista. La sceneggiatura e i dialoghi hanno la forma del romanzo e alternano toni surreali, ironici, intensi e allo stesso tempo forzati, mentre la fotografia produce un effetto avvolgente.

20.000 Days, alla fine dei conti, riesce sapientemente a giocare con l’esposizione dell’immagine di Cave mantenendo intatta quella distanza di cui si nutre la sua aura. Usciti dal cinema come da una sala degli specchi, si sono riusciti a scorgere decine di riflessi diversi, ma non il volto autentico di Nick Cave, che rimarrà sempre celato al nostro sguardo. Il limite principale dell’operazione sembra risiedere, paradossalmente, proprio in questa eccessiva autoconsapevolezza della solidità della propria poetica e della propria immagine. Questo film si rivolge autoreferenzialmente agli amanti di Cave, senza rischiare nulla: il fan uscirà dal cinema coccolato dal timbro della sua voce e dalla comodità delle poltrone, ma forse avremmo preferito un seme più velenoso, che tornasse a infiammarci come la prima volta che si siamo seduti sul trono della misericordia.

And anyway I told the truth/ But I’m afraid I told a lie

Voto: 6,5

Patrick Martinotta


VOTI

Stefano Malosso: 7

Patrick Martinotta: 6,5

INTERSTELLAR

Regia: Christopher Nolan

Sceneggiatura: Christopher Nolan, Jonathan Nolan

Anno: 2014

Durata: 169′

Produzione: USA, Inghilterra

Fotografia: Hoyte Van Hoytema

Montaggio: Lee Smith

Scenografia: Nathan Crowley

Costumi: Mary Zophres

Colonna sonora: Hans Zimmer

Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine, Matt Damon, John Lithgow, Topher Grace, Casey Affleck

TRAMA

In un futuro imprecisato le risorse naturali della Terra sono diventate così scarse che l’umanità è regredita a una società agricola sull’orlo dell’estinzione. Un team di esploratori deve viaggiare attraverso un buco nero per trovare in un’altra dimensione un pianeta abitabile.

RECENSIONI

Siamo nel futuro, l’aria si fa sempre più spessa e irrespirabile, i raccolti languono, la natura lentamente e progressivamente muore, e noi con lei. Dimentichiamo quello che siamo stati, creatori e esploratori, e cerchiamo di amministrare la nostra fine, nel modo più decoroso possibile, risparmiando le ingenti quantità di denaro richieste e consumate da un’inutile progresso tecnologico, e dedicandoci all’agricoltura, per quanto possibile: questo il presente, il punto di partenza di Interstellar, epico giocattolone che sembra voler rifare il verso a 2001 Odissea nello spazio, senza tema di ricadere nell’ineleganza e nel fragore, laddove Kubrick ricercava nell’abissale silenzio dello spazio oscuro la misura al tempo stesso tragica e grottesca della nostra condizione nel ritmo cadenzato e bidimensionale del Donauwalzer di Johann Strauss, non mancando di iniettare a là Tarkosky nella fredda trama fantascientifica, e anche qui senza risparmiarsi, corpose dosi di emotività e di sentimentalismo: il romanzo familiare, sopratutto, e l’empatia umana troppo umana tra la macchina e l’uomo.

Straordinarie le immagini delle galassie lontane, delle superfici inospitali dei pianeti inabitabili visitati dai nostri protagonisti, dei buchi neri con i loro contorni aurati, e favolosi i paradossi della relatività e dello spaziotempo finalmente raccontati attraverso il drama e non semplicemente con l’impura teoria, in sé stessa di indiscutibile poesia e stupore, anche se non di altrettanto facile né universale palatabilità. Certo, un film imperfetto, meno serio di quanto in molti si aspettassero, meno preciso, meno attendibile di quanto quasi tutti credessero dovuto, incline tanto quanto Gravity alla licenza poetica, ma forse il problema sono le nostre aspettative, da quando è diventato di moda aspettarsi dalla fantascienza il rigore documentaristico e iperrealista della scienza, quando di quest’ultima non ha mai cercato di trattenere nient’altro che la pura fascinazione, instillando semmai in quei pochi eletti in grado di coglierlo un briciolo di quella curiosità che alle nostre vite comunemente non appartiene.

Personalmente, non mi aspettavo molto di più da un regista, certamente geniale, sempre capace di ammannirci un divertimento d’alta classe, da grande prestidigitatore, ma senza spessore, un regista la cui maggior dote non è mai stata quella di fornirci una maggiore comprensione della realtà né di indagare le profondità dell’animo umano, quanto piuttosto la sua straordinaria capacità di esaltarsi e di esaltarci vellicando la nostra parte più proclive alla violenza e all’emotività, suscitando quella nostra naturale simpatia  umana verso chi, alla fine della lotta, si erge vittorioso, e mascherando il tutto attraverso una manichea e semplicistica distinzione di bene e di male, senza nessuno spunto di riflessione critica (diversamente da David Cronenberg in A History of Violence, tanto per fare un esempio): sbagliato aspettarsi di più? Certo, oggi come allora.

Diversamente intelligente, e molto più complesso e di difficile fruibilità, l’ultimo film di David Michôd, The Rover, che racconta di un futuro ugualmente irrespirabile e di un’umanità agli sgoccioli, ridotta all’impossibilità di mascherare la propria miseria dietro una benestante ipocrisia, film catastrofista che non intende trasmetterci paura per il nostro futuro, quanto piuttosto mostrarci, attraverso le lenti distorcenti del cinema, la vera dimensione del nostro presente, dove l’aria si fa già sempre più irrespirabile, e dove le nostre pulsioni individualiste, e dunque distruttive e autodistruttive, già operano libere e incontrastate, nell’esaltazione ideologica generale.

Voto: 8

Giuseppe Argentieri


Non sopravvivrà un’altra generazione nella Terra, vicina all’esaurimento delle risorse alimentari e violentata da polveri tossiche. L’agricoltore ex-pilota della NASA Cooper viene reingaggiato dall’agenzia spaziale con la missione di trovare un nuovo pianeta in cui la vita possa proliferare in un’altra dimensione raggiungibile attraverso un wharm-hole . Ma i paradossi spazio-temporali legati al viaggio interstellare fanno sì che l’umanità potrebbe essere già estinta a missione compiuta.

