Archivi categoria: Film francesi

ORSON WELLES, AUTOPSIE D’UNE LÉGENDE

Regia: Elisabeth Kapnist

Anno: 2015

Durata: 56′

Nazione: Francia

Fotografia: Thomas Bataille

Montaggio: Dominique Faysse

Orson Welles compie cento anni. Elisabeth Kapnist – con Orson Welles, autopsie d’une légend – rende omaggio a uno dei più grandi cineasti di tutti i tempiregalandoci un documentario inedito sul personaggio, che attraverso Quarto PotereL’orgoglio degli Amberson e L’infernale Quinlan, ha aggiunto un tassello fondamentale al linguaggio cinematografico del Novecento.

welles

Kapnist, attraverso sequenze di repertorio (alcune inedite) e interventi di colleghi ed esperti che hanno avuto occasione di lavorare con Welles (Jeanne Moreau, Charlton Eston, Roman Polanski, Joseph McBride e Francis Ford Coppola), ha realizzato un documentario che ripercorre tutte le tappe fondamentali della sua vita. Dall’epocale annuncio via radio su un’invasione aliena che scatenò il panico tra gli ascoltatori, alla scena degli specchi de La signora di Shangai (divenuta nel tempo una delle più iconiche sequenze della storia del cinema) fino al minore successo ricevuto in America e alla maggior comprensione artistica in Europa, sancita dall’ovazione per il suo Falstaff al Festival di Cannes 1966. Una vita intensa che Kapnist ha descritto fedelmente: la cultura, l’ironia, la filosofia e soprattutto l’arte di Welles non vengono mai tradite.

Voto: 6,5

Francesco Foschini

 

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SHOAH

Regia: Claude Lanzmann

Anno: 1985

Durata: 613’

Nazione: Francia

Fotografia: Dominique Chapuis, Jimmy Glasberg, William Lubtchansky

Montaggio: Ziva Postec

Shoah: il fiume e la memoria

In occasione della giornata della memoria, molti sono i film (ottimi, celebri) che potremmo proporre per riflettere sul tema dell’Olocausto. La nostra scelta è caduta su un non-film: Shoah di Claude Lanzmann. Una scelta per certi versi scontata, ma non dettata soltanto dall’importanza storica o dall’attualità di questo monumentale lavoro; ciò che a noi interessa è piuttosto la sua atemporalità: prima di essere un documentario sullo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento, Shoah è infatti una riflessione sulla memoria stessa e, non da ultimo, una riflessione sulle potenzialità del mezzo cinematografico come dispositivo di memoria.

Treblinka 2

La sostanza della storia (pensiamo alla celebre definizione di Bloch) e del cinema (pensiamo a Deleuze) è il tempo. Shoah è una riflessione sulla storia e sul cinema che si pone nella storia e nel cinema, si fa esso stesso documento ed evento storico-cinematografico. In quanto riflessione sulla temporalità e sulla memoria, Shoah si costruisce col tempo, nel tempo: frutto di undici anni di ricerca (cinque solo per montare le trecentocinquanta ore di interviste), non è un film, è un fiume che si sviluppa man mano che raccoglie tracce e detriti, ricordi e miserie dei suoi testimoni. Non è un documentario che sfrutta immagini di repertorio e date oggettive, è un non-film dalla durata bergsoniana e bachelardiana (in cui le date e gli anni hanno poco valore), che per raccontare ha bisogno di suscitare immagini e ricordi. Sintomatica è – come sottolineato perfettamente da Ivelise Perniola in L’immagine spezzata – la scena iniziale: a tredici anni Simon Srebnik doveva attraversare tutti i giorni il villaggio di Chelmno, in compagnia dei suoi compagni incatenati e dei soldati delle SS, che lo obbligavano a cantare in virtù della sua voce melodiosa.

Simon Sbrenik

Lanzmann, a sua volta, lo costringe a ricordare risalendo quello stesso fiume, come faceva allora, inscrivendo la propria voce nel luogo, cioè cantando la stessa canzone che cantava allora: un canto – paradossalmente – sulla nostalgia, sull’impossibilità di ritornare e sull’impossibilità di ricordare: “Una piccola casa bianca / mi resta nella memoria / Di questa piccola casa bianca / sogno ogni notte”. L’affiancamento di questa canzone e dell’immagine del fiume ci evoca una poesia di Borges:

Sono i fiumi

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eraclito l’Oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.
Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.
Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.
La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
e tuttavia qualcosa c’è che geme.