Se Gravity di Cuaron era un film tutto giocato sulla fobia dello spazio aperto, l’ultima fatica di Nolan trova il proprio perno in un’agorafobia del tempo. Si tratta dell’angoscia di una temporalità sconfinata, che si flette in infinite dimensioni e sprofonda in buchi neri, rendendo impossibile recuperare qualsiasi cosa si sia lasciato alle spalle. È la solitudine estrema di uomini sperduti in abissi di tempo, la cui unica missione riguarda l’esigua temporalità cui il nostro pianeta è condannato. Si costruisce così ancora una volta un complessissimo sistema narrativo in cui diverse dimensioni di mondo diventano simultanee e concorrono verso un’unica soluzione, che aveva già fatto di Inception un esempio esplicito di sublime cerebrale. In questo senso il film raggiunge la sua massima efficacia quando può dar sfogo a quella che è la principale abilità del regista britannico, ossia il montaggio alternato più complesso e virtuosistico del cinema contemporaneo. La tecnica del montaggio alternato consiste nel far apparire come simultanee diverse azioni concomitanti: l’esempio più classico della storia del cinema è quello del salvataggio, che da Nascita di una nazione (1914) di Griffith in poi è stato riproposto in infinite varianti. In Interstellar può abbracciare addirittura diversi sistemi temporali che progrediscono verso il comune fine della salvezza: il tempo della terra, dello spazio aperto, dei pianeti  e delle dimensioni in cui si rimane ancorati. Raggiunge così nella parte centrale del film vertici di complessità, comunque proporzionale alla suspense percepita (e da intendere in senso letterale, trattandosi di assenza di gravità).

Ma se in Inception l’intrico gargantuesco del plot poteva poggiare sulla pura immaginazione, tale da conservare tutta la sua potenza immaginifica anche se non ricostruito nei minimi dettagli, in Interstellar la pretesa di fare della fisica teorica il principale motore della trama finisce per scadere nel didascalismo più arrugginito. Questo accade in particolar modo nella prima parte, dove i dialoghi sembrano stralciati da Dal Bing Bang ai buchi neri di Stephen Hawking, e non c’è svolta narrativa che non si faccia annunciare da uno spiegone sulla teoria della relatività o sui wharm-holes. Didascalico risulta anche il senso spirituale che attraversa tutta l’opera, riguardante il potere dell’amore (in particolare tra Cooper e la figlia Murph) di trascendere le barriere di spazio, tempo e gravità, che troviamo enunciato in modo lezioso e superfluo dal personaggio di Anne Hathaway a metà film. Ma nella seconda parte la forza visiva di tradurre in immagini, anche discutibili (la lucina iridescente che contorna il buco nero!) gli elementi più misteriosi dell’astrofisica prende il sopravvento, e l’esplodere del montaggio risulta il mezzo visivo più potente per comunicare l’infinita vertigine del tempo. Anche se tutta la complessità scientifica ed esistenziale di cui il film è intessuto si scioglie alla fine in un troppo semplice Deus ex machina, finendo per sembrare una complessa equazione che si risolve nel modo più banale una volta che si è scoperta la regola.

Voto: 6,5

Giancarlo Grossi


Christopher Nolan ovvero dei grossi buchi neri

“And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray”.

Cosa offre Interstellar? Personalmente, non è riuscito a darmi nulla. Non mi ha fatto riflettere, non mi ha sorpreso. Riuscire a incuriosire e a intrattenere lo spettatore per quasi tre ore sarebbe già un ottimo risultato, ma non se alla fine si rimane con l’amaro in bocca. Interstellar è intenso ma confuso, capace di ergersi a specchio della forza e allo stesso tempo dei limiti dell’opera di Nolan. Una scena del film, in particolare, sembra confessare emblematicamente la sua operazione cinematografica e la sua poetica: fare due puntini su un pezzo di carta e poi spiegazzare il foglio per unirli. Tutto qua.

La prima qualità di Nolan è la sua capacità di cingersi di un’aura da autore visionario, al punto da sentirsi accreditato a paragonarsi a Kubrick. Interstellar è il suo film più ambizioso, non solo dal punto di vista estetico: tutti gli elementi – a livello di sceneggiatura, regia, montaggio e colonna sonora (la continua alternanza fra rumore e silenzio) – cercano continuamente il contrasto, in primo luogo quello fra cosmico e intimo. È evidente che il soggetto fantascientifico rappresenta un pretesto per giocare con il tema delle nostre radici – la nostra casa e i nostri figli, nel senso più ampio di questi termini. Interstellar diventa un film di fantascienza dal punto di vista visivo, ma in fondo è un lungo-lungometraggio sulla paternità, l’amore, la speranza, la forza di volontà e tanti altri buoni sentimenti. L’ambientazione cosmica ha la pretesa di creare la distanza critica per osservare l’uomo e disegnare un nuovo umanesimo: ma alla fine del film tutto è uguale a prima, anzi tutto crolla e collassa, al punto che i diffusi paragoni (non dico con 2001!) con Gravity sono impietosi: il film di Cuaròn nella metà del tempo riesce a dire molto di più, mostrandosi superiore da tutti i punti di vista (in primo luogo estetico).

Il punto debole del film – paradossalmente – è la sceneggiatura. Nolan utilizza l’assodata tecnica “a spirale”, che mira a trascinare lo spettatore nei suoi ingranaggi al fine di disorientarlo: le teorie della relatività temporale rappresentano, in questo caso, il suo strumento magico. Trattandosi di un film di fantascienza non importa tanto la verosimiglianza della trama, quanto la sua credibilità; concetti che vanno ben distinti. A stonare non sono tanto le varie contraddizioni scientifiche che attraversano il film (qui lasciamo la parola ai molti scienziati che popolano il web), quanto la sensazione che neppure gli autori della sceneggiatura sappiano di cosa stanno parlando: Gargantua è un’abbuffata di contraddizioni e di teorie (o pseudo-tali), è nient’altro che il solito enorme buco nero della fantascienza di serie b, ossia il concetto-limite dove l’illogico è giustificato. Ma Gargantua non riesce a scagionare gli enormi buchi neri della sceneggiatura. La sviolinata finale sull’amore cosmico per “spiegare” l’incommensurabilità della quinta dimensione è assolutamente patetica. Un’aggravante è tentare, ancora una volta, di fondare il film su alcuni colpi ad effetto che purtroppo si intuiscono già a metà. Interstellar si rivela insomma un lavoro di mestiere, ma meno riuscito rispetto alle precedenti operazioni del regista: la sua complessità serve solo a celarne la confusione di fondo e il contrasto è pienamente avvertibile nei dialoghi, costantemente oscillanti fra il cervellotico e il patetico. L’ambizione di trascendere le tre dimensioni dà vita a un film piatto.

Altro elemento utile a comprendere la strategia propagandistica di Nolan – la sopra citata abilità a costruire attorno ai propri film un’aura, in questo caso anche credibilità scientifica – è la tenacia nell’informare lo spettatore che il film ha avuto la supervisione del teorico specializzato Kip Thorne. Ma a noi non ce ne frega niente. Non basta nominare un astrofisico per dare credibilità a una sceneggiatura. Così come non serve citare in continuazione Kubrick per avere una poetica. Non serve chiamare ogni volta in causa lo spettro dell’amore per colmare i vuoti di ciò che non riusciamo a concepire. Il ritratto di Nolan qui emerso sembra quello di un artista a metà: un prestigiatore suggestivo solo finché il suo complicato meccanismo stroppia e ci lascia senza niente in mano. Se non due puntini su un pezzo di carta spiegazzato.

Voto: 4,5

Patrick Martinotta


A quasi cinque anni di distanza da Inception, Christopher Nolan si tuffa ancora una volta nell’insidioso genere fantascientifico, affrontandolo con quelli che ormai sono diventati col tempo i tratti peculiari della sua cifra stilistica, ovvero una sceneggiatura granitica in cui tutti gli elementi si incastrano perfettamente, effetti speciali mozzafiato e una cura particolare nella scelta delle musiche. Paragonato da molti a 2001: Odissea nello spazioInterstellar è in realtà un melodramma che ingloba molti elementi individuati anche in altri film del genere, in particolare in Contact e Signs, ai quali Nolan sembra essersi ispirato soprattutto per la sostanziosa e rilevante presenza della componente emotiva – in particolare, la costante del rapporto padre-figlia; e inoltre la situazione familiare, l’ambientazione “agricola” e la soffusa atmosfera “esoterica” tipica soprattutto di SignsInterstellar mescola così le tematiche scientifiche già incontrate in 2001 (l’evoluzione dell’uomo; l’indeterminatezza del concetto di tempo e la possibilità di viaggiare attraverso più dimensioni) con le forti e a tratti invadenti parentesi emotive che, per forza di cose, diventano il supporto necessario per l’ottenimento di un successo commerciale sempre dichiaratamente inseguito nelle maxi produzioni statunitensi (la costante della gravità che si trasforma nella forza dell’amore, così immutabile e resistente a qualsiasi cambiamento; la geniale rappresentazione dello spazio tempo – incarnato dalla raffigurazione estetica della libreria che si ripete all’infinito – che si esplicita grazie al viaggio all’interno del buco nero, viaggio che diventa inesorabilmente la tangibile proiezione visiva del più affascinante, misterioso, ma anche angosciante trapasso nell’Aldilà). Il sentimento si fonde con la fantascienza, con il chiaro intento di accontentare più palati possibile – siamo lontani dalla freddissima e respingente atmosfera di Inception – e con la piacevole (ma per altri avvilente) sensazione di aver assistito alla versione Bignami, alla riduzione “per principianti” dell’inaccessibile capolavoro di Kubrick, dato che il significato sia “scientifico” che morale del tema trattato emergono grazie anche alla capacità del regista di accompagnare lo spettatore per mano nei meandri di tematiche altrimenti troppo complicate. Nolan si riconferma così il regista chiarificatore,  colui il quale non inventa nulla, ma che chiude tutti cerchi lasciati aperti nei film dai quali attinge avidamente.

Le musiche di Hans Zimmer (candidato all’Oscar) sono semplicemente perfette e conferiscono alla pellicola un’aura solenne che dona ulteriore spessore alla vicenda.

Da vedere.

 Voto: 8,5

Giorgio Mazzola


La sopravvivenza dell’umanità è ormai agli sgoccioli. Solo un’altra generazione ancora potrà probabilmente veder sorgere  l’alba, offuscata da immani tempeste di sabbia che saturano l’aria e minano mortalmente la salute di coloro che ancora resistono. La società, divenuta prettamente agricola, arranca nella costante lotta contro la piaga, che anno dopo anno distrugge i raccolti, portando la popolazione alla fame ed alla morte. In questo contesto Cooper, ex pilota ed ingegnere, lotta come tutti per la sopravvivenza della propria famiglia, ridotta ormai ai due figli ed al suocero.

“Il prossimo anno andrà meglio” è la frase che gli agricoltori si ripetono costantemente, ogni volta che la piaga si accanisce su di una coltivazione, portandoli a dover bruciare il campo. Di  anni però ne restano ben pochi, la fine prossima dell’umanità è presente negli occhi di tutti, che si aggrappano con fede a quel brandello di speme che, come brace sopita, arde nel DNA umano. Non c’è più nulla da fare se non resistere e combattere con le poche armi a disposizione: tenacia e speranza. Ed è la spinta alla sopravvivenza, la spinta dei legami familiari e dell’amore che condurrà Cooper ed altri scienziati oltre le soglie dell’universo conosciuto, attraverso il tempo e lo spazio. Per la salvezza dei propri figli, Cooper si butterà in un’impresa epica e coraggiosa, spinto da quell’amore genitoriale che pone in secondo piano la propria vita. La morte è una possibilità ammissibile, se questo comporterà la salvezza dei propri discendenti e dell’umanità stessa. Ed è lo stesso vincolo d’amore che lo lega alla figlia Murph ( e qui un piccolo accenno alla legge di Murphy in cui tutto ciò che può accadere accadrà) a dargli la forza ed il coraggio necessari  per superare anche i propri limiti.

Qui, presente e passato si fondono, corrono su binari paralleli, si ritorcono su se stessi, ripercorrendo quello stile caro a Nolan.  L’attendibilità  scientifica  di un viaggio attraverso un wormhole diventa verosimilmente plausibile, grazie alla collaborazione del fisico teorico Kip Thorne, senza però dimenticare  che, sempre di fantascienza stiamo parlando! Nolan ci mette di fronte ad una finestra in cui l’orizzonte è immaginabile, forse anche tangibile e probabile. Si corre sul filo del rasoio, fra verità e  finzione. Film molto coinvolgente ed emozionante, dal mio punto di vista, in cui ho potuto respirare, in alcuni punti, l’atmosfera di vecchi film cult. Nessun picco negativo o momento di noia per tutta la sua durata, non breve. L’essere uscita dalla sala di proiezione ed avervi continuato a pensare spesso, anche nei giorni successivi è dimostrazione di non esser un film da sottovalutare.

Voto: 7,5

Laura Cortese


Interstellar ha creato una netta scissione di partito tra chi lo elogia e chi lo critica, diventando in poche settimane un vero e proprio fenomeno mediatico. Matthew McConaughey, fresco di Oscar, è il protagonista tutto d’un pezzo pronto a partire per una missione spaziale che potrebbe salvare gli ormai pochi esseri umani rimasti sul globo terrestre, capace di ammorbidirsi solo quando visiona i videomessaggi dei figli. Anne Hathaway si divide fra la passione per la fisica quantistica e il senso filosofico dell’amore, scegliendo poi (ahimè per lei) quest’ultimo, Jessica Chastain è la rancorosa e risolutrice figlia del protagonista la quale riuscirà a salvare “capra e cavoli” grazie ad un insolito aiuto fornitole dal padre, il veterano Michael Caine è il potente e astuto doppiogiochista ma solo per necessità e infine non poteva mancare il cattivo di turno (in questo caso il matto di turno) interpretato da Matt Damon. Un cast all star interessante ma strano, sperimentale, a tratti un po’ stonato.