Siamo fatti di questa sostanza mutevole (ossimoro) che si chiama tempo o memoria, sembra suggerire Borges. Ma la memoria non è qualcosa di innocuo, è qualcosa di invadente, che ferisce e fa male. Emblematica in questo senso la scena di Abraham, il parrucchiere di Tel Aviv che, a un certo punto, non riesce più a proseguire nel racconto di un ricordo tragico. Ma la macchina da presa di Lanzmann non stacca e, impietosa, continua a filmare in maniera invasiva il lungo momento di silenzio, finché Abraham non si decide a parlare, non si decide a ricordare. Tale è il ruolo di Lanzmann: anche se quasi sempre fuori campo, non è semplice regista o intervistatore, ma ha il compito di sollecitare la memoria (del testimone) e la com-passione (dello spettatore). Il film è un fiume di immagini e anche un fiume di parole, ma queste non commentano, né pongono quasi mai grandi interrogativi di tipo morale o filosofico (come fa dire allo storico Hilberg intervistato nel film: “Non ho mai cominciato dalle grandi domande perché temevo di ricevere delle risposte piccole”); la Memoria – a differenza della Ragione che cerca cause e risposte – insegue particolari secondari (“i treni a Treblinka spingevano o tiravano i vagoni dei deportati?”), perché di dettagli si nutre la memoria. Shoah è un non-film, è un evento che richiede la completa disposizione del testimone e una completa immersione da parte dello spettatore: lo spettatore che, ignaro, crede di assistere semplicemente un documentario, sta invece partecipando a un’esperienza di senso. Si sta immergendo in un fiume apparentemente innocuo, ma che lentamente lo avvolge, travolge e inghiotte; ne riemergerà ma, come insegna Eraclito, non sarà più se stesso.

fiume

Il lavoro di Lanzmann rappresenta un intenso sforzo di recupero della dimensione autentica della memoria, quella invasiva, pervasiva, immersiva, che suscita compassione e dolore. Sollecitare questa memoria – individuale e collettiva – è necessario, per evitare che la Shoah diventi soltanto una nozione storica astratta, distante, innocua, che non ha nulla a che vedere con noi e con il nostro presente; come se Auschwitz – simbolo dell’indifferenza dell’Europa di ieri – non si riflettesse nelle acque dell’attualità – quel Mediterraneo ormai simbolo delle miserie e dell’indifferenza dell’Europa di oggi.

Voto: 9

Patrick Martinotta

IL PICCOLO PRINCIPE

Regia: Mark Osborne

Sceneggiatura: Irene Brignull

Anno: 2015

Durata: 108′

Nazione: Francia

Montaggio: Carole Kravetz Aykanian, Matt Landon

Scenografia: Celine Desrumaux, Lou Romano

Colonna sonora: Richard Harvey, Hans Zimmer

TRAMA

Un aviatore, una bambina, una volpe e un fiore. Adattamento dell’opera letteraria francese più letta al mondo. La fiaba moderna per eccellenza.

RECENSIONE

Anche i Piccoli Principi crescono… ed io non ci avevo mai pensato. Eppure, conservando i suoi riccioli biondi, ha corso il rischio dei baobab, ha smesso di annaffiare la sua rosa, di annusarla e ammirarla, non guarda più i tramonti, nemmeno quando è triste, non è più alla ricerca di un amico. Ora il Piccolo (Grande?) Principe non sa più vedere la pecore attraverso le casse ed un serpente boa che mangia un elefante assomigliava così tanto a un cappello (e se gli avessero offerto la pillola che, placando la sete, ti fa risparmiare 53 minuti, l’avrebbe presa?). Crescendo è diventato un lavoratore, un po’ imbranato, che vive su di un pianeta che è molto più grande di lui, senza luce né tramonti. Un vigile vanitoso sorveglia il pianeta buio, un Re, solo se le condizioni sono favorevoli, ti conduce sul tetto dove il Piccolo (Grande?) Principe lavora per un uomo d’affari, che prima si accontentava di possedere le stelle ma ora ne ha creato un business.