Effetti speciali curati, un uso del montaggio soddisfacente e capace di trasmettere adrenalina ed emozionare lo spettatore, così come la fotografia, ma – a mio modesto avviso – non basta per convincere del tutto. Una prima parte con un alone di mistero che invoglia a sapere di più sul destino del nostro pianeta, ormai ridotto a totale deserto, cede il passo a una seconda parte che rischia di appesantire quello che in un film può risultare più difficoltoso realizzare: i dialoghi. Scarni, ridotti all’osso, in totale armonia con l’ambiente (e fino a qui ci siamo), trasformati però in affettati surrogati dei peggiori cliché hollywoodiani, per arrivare verso un finale pienamente in linea col mood di Nolan: onirico e spiazzante ma al limite del grottesco e dell’incredulità, per quanto reso in maniera ottima sul piano tecnico. Un decollo che non mi ha convinto. Né carne né pesce.

Voto: 6-

Francesco Foschini


Diciamolo sinceramente, come tutte le cose che creano grandi aspettative, anche Interstellar conquista, ma non convince del tutto. Centosessantanove minuti che, si rapiscono gli occhi sullo schermo, ma con qualche sbadiglio qua e la’. Non mancherebbe nulla, la regia di Nolan e’ precisa, la trama azzeccata, sviluppata sull’affascinante tema della fisica teorica, gli effetti speciali sono spettacolari, la sceneggiatura regge, ma sopratutto e’ l’interpretazione di attori del calibro di Matthew McConaughey, Michael Caine, Anna Hathaway, Jessica Chastain che danno valore e rilievo a questo scenario. Cos’è che non funziona allora? Il tempo del film.

Una serie di lungaggini che, sicuramente, creano suspance per dei finali che non lasciano poi così tanto senza fiato. E la scelta di un tema così sofisticato, affrontato in passato da altre pellicole, come quello sulla fine del mondo, andava sviluppato con molta più ricercatezza e innovazione. Anche l’amore, che è il collante che muove lo svolgimento del film, porta con se un dramma, quello della separazione e distanza tra un padre e i propri figli per la salvezza del mondo, che non arriva poi così forte e toccante. Al di la delle ulteriori critiche, che si possono sollevare sulle fonti delle teorie fisiche utilizzate da Nolan per articolare il film, la cui veridicità poco interessa, trattandosi di un film di fantascienza. Un vero peccato, data la premessa dei primi trenta minuti della proiezione, che preparano il terreno per un andatura che invece ad un tratto confonde. Interstellar si è rivelato, il classico film americano, botteghino d’incassi, da vedere in quanto spinti dalla curiosità che suscita il nome di grande regista e del suo cast.

Voto: 5

Maritè Salatiello


Tra uomo e natura vi é ormai una sostanziale incompatibilità. Le avverse condizioni climatiche, nonché i frastornanti fenomeni atmosferici, stanno mettendo a dura prova la possibilità per il genere umano di sopravvivere ancora. Quella che nel film Cooper definisce “casa nostra” sembra non avere più le caratteristiche di quell’incostante, ma pur sempre ricco e produttivo, territorio natìo a cui l’essere umano sente, dal momento che la sua vita ha inizio, di appartenere. Quasi inconsapevolmente, egli sviluppa con esso un rapporto strettamente simbiotico che non gli consente, dunque, di immaginare la sua esistenza al di fuori. È proprio questo “fuori” che il film di Nolan cerca di esplorare. Una sofisticata squadra di membri speciali è chiamata a trovare, al di fuori della “nostra” galassia, un plausibile altrove in cui mettere nuove radici e prosperare di nuovo. La missione viene definitiva, appunto, Lazzaro in riferimento alla rinascita e alla nuova consapevolezza che essa si propone di raggiungere.

Oltre il sottile involucro rappresentato dall’astronave non c’é niente. Non esiste nulla che, come dichiara Romilly durante il viaggio verso il Worm Hole, non lo ucciderebbe all’istante. Cooper, in quest’occasione, fa riferimento alla medesima condizione che affligge anche i più grandi navigatori. Se durante un’esplorazione essi cadessero in acqua, morirebbero. Proprio come lo spazio, l’acqua si può dire non abbia una forma predefinità, se l’esploratore ci cadesse dentro, non potrebbe più esercitare alcun controllo, non gli sarebbe possibile respirare autonomamente e potrebbe non riuscire a riaffiorare mai più, perdendosi definitivamente. Cooper e la sua squadra sono loro stessi esploratori, stanno eseguendo una missione importante, il cui destino é indissolubilmente legato al loro e a quello di qualunque altro essere vivente sulla Terra. Quella é la loro barca.

La messa in scena del film richiama una miriade di luoghi sconosciuti facenti parte di una dimensione che potremmo definire ignota. In quanto esseri umani, noi non siamo di fatto a conoscenza di cosa esista oltre un certo limite del nostro sistema solare. La nostra galassia é il limite massimo. Nolan, con il suo film, ci spinge verso una dimensione sulla quale non saremmo nemmeno in grado di fantasticare e in cui ci troviamo completamente spaesati, vittime di un turbinio di emozioni ed ambientazioni surreali in cui niente é come ci aspetteremmo. La dimensione dello spazio e quella del tempo sono fortemente stravolte ed esercitano sui personaggi, quanto sugli spettatori, un effetto spesso straniante. Siamo accompagnati, con non poca fatica, attraverso repentini slittamenti che più personaggi vivono nel contempo rispetto ad altri. Cerchiamo di prendere le misure in un mondo in cui è presente solo un’infinita distesa d’acqua in grado di generare onde enormi capaci quasi di toccare il cielo o, ancora, sorvoliamo i cieli di un mondo le cui nuvole sono solide, congelate. Inconsciamente, proviamo un’inspiegabile fascinazione per lo spettacolo di quell’improbabile ed indomabile evento naturale che vediamo formarsi davanti ai nostri occhi ma, allo stesso tempo, siamo anche fortemente spaventati dalla minaccia che questo potrebbe comportare. Sono mondi fantastici quelli che Nolan ci porta a vedere e lo sono in modo particolare perché (come per ogni fantasia filmica) non possediamo una prova tangibile della loro esistenza ma, in questo caso, non siamo nemmeno portati a negarla categoricamente.

Similmente all’ambientazione dei pianeti visitati e alla incoerente dimensione temporale che scombussola i nostri nessi causali, Cooper si risveglia in un futuro che non potremmo mai riconoscere. La vita non é più la sua fattoria e la sua piantagione di mais (dimensione che riconosciamo antiquata anche secondo i nostri criteri iniziali) ma ci troviamo, per la prima volta, in un futuro aldilà di ogni immaginazione in cui le condizioni climatiche sono predeterminate e favorevolissime, la vita prospera vigorosamente e, grazie alla nuova tecnologia, esiste un modo per spostare l’intera comunità verso pianeti fino ad allora sconosciuti. Il motore della narrazione (come ci é dato riconoscere più avanti) é il legame affettivo che le persone sono in grado di instaurare tra di loro. Inizialmente questa condizione viene percepita come una debolezza, un ostacolo alla buona riuscita della missione e ritenuta, perciò, motivo di esclusione da questa. Successivamente, però, capiamo come sia proprio grazie a questo legame invisibile che diviene possibile per l’essere umano elevarsi al di sopra di quegli inconcepibili luoghi costituiti da parametri che la nostra mente non é, ancora, in grado di capire.

Durante il viaggio nel tempo che Cooper compie passando attraverso Gargantua (il profondo buco nero, detentore della grande verità), il legame d’amore rimasto sempre vivo e presente che lo collega alla figlia Murph permetterà ai due di comunicare ad un livello particolarmente intimo e profondo. Queste preziose informazioni, che permetteranno alla giovane donna di salvare il mondo, le vengono riportate da un luogo di cui non possediamo il minimo riferimento e che facciamo fatica, sia con lo sguardo che con il cervello, a visualizzare e a codificare. Solamente Murph dunque, essere superiore e possessore di una sensibilità unica, sarà in grado di riconoscere e sfruttare questi dati perché capace di superare la rabbia provata verso il padre (conseguentemente al suo abbandono) al fine di riconoscerne il messaggio sul quadrante dell’orologio lasciatole da lui, rappresentante fisico del loro legame. Come dice Amelia, l’amore non é una cosa che abbiamo inventato noi. Esso trascende dallo spazio, dal tempo, non é misurabile. Dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capire.

Voto: 8

Cristina Malpasso


Tanti attoroni del momento come l’onnipresente Matthew McCounaughey,  le bellissime Anne Hathaway e Jessica Chastain, il sempre bravo Michael Caine, il fratellino minore di casa di Affleck e Matt Damon al servizio di un film con un budget stratosferico confezionato per puntare dritto all’Oscar, fomentare l’orda di Nolan-maniaci e soprattutto appagare l’ego smisurato di quel regista che mi piace definire come un Michael Bay più filosofico, colto e raffinato… o se preferite più paraculo, furbo e ipocrita. La trama, per quanto condita bene con una serie di spiegazioni scientifiche ed epistemologiche menate, è di una banalità sconcertante: il nostro pianeta sta morendo e tutta la popolazione della Terra è in pericolo, urge al più presto una soluzione. Un ex pilota della NASA viene arruolato per una missione pericolosissima che lo terrà a lungo lontano dai suoi amati figli.

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Se non fosse già stato bollato come capolavoro dell’ultimo decennio ancora prima che uscisse nelle sale, paragonato a 2001 Odissea nello Spazio (ma stiamo scherzando!) e Christopher Nolan  innalzato a nuovo Dio, mi sarei limitata a definire il film come una buona americanata, di quelle che trasudano morale e perbenismo ad ogni inquadratura, senza però mancare per questo di emozionare. Insomma un buon prodotto hollywoodiano, ben fatto e con qualche tamarrata che di certo in questi casi non guasta. Il problema però è che qui non si sta parlando di Armageddon, non c’è di mezzo uno stupido meteorite che sta per colpire la Terra, il cinema di Nolan deve essere molto più cervellotico e profondo e la sua presunzione tale da condurlo ad imbastire storie che pretendono di diventare vere e proprie tesi scientifiche. La volontà di essere macchinoso come Inception si traduce in pochi passaggi complessi, che si richiedono un po’ più di attenzione, ma più che fonderti il cervello intaccano la profondità dei personaggi. Cooper interpretato da Matthew McConaughey è un padre che ama i suoi figli, ma li abbandona con estrema facilità dopo che un illustre professore della NASA gli racconta due cose su una missione per salvare la Terra. Lui era il miglior pilota in circolazione, non importa se da anni fa l’agricoltore e non ha la preparazione atletica per affrontare una spedizione simile, lui è figo e parte comunque! Amelia Brand è la figlia del boss, ha il visuccio carino di Anne Hathaway, una qualche super laurea in ingegneria o simili e anche se avrà finito l’università da tre ore,  pure lei è figa e parte comunque!

Se Interstellar lo si prende come un giocattolone che ha come suo unico scopo quello di divertire sono io la prima ad urlare al capolavoro, purtroppo però il film vuole andare oltre pescando tra le teorie dei viaggio spazio-temporali per farne una questione morale e parlare di rapporti umani. Nolan ha puntato troppo in alto giocando con i grandi, quelli troppo più grandi di lui scomodando persino Stanley Kubrick e prendendo qua e là da tutta la cinematografia di fantascienza. Allora non ci sto, non mi basta la vecchia storia del fogliettino piegato per spiegare la teoria dei buchi neri per andare da A a B senza la dimensione tempo, se mi tiri il pippone pseudoscientifico esigo che a salvare la Terra non sia un agricoltore e una di 30 chili ma due scienziati veri, addestrati per anni solo per quella missione. Se mi filosofeggi su questioni legate all’umanità e al rapporto padre e figlio non ti credo se mi propini la solita storia dell’amore più forte della scienza.

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Un film in bilico tra il voler essere visivamente grandioso, dove la potenza dell’immagine riempie tutte le lacune narrative, e il voler essere macchinoso ad ogni costo fondendo alle teorie scientifiche le questioni proprie della morale. La storia dell’amore che vince su tutto toglie credibilità ai comportamenti dei personaggi ed è una tesi troppo debole per giustificare una frase come: “Perché mi guida l’unica forza che trascende il tempo, lo spazio e la gravità: l’amore”. Non è un capolavoro è solo un film di fantascienza godibilissimo con dei bellissimi effetti speciali (siamo nel 2014…magari lo diamo per scontato!) e come tale va preso.

Voto: 6

Cinefabis


 

VOTI

Patrick Martinotta: 4,5

Giuseppe Argentieri: 8

Giancarlo Grossi: 6,5

Giorgio Mazzola: 8,5

Laura Cortese: 7,5

Francesco Foschini: 6-

Maritè Salatiello: 5

Cristina Malpasso: 8

Cinefabis: 6

Angelo Grossi: 4

LO ZOO DI VENERE

Titolo originale: A Zed & Two Noughts

Regia: Peter Greenaway

Sceneggiatura: Peter Greenaway

Anno: 1985

Durata: 115’

Produzione: Kess Kasander, Peter Sainsbury

Paese di produzione: Gran Bretagna, Olanda

Fotografia: Sacha Vierny

Montaggio: John Wilson

Scenografia: Ben van Os, Jan Roelfs

Costumi: Patricia Lim

Musica: Michael Nyman

Interpreti: Andréa Ferréol (Alba Bewick) Brian Deacon (Oswald Deuce) Eric Deacon (Oliver Deuce) Frances Barber (Venus de Milo)

TRAMA

Due fratelli gemelli siamesi (separati) etologi perdono entrambe le mogli in un assurdo incidente stradale con un cigno e questo aggrava la loro ossessione per la decomposizione animale.