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Sapevo che tutti i grandi sono stati bambini una volta e che pochi di essi se ne ricordano, ma ho sempre creduto che il Piccolo Principe fosse un’eccezione. Invece no! Ed è così che feci la conoscenza del Signor Principe, che non voleva una pecora e che non sentiva la mancanza della sua rosa. Forse meritavano più rispetto i ricordi di tutti quelli che, crescendo, hanno continuato ad avere un Piccolo Principe a fianco, ogni istante, che ti chiedeva quale fosse il tono di voce del tuo nuovo amico e quali fossero i suoi giochi preferiti, che, come lui, ti ha insegnato a simpatizzare per quella strana personcina che accendeva e spegneva il lampione del suo piccolissimo pianeta, senza poter dormire, perché non pensava solo a se stesso. Il Piccolo (grande?) Principe è quindi cresciuto, diventando un adulto, un po’ stonato, in un mondo scuro e così diverso dal B612. I ricordi dei lettori sono però tranquillizzati dall’avvento di una Piccola Principessa che, con il suo aeroplano ed una volpe silenziosa, tenta un difficile obbiettivo: far ricordare il Signor Principe quello che è stato.

Crescere non è un problema, il problema è dimenticare.

Voto: 8

Giulia Di Feliciantonio

LOLO

Regia: Julie Delpy

Sceneggiatura: Julie Delpy, Eugénie Grandval

Anno: 2015

Durata: 99′

Nazione: Francia

Musiche: Mathieu Lamboley

Interpreti: Dny Boon, Julie Delpy, Vincent Lacoste, Karin Viard

RECENSIONE 

Ogni scarrafone è bello a mamma soja.

Lolo della francese Delpy ha portato una ventata di allegria in Sala Perla, caso particolare all’interno delle Giornate degli Autori. Ma ogni tanto le sorprese in quel del Lido di Venezia (decadente, letargico, formale) non guastano.

lolo

Il film si apre con l’incontro tra Violette (Julie Delpy) e Jean-René (lo spassoso Dany Boon): lei professionista sofisticata all’interno del circuito fashonista parigino, lui sempliciotto e geek, esperto di marketing e genio informatico di Biarritz. Così, dopo una gag esilarante al gusto di pesce (lui fa cadere su di lei un pingue tonno appena pescato) i due iniziano una relazione amorosa, dove le battute sul grosso “arnese” dell’uomo sono il punto cardine dei dialoghi tra Violette e le sue amiche over40 (molto mood Sex and the City, con sangria annessa).

Tutto sembra procedere per il meglio, fino a quando Violette non decide di presentare Jean-René al figlio Lolo (Vincent Lacoste): diciannovenne, artistoide, possessivo verso la figura genitoriale e un po’ bamboccione, con lo stecchino del leccalecca che gli sporge da un angolo della bocca. Dopo un inizio apparentemente tranquillo tra le due figure maschili, il ragazzo inizia un vero e proprio gioco al massacro verso il pretendente della madre (ribattezzato sarcasticamente J.R.): cosparge i vestiti dell’uomo con polvere urticante, gli fa ingerire sospette pasticche sciolte nell’ alcol – creando così una potente gag a una festa d’élite organizzata da Violette, che vede come protagonista uno sconcertato Karl Lagerfeld – e con la complicità dell’amico Lulu (spalla muta e corpulenta del ragazzo) riesce a mandare all’aria un importantissimo progetto informatico dell’uomo, infettando con un virus tutto il sistema operativo della banca nella quale Jean-René lavora. Un vero e proprio incubo. Ma forse la soluzione non è poi così lontana. E forse Violette riuscirà ad aprire gli occhi verso il comportamento folle del figlioletto.

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Julie Delpy torna dietro la macchina da presa dirigendo il suo sesto film. Un’altra commedia, meno intellettuale rispetto a 2 giorni a Parigi e 2 giorni a New York – dove i modelli a quali si ispirava erano Woody Allen ed Eric Rohmer – ma più slapstick e screwball giocata sui toni frizzanti di Howard Hawks e George Cukor.

L’attrice francese (oltre che regista, anche sceneggiatrice) – lanciata da Godard, Carax e Kieslowski e consacrata al pubblico internazionale con la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight di Richard Linklater – ha proposto un film che può sembrare all’apparenza leggero e farsesco ma che in realtà ci pone davanti al grosso problema comportamentale genitori-figli, anzi al problema madre mediterranea di figlio maschio che non riesce assolutamente a vedere il marcio della propria prole. Sì, perché Violette difende a spada tratta ogni singolo comportamento di Lolo, giustificando al povero e tonto Jean-René che è solo un ragazzo delicato e fragile che da grande diventerà il più grande artista vivente.