RECENSIONE

“Sono stato affascinato dallo zoo come metafora, l’Arca come depositario della vita animale, come catalogo di tutte le specie riunite in un solo luogo”. [Peter Greenaway]

Lo Z.O.O (come preferisce Greenaway denominarlo) è un film complesso a partire dal  titolo: “Zoo: A Zed and Two Noughts”, una zeta e due zeri, è la parola “zoo” la sua scomposizione alfabetica. Le due “O” sono anche le iniziali dei gemelli protagonisti del film, ma due “O”, cioè due lettere ovali, simboleggiano anche due uova, e l’uovo porta la vita: i due etologi saranno anche padri nel corso del film. Così la “Z” è anche radice del verbo greco “zào”, vivere. Ma in primo luogo il titolo fa da riferimento al luogo di ambientazione, appunto: lo Zoo di Rotterdam, da qui nasce un rapporto privilegiato tra Greenaway e l’Olanda. È infatti alla pittura olandese, in particolare a Veermer, che PG attingerà per la costruzione scenica e spaziale e luministica del film: “Ho cercato di illuminare la maggior parte delle inquadrature da sinistra, come faceva lui nei suoi quadri, e di riprendere a circa un metro dal suolo, il che non era facile dato che spesso dovevo lavorare con animali dello zoo, non sempre prevedibili nei loro spostamenti”.

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La maggior parte delle immagini sono simmetriche, i personaggi sembrano cercare ossessivamente la specularità. Ma tutti gli sforzi vengono vanificati dall’informe che invade i tentativi di dare ordine al caos della vita. La simmetria come perfezione. L’asimmetria come sintomo di morte che si avvicina. Questo sarà il punto principale nell’analisi delle sequenze tematiche che ora andrò a svolgere.

Swan Crash: Two Die

I primi fotogrammi del film mostrano un gorilla con una gamba sola dietro delle sbarre, e una tigre in una gabbia, di cui Oliver sta contando i passi. Appena l’apparecchio segna 676 ( che non è altro che il quadrato di 26, numero ricorrente in tutto il film) si sente lo schianto di un incidente. La cinepresa si sposta ad inquadrare dall’alto il luogo del sinistro evento. In questa ripresa, l’immagine nella sua globalità, possiede una densità spasmodica, una  pregnanza polifonica, nel senso di quantità di informazioni che riesce a contenere e trasmettere.

Ci sono innumerevoli relazioni da evidenziare fra le inquadrature e la storia dell’immaginario, dell’arte, della mitologia, della scienza naturale, della storiografia. Swan Crash: Two Die, recita il titolo di una pagina di giornale, mentre una voce fuori campo ci informa che il cigno che ha causato lo schianto è un esemplare femmina (aveva in grembo due uova) e che il disastro ha avuto luogo in Swan’s Way: un’allusione alla proustina “Strada di Swann”. Ma il cigno è anche un emblema alchemico, simbolo del mercurio. Non a caso la macchina dell’incidente è una Ford Mercury, targata NID. 26. B/W, in cui le due lettere finali si riferiscono a Black and White: bianco e nero, colori essenziali nella logica del film a partire dal manto della zebra. L’enunciazione di questi simbolismi è fondamentali per capire la poetica di un regista quale Greenaway, il cui cinema è intriso di allegorie e trabocchetti, di cui egli spesso ne è l’unico referente: “Voglio propagandare un cinema delle idee senza necessariamente sostenere un’idea in particolare. Non sono un vero e proprio regista politico anche se credo che nella mia posizione ci sia una forte motivazione in questo senso: perché io discuto di cinema per amor suo“.

Il cinema nel cinema

 “Il cinema non è una finestra sul mondo. È un vasto territorio su cui dispiegare le idee”.

 “Amo narrare, ma credo che scrivere storie sia troppo facile… Non posso accettare che il film sia basato solo sulla struttura narrativa, dev’esserci qualcos’altro che organizzi il materiale”.

Uno spazio importante nel film è tautologicamente lo “spazio filmico”, rappresentato dal documentario di otto parti sull’evoluzione della specie di Darwin che fa da scansione ritmica e importante sottotesto narrativo. Greenaway tiene molto a rendere gli spettatori consapevoli del contesto filmico, molti infatti sono gli elementi riferiti alla necessità di intervenire sul contenuto per adeguarlo all’apparato visivo, come se il fatto che quanto vediamo sia un film, finisca col condizionare i comportamenti stessi dei suoi personaggi. Esemplare in questo senso è la battuta di Alba: «qui giace un corpo mutilato per poter entrare nell’inquadratura».

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Ricorrente è la presenza di schermi, proiettori, apparecchi adibiti alla trasmissione, ma che in qualche modo la rimandano assente o interrotta, come lo schermo televisivo in camera di Oliver che non manda segnale, o il telo di proiezione bianco davanti a cui i gemelli guardano sé stessi, come prevedendo la propria fine.

L’atto del fotografare la realtà è determinante: il film si apre con gli scatti dei giornalisti sul luogo dell’incidente e il rumore delle macchine fotografiche sarà una specie di sound-track nel documentare il progressivo disfacimento degli animali nelle teche.  Fino alla scena finale in cui c’è l’ultimo tentativo da parte dei gemelli di fotografare sé stessi nel momento fatale della morte, sperando ,come il fotografo di Antonioni in Blow-up, che la macchina possa rivelare quello che l’occhio non vede. Come lui si troveranno davanti a una sconfitta. I due gemelli-registi sperano che lasciando come testamento finale al pubblico il loro sacrificio, questo possa comprendere ciò che loro in vita non avevano capito. Ma il film-sacrificio al pubblico non arriverà mai.

 Filosofia nel boudoir

 “Le atrocità, gli orrori, i crimini più odiosi, non devono più meravigliarti Eugénie; le cose più immonde, più infami e più proibite sono quelle che più eccitano la mente” (De Sade, La filosofia nel boudoir)

Citazione dovuta a De Sade nella premessa;  filosofo libertino di cui Greenaway ne fa un riferimento sotteso nel suo Z.O.O, quasi una sorta di antologia del vizio, a cui rimanda anche la figura di Milo, con i suoi racconti erotici e fantasie zoofile. De Sade teorizza inoltre una poetica ossessionata dalla putredine dei corpi e dall’enumerazione di questi, entrambe tematiche care al regista. Vado a presentare ora, in diretta continuità con quanto scritto, uno spazio particolarmente congeniale allo sviluppo narrativo: le camere da letto. Qui cui avviene una vera e propria educazione estetica dei personaggi. Molto diverse appaiono le camere dei gemelli a sottolineare inizialmente le loro differenze: austera, quasi spoglia nei colori predominanti freddi quella di Oswald, mentre calda, ed estremamente barocca con il letto disfatto, i fogli di giornale sparsi, e le lumache, la camera del gemello Oliver. La camera da letto di Alba ha come colore dominante il bianco, e si presenta in tutte le sequenze inquadrata in modo simmetrico, frontale. Posti sui comodini ,vengono inquadrati in primo piano delle mele e una zebra peluche, si tratta di un altro gioco linguistico in cui A sta per apple, prima lettera dell’alfabeto , rimando al peccato originale, e Z sta per zebra. Animale omega nell’abbecedario filmico. Il concepimento di uno spazio scenico assolutamente teatrale, e statico, è una caratteristica nello stile di Greenaway, una sfida al cinema americano la scelta lunghi campi di matrice squisitamente pittorica:”Sono convinto che tutto ciò che ha a che fare con l’immagine – l’avanguardia, il meglio dell’espressione dell’arte visiva contemporanea – è sempre in ogni modo pittura”.

La donna alla spinetta

Vermeer

Nei quadri di Vermeer non si vedono mai le gambe delle figure, per questo motivo il chirurgo- falsario van Meergeren amputerà la seconda gamba di Alba, per renderla adatta a ricostruire il quadro della Signora alla spinetta. Altro dipinto che van Meegeren tenta di riprodurre con la sua amante-modella è L’Atelier (noto anche come Il pittore al lavoro)  a cui corrisponde  un rovesciamento ironico dell’immagine dove la donna si presenta nuda, in piedi. Infine, lo stesso modo di inquadrare le immagini, delimitando le figure al centro e “bloccando” l’immagine ai lati per mezzo delle pareti, ricorda lo stile vermeeriano. Per la prima volta la fotografia è firmata da Sacha Vierny, dove in una scena si possono notare le sue iniziale incise sulla parete (nel fotogramma in basso, le iniziali sono incise alla destra del quadro).

 Di che colore porta le mutandine?

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Lo Z.O.O è essenzialmente un film di domande (Greenaway sostiene che ce ne siano 5000!) , e i suoi dialoghi e luoghi sono costruiti intorno a queste. La sequenza del ristorante vede protagonista con un sottile e irreverente humor, Catarina Bolnes, l’assistente di van Meegeren e la curiosità dei gemelli a fini “educativi” sul colore delle sue mutandine, che poi si scoprirà non portarle affatto.  Domande a cui è impossibile trovare risposta, se non sotto il segno dell’ironia o della contemplazione, che diventa vista vagamente necrofila nella visione della decomposizione accelerata dei corpi degli animali seguendo il percorso dell’evoluzione della specie, fino alla zebra, e poi all’uomo. Ma la questione rimane aperta, con inquietanti e affascinanti punti di domanda.

Il recinto degli animali osceni

Il recinto degli animali osceni, è una sorta di luogo fantastico nominato dal personaggio di Venere, in uno dei suoi racconti erotici, e sarebbe il titolo di un racconto dallo stesso Greenaway, ove si narra di un padiglione clandestino dello zoo di Regent’s Park , delle sue misteriose specie di anfibi fornicatori, e di uno zoologo vittoriano morto suicida perché sorpreso in intimità con una conturbante scimmia glabra di specie sconosciuta. Le fantasie di cui il film è intriso appartengono a una precisa tradizione letteraria, ampiamente visitata da Borges (autore amato da Greenaway) quella della zoologia fantastica. L’ibrido come enigma non può non rimandare alla Sfinge, che viene citata in un racconto di Milo, e lei stessa darà vita alla fantasia del centauro accoppiandosi idealmente con le zebre. Per entrare nel recinto delle zebre si toglierà le scarpe, che vengono lanciate con un gesto eplicito da van Hoyten, questo particolare trovo sia un chiaro rimando alla simbologia della pittura fiamminga, in cui una donna se non portava le scarpe significava che era una donna “perduta”. Come riporta lo stesso Greenaway: “C’era un’epoca in cui l’arte fu capita dalla maggioranza delle persone, nei suoi livelli sia letterale che allegorico. Una donna che tiene un mandolino con tre corde rotte probabilmente significava che aveva subito tre aborti. Se non portava le scarpe significava che era una donna perduta“.

Sarcofaghi, gabbie / simmetrie spaventose

A) La progressione alfabetica in chiave zoologica, pronunciata da Beta, trova un’eccezione nella lettera “S” come “Sarcofago”, questo è un piccolo indizio per analizzare un luogo simbolico e metaforico del film: quello della teca-sarcofago, destinata a conservare il corpo nella sua inevitabile dissoluzione nel tempo. Il tempo come fattore erosivo e ricettivo da parte di chi osserva. L’osservatore al di là di una gabbia, o cornice, atta a isolare una porzione di mondo, come il disegnatore del film precedente (I misteri del giardino di Compton House), qui troviamo invece le sbarre della gabbia a fare da palinsesto ideale attraverso cui filtrare la natura, classificarla, come in bizzarro museo a cielo aperto, quello dello Zoo, di Venere, in quanto Pantheon. Gli stessi gemelli sono Castore e Polluce. Dimensione divina e blasfema, così come è presentato l’enigmatico personaggio di Felipe Arc-en-Ciel. Arcobaleno: ponte teso a collegare simbolicamente terra e cielo, uomo, animale e divino. In una parabola di grottesca destrezza ed entropia. Come nelle sequenze in cui vengono liberati gli animali dello zoo, in particolare quella dei due fratelli nella gabbia della tigre. Animale simbolico in quanto provvederà a stabilire una simmetria tra i due ferendoli specularmente. La tigre stessa è un animale simmetrico, Greenaway non può non aver pensato ai versi di una poesia del poeta inglese William Blake:

TIGER, tiger, burning bright

In the forest of the night,

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful simmetry?

Spaventosa simmetria della tigre e dei gemelli nella loro costitutiva natura di “freaks” separati alla nascita da un taglio che vogliono ricucire, mentre sarà Milo a cucire per loro un vestito che gli “unifichi”. Quindi troviamo l’arte affabulatrice  sposarsi alla tessitura-montatura di un testo ,come di un abito, o di un film… Nella foresta di simboli e corrispondenze in cui Greenaway ci conduce, lo Z.O.O diventa un luogo di labirintiche memorie, la sua insegna al neon azzurro campeggia brillante nel prato creando suggestioni raffinatissime quanto surreali.

Bacon

B). Il vero luogo – spazio, su cui vorrei concentrare la mia attenzione è forse proprio in quelle sequenze che più destabilizzano lo spettatore: ovvero la ripresa all’interno delle teche della decomposizione accelerata dei corpi degli animali. Innanzitutto da sottolineare la griglia quadrettata delle teche. La griglia è un modo di rappresentare lo spazio caro al regista, in quanto le diagonali conducono verso l’esterno fuorviando, mentre solo la griglia permette di entrare nel vivo dell’immagine. (come già operato nel Mistero di Compton House). C’è una citazione anche a Muybridge e al suo apparecchio inventato nel 1884 per animare le sequenze fotografiche, dal nome appunto di: “zooprassinoscopio”. Greenaway ha espresso più volte ammirazione per questo precursore, che paragona addirittura a Vermeer nella capacità di fissare l’attimo infinitesimale, e a cui attribuisce una grande influenza su tutta la pittura moderna, a cominciare da Francis Bacon, la cui impronta visuale si ritrova nella manipolazione dei corpi messa in atto da Greenaway nelle morbose, quanto raffinate, sequenze del suo Z.O.O.