Il tutto farcito da gag fisiche (non sempre all’altezza della visione, che rievocano per certi versi le commedie adolescenziali stile American Pie) e da dialoghi al fulmicotone soprattutto tra Violette e l’amica Ariane (una gustosissima Karin Viard), sboccati e salaci ma graffianti. Un tenue omaggio ai personaggi femminili delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta interpretati da Rosalind Russell e Katharine Hepburn.

Di sicuro non un capolavoro, ma un buon modo per passare 99 minuti all’insegna della spensieratezza e dell’allegria, prima di buttarsi in fila per un’altra proiezione festivaliera (e magari meno ridente).

Voto: 7

Francesco Foschini (Fachiro in incognito al Festival di Venezia)

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE!

Titolo originale: Qu’est-ce qu’on a fai tau Bon Dieu?

Regia: Philippe de Chauveron

Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Guy Laurent

Anno: 2014

Durata:  97’

Nazione: Francia

Fotografia: Vincent Mathias

Montaggio: Sandro Lavezzi

Colonna sonora: Marc Chouarain

Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan

TRAMA 

Un francese cattolico della media borghesia vede sposate tre delle sue quattro sue figlie a uomini di diverse etnie. Quando scopre che la quarta sposerà un uomo di colore, le carte nel mazzo verranno rimischiate.

RECENSIONE

Il film parte presentando situazioni a macchietta e luoghi comuni su cui non sentiamo il bisogno di specificazione – li conosciamo tutti benissimo. Allo stesso tempo si stacca però dal perbenismo tipico delle solite commedie. Dopo la prima mezz’ora, in cui abbiamo fatto la conoscenza dei personaggi, la pellicola decolla e assume un ritmo e un umorismo brillante e simpatico. Si ride veramente! Forse anche grazie al personaggio di Charles (il promesso sposo di colore), di cervello fino nel quale è facile immedesimarsi. La parte centrale è quindi veramente uno spasso e sembra strizzare l’occhio, con le dovute proporzioni, a Quasi amiciProblematizzata però la situazione, il regista cerca una soluzione e un finale che tenda a mettere d’accordo tutti, degenerando nel buonismo: “vogliamoci bene” perché tanto grazie all’amore (e all’alcool) tutto passa e si risolve.

Le vette di umorismo sono alte. Segnaliamo, a titolo d’esempio, la scena del primo incontro di Charles coi futuri coniugi. Un film consigliabile per chi vuole trascorrere due ore in leggerezza.

Voto: 7

Daniele Somenzi

GIOVANE E BELLA

Regia: François Ozon

Sceneggiatura: François Ozon

 Anno: 2013

 Durata: 90

 Produzione: Francia

 Fotografia: Pascal Marti

 Montaggio: Laure Gardette

 Scenografia: Katia Wiszkop

 Costumi: Pascaline Chavanne

 Colonna sonora: Philippe Rombi

 Interpreti: Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Charlotte Rampling

TRAMA

Isabelle, una giovane e bella ragazza parigina, inizia una seconda vita fatta di prostituzione a seguito delle prime esperienze sessuali. Uscire dal vortice entro cui si è spinta non sarà facile, nonostante l’aiuto della famiglia e la propria volontà di giovane donna.

 RECENSIONE

Quale sia il confine che separa malizia e perversione da una più semplice, per quanto peculiare, brama di scoperta sia fisica che interiore è qualcosa di difficilmente catalogabile. Innumerevoli sono le chiavi interpretative che dovrebbero essere giudicate più dalla singola soggettività che da prestabilite regole sociali.

Con la pellicola Jeune et jolie, il regista François Ozon si avventura  nell’osservare le stagioni che scandiscono un periodo di cambiamento nell’adolescenza della protagonista Isabelle (Marine Vacht). La diciassettenne, a seguito della prima esperienza sessuale, intraprende un percorso che la porta a prostituirsi nella Parigi dei giorni nostri. Una decisione forte, non dettata dal bisogno economico né tantomeno perché priva di corteggiatori suoi coetanei. Tuttavia una più o meno consapevole spinta a conoscere il proprio corpo e quello dei più disparati partners occasionali la trascina in un turbinio di incontri del quale non riesce fare a meno.