L’Escargot

L’Escargot è il luogo di residenza d’infanzia di Alba, una sorta di paradiso perduto in cui le lumache imperversano. Ella dice che basta lasciare la bicicletta fuori dall’ingresso per ritrovarla subito dopo col sellino ricoperto di lumache che “leccano il tuo sudore”. Alba e i due fratelli lì avranno modo di instaurare un rapporto più intenso l’uno con l’altro. Le differenze fra Oliver ed Oswald vanno progressivamente scomparendo, e lì tra i fasti della magione si orchestrerà un ménage à trois che porterà al concepimento gemellare di Alba, (oltre che alla sua morte). L’escargot, dunque: le lumache come foriere di vita e putrefazione. Imperniato sui due concetti di decomposizione e riproduzione, Z.O.O coniuga morte e vita. Vita in morte.  Le fasi dell’evoluzione animale e quelle della decomposizione scandiscono i tempi del film, e lo spettatore arriva a sentire come inevitabile che in questa catena di necessità – evolversi come specie, nascere come individuo, ci sia anche lui.

Zoo 4

 Lo scacco finale

 Scacco finale perché la partita o meglio – la morte – si gioca ancora una volta su una griglia quadrettata. Come gli scacchi ,bianchi / neri, così questa duplicità cromatica e simbolica -che tanto ricorre nel film-, si compie nel piano funesto dei  due gemelli: essi si stendono affianco dopo essersi iniettati una dose di mercurio – Virtuosistiche le inquadrature che riecheggiano la prospettiva del Cristo del Mantegna. Nella sua logica l’avamposto di morte è perfetto: è come se il telo bianco dove prima avevano visto la proiezione della zebra decomposta, e in cui poi si erano entrambi ri-specchiati, diventasse qui la tavola operatoria, sarcofago a cielo aperto, a cui consegnare il proprio sincrono disgregarsi. Una morte all’unisono come nella nascita gli aveva visti uniti-siamesi. Potente metafora dello schermo cinematografico che rovesciato orizzontalmente diventa il supporto ideale a cui consegnare la propria spoglia, ma è una consegna impossibile da attuare a causa, o proprio grazie, a quegli esseri che tanto fascino avevano avuto in vita per Oliver: les escargots, le  lumache, paladine discrete ed incontrastate del processo di morte, che qui in una serie di primi piani ed inquadrature nella loro indecenza sublimi , invadono letteralmente lo spazio, strisciando sulle attrezzature fondendole, ricoprendo ammassandosi, i corpi dei due fratelli, come un sarcastico sudario che ammette lo spettatore nel suo inesorabile giogo: a corrompere.

 Analisi di una sottosequenza:

 Interno del laboratorio dello zoo, SEQ 7, INQUADRATURA UNICA

 35”

Camera fissa. Piano medio frontale che inquadra nel centro la figura di van Hoyten che parla con Oliver e Oswald ai lati. Bambina in posizione avanzata. Dietro scorcio della carcassa del Dalmata. Su una lavagna posta sullo sfondo si può leggere la scritta SYMMETRIA OMNIA EST”.

 19” e 22”

Van Hoyten esce di campo, un bambino si avvicina da sinistra verso il corpo dell’animale, ne cerca il collare per cercare di leggervi il nome. Oswald prende una sedia, inizio di carrellata all’indietro mentre egli parla. Inizio musica di sottofondo, appena percepibile durante il parlato: “Mi piace stare seduto qui per ore. È come stare fra tanti fari sulla scogliera ognuno ti da uno sprazzo di luce negli spazi perduti del tempo. Ho scattato decine di migliaia di fotografie qua dentro e con infinita pazienza perché la decomposizione può essere molto lenta. Nove mesi, per un corpo umano“.

56”

La carrellata procede lentamente ad esplorare la stanza, (uno dei rari movimenti della cinepresa nel film) la musica cresce d’intensità, si va a creare una sincopata rapsodia di luci e flash, in una sinfonia terribile e singhiozzante, dove nell’oscurità il sonno mortale degli animali viene turbato dai lampi delle fotocamere, ognuna focalizzata su un animale, ognuna sincronizzata su un ritmo proprio, che si intreccia con quello delle altre: e nel buio i lampi lasciano intravedere, in grandi teche trasparenti, la processione di questi corpi in disfacimento. La simmetria come perfezione, l’asimmetria come sintomo della morte che si avvicina, lentamente, con infinita pazienza…

Commento della sequenza

Ho scelto di focalizzarmi su questa sequenza per una ragione sia estetica che epistemica nella logica di Z.O.O. La ragione estetica è limpida nel suo presentarsi alla vista dello spettatore, il quale viene immediatamente gratificato dalla bellezza del gioco di luci: assimilati a “fari su una scogliera che aprono squarci nello spazio infinito del tempo” – In questa frase si può riassumere (ma ogni riassunto è abortivo nel percorso di Greenaway) la disperata ricerca di un senso  in questa ossessione esiziale dei gemelli. All’inizio della scena è in campo l’antagonista della situazione: van Hoyten, figura negativa e gretta, che ha in odio gli animali, in particolare quelli bianchi e neri. Da dove deriva quest’odio? «Da niente», egli risponde (come a significare che il male non si può spiegare razionalmente) e accusa i fratelli di abusare delle attrezzature dello zoo. A lui è contrapposta la coppia di bambini che all’inizio del film portavano a guinzaglio il cane, come per trascinarlo all’interno dello zoo, e nella sequenza precedente l’osservavano steso riverso sulle strisce pedonali (zebra crossing, gioco linguistico che nella traduzione evapora).

Zoo 7

Sembra difficile tenere le redini alla narrazione di Z.O.O proseguente a zig zag, per vie  imbizzarrite, che il pubblico e la critica hanno contestato. Nonostante ciò resta l’opera preferita del regista, che afferma infatti: “Credo che il mio film preferito, quello che mi piacerebbe rifare, e che resta il mio film più incomprensibile, sia Lo Zoo di Venere. È un film enormemente ambizioso, ci sono dentro praticamente tre film tutti collegati a vicenda. Sotto vari punti di vista è un film zoppicante, profondamente sbilanciato; ma ci si affeziona di più all’opera meno riuscita”.

Recensire questo film è accettare il rischio di maneggiare un dispositivo complesso, sfuggente, perché tale è la funzione della critica: porsi come linguaggio eversivo rispetto al luogo comune delimitante, apertura all’altro-luogo, per provare non a giustificarlo né incriminarlo, ma semplicemente accettandolo come esperienza unica, quale vuole offrirsi quella proposta. Un’esperienza ampia, complessa, che Z.O.O ci mette a disposizione per stupirci, e forse un po’ prenderci in giro, con i suoi animali peluches, il suo humor nero così british, e uomini ossessionati dalla ricerca di un senso nel proprio destino, duale e manchevole, vivente e mortale, assurdamente, e fatalmente mortale.

 “In qualsiasi modo cerchiamo di comprendere la tragica situazione umana, possiamo star certi che i fati interverranno e distruggeranno le nostre intenzioni”. [PG]

Voto: 9

Claudia Porta