Una pellicola forte e mai giudicante, che riesce a mantenere un tatto dignitoso anche nelle scene più esplicite e forti dove il confronto tra il corpo giovane e acerbo di Isabelle si sovrappone con quello maturo e avvizzito dei suoi clienti. Il regista, navigato nell’occuparsi di tematiche considerate tabù sociali, è in grado di contestualizzare il punto di vista della protagonista con quello di una società, metaforicamente impersonata anche dalla madre (Geraldine Pailhas), dal fratello (Fantin Ravat) e dalle persone a lei più vicine. Una fitta rete di opinioni e reazioni si interseca con la condotta di vita di Isabelle e spinge lo spettatore a farsi della domande, a mettere in discussione le proprie convinzioni e crearsi un’opinione più coerente su fenomeni sociali come questo, che accadono sempre più spesso in questo periodo storico, anche forse a causa di tecnologie e social media sempre più insinuati nell’ordinario.

Un film tributo al cult di Luis Bunuel Belle de Jour, che, senza troppe provocazioni, riportava una storia fuori dal comune che mantiene ad ogni modo gli intrecci narrativi tipici del romanzo di crescita. Nuove esperienze accostate al cambiamento fisico portano inevitabilmente anche la mente a vivere  mutamenti. Le reazioni possono essere innumerevoli e talvolta le più inaspettate.

Così come la macchina da presa indugia sulla spontaneità e la naturalezza di Isabelle nel fare ciò che fa e si interroga sul suo sguardo così malinconico e sfuggente, anche per lo spettatore può essere un’occasione di riflessione piuttosto che di mera condanna o comprensione.

Voto: 7

Mattia Maramotti

LUCY

Regia: Luc Besson

Sceneggiatura: Luc Besson

Anno: 2014

Durata: 89’

Produzione: Francia

Fotografia: Thierry Arbogast

Montaggio: Julien Rey

Scenografia: Hogues Tissandier

Costumi: Olivier Bériot

Colonna sonora: Eric Serra

Interpreti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Min-sik Choi

TRAMA

La giovane Lucy viene ingannata dal suo ragazzo, che la convince a consegnare una misteriosa valigetta a un gruppo di mafiosi, che la rapiscono e le impiantano chirurgicamente dei sacchetti con una potente droga sintetica.

RECENSIONE

Cosa accade se un comune mortale che usa solo il 10 % delle proprie facoltà cerebrali riuscisse improvvisamente a  progredire fino a controllarne la totalità? Riciclata da una rivista di divulgazione scientifica di second’ordine, questa domanda offre spunto alla nuova pellicola di Luc Besson, Lucy. Infatti  a una Scarlett Johanson in pelliccia leopardata rapita dalla yakuza viene impiantato nel ventre una potente dose di droga dagli effetti cerebrali inattesi, che si scatenano tutti quando un incauto scagnozzo della triade, deluso per non essere riuscito ad approfittare delle grazie della nostra eroina, decide di calciarla proprio lì. E apriti cielo: Scarlett ora non solo ha un formidabile controllo di qualsiasi arma da fuoco, legge e comprende qualsiasi lingua e guida la macchina alla prima esperienza come neanche Schumacher a fine carriera, ma riesce anche a far gravitare i nemici a piacimento, decodificare il pensiero, viaggiare nel tempo. Tutto nel progressivo cammino verso quel 100 % di utilizzo del cervello intorno a cui gravita tutto il film. In virtù dei poteri conferitegli suo malgrado dal narcotraffico, decide anche di svelare il segreto dell’esistenza a un anziano scienziato (Morgan Freeman) downloadando tutto il suo scibile e svelando nel semplice arco di un film (anche piuttosto breve: 80 minuti) il segreto della vita umana. Ma è sempre in agguato la yakuza.

lucy

Basterebbe un pallido tentativo di ricostruzione della trama per descrivere il  fondamentale paradosso che anima tutto il film: una totale incoerenza rispetto allo spunto di fondo, dal momento che non si è usato neanche lo 0,01% delle facoltà cerebrali per scrivere una sceneggiatura parzialmente plausibile. Besson vuole recuperare il virtuosismo della sua filmografia di inizio anni ’90, e rimane indeciso se fare un film di fantascienza che sviluppi spunti para-scientifici,  un cult spara-tutto sulla yakuza  o un’opera d’autore che trasmetta mistici messaggi sul senso della vita e del tempo. Riesce in questo modo a non realizzare nessuna delle possibilità, lasciando vivo solo il pastrocchio di trovate risibili, che fallisce anche il semplice divertimento di un sano so bad so good, ossia il ciofecone rivalutabile per la godibile portata di ridicolo involontario. Che comunque si sprigiona come neanche in una festa a tema. Che dire della lezione di Freeman alla Sorbona, che sembra scopiazzata a piene mani ad una rubrica di Focus? E del viaggio nel tempo di Lucy, la quale, dopo aver rivelato chela matematica è solo una convenzione artificiale, scopre che non lo è il fatto che l’australopiteco suo omonimo sia la prima donna nella terra, tanto da meritare la punta dell’indice di Spielberghiana (o Michelangiolesca memoria)? O della chiavetta USB gigante cui alla fine di un percorso meta-fisico e meta-temporale Lucy consegna la verità assoluta per i posteri fortunati?

Non si capisce infine come possa conservarsi un minimo di pathos quando l’eroina ormai onnipotente deve scontrarsi con i poveri mezzi  della yakuza. Cosa possono farle di male? So pori fiji, i proiettili non hanno alcuna efficacia contro mistici poteri non limitati dalle leggi di un’immaginazione possibilmente coerente. Il tentativo di Besson di marcare la propria presunta autorialità con effetti di regia identificabili (su tutti lo pseudo-montaggio delle attrazioni in cui l’inseguimento di una gazzella da parte di dei ghepardi dovrebbe spiegare i sentimenti di Lucy braccata dalla yakuza) risulta infine superfluo rispetto alle banalità narrative auto-evidenti che vorrebbe commentare con virtuosismo. Il film sembra conservare una qualche utilità solo come costosa pubblicità della Samsung, che sembra marcare ogni dispositivo presente in scena (chi non vorrebbe una chiavetta USB capace di contenere la memoria di Lucy?).

Voto: 1

Giancarlo Grossi

MIRACOLO A LE HAVRE

Titolo originale: Le Havre

Regia: Aki Kaurismaki

Sceneggiatura:Aki Kaurismaki

Anno: 2011

Durata: 93’

Produzione: Finlandia, Francia, Germania

Fotografia: Timo Salminen

Montaggio: Timo Linnasalo

Scenografia: Wouter Zoon

Costumi: Frédéric Cambier

Colonna sonora: The Renegades

Interpreti: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin

TRAMA

Marcel Marx, ex scrittore, vive a Le Havre insieme alla moglie, frequenta il bar del quartiere e lavora come lustrascarpe. Un giorno scopre che la moglie è gravemente malata e conosce un ragazzino africano immigrato illegalmente dall’Africa.

RECENSIONE

Con uno stile personalissimo, essenzialista nella forma e nei contenuti, quasi à la Tatì, Kaurismäki rievoca De Sica con brio; ma se Milano è la città dove veramente i miracoli non potevano accadere, se non nel volo della fantasia di orfani e barboni in bicicletta fra le nubi, a Le Havre ci sono Clochard (ex bohemien) e profughi, ci sono ancora le buone maniere e dei buongiorno che (naturalmente) “vogliono davvero dire buongiorno”. Soprattutto, là c’era il cielo come unico (e indisponibile) orizzonte; qua c’è il mare, aperto verso un paradiso a portata di mano (l’Inghilterra e l’abbraccio materno) e puntualizzato con l’immagine finale – la più essenziale e semplice che ci sia – del ciliegio in fiore.

Le Havre 1

Uno stile che deve pagare pegno: la cura accogliente dei particolari, nelle immagini, nella musica, nelle parole e in volti straordinari, costa al film una formalità che produce un effetto paradossale: quasi che – di contro alla concretezza del film di De Sica che si rifugiava nel sogno – quella di Le Havre fosse una dimensione totalmente onirica.

Le Havre 2

Un ex clochard e un profugo hanno poi lo stesso sogno: una casa e un abbraccio.

Voto: 7

Patrick Martinotta