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12 ANNI SCHIAVO

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: John Ridley

Titolo originale: 12 years a slave

Anno: 2013

Durata: 134’

Nazione: USA

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joe Walker

Musiche: Hans Zimmer

Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Brad Pitt.

TRAMA

America, 1841. La storia vera del violinista  Solomon Northup, uomo di colore nato libero che vive a New York nell’epoca che precede la guerra di Secessione. Raggiunta una certa posizione di agiatezza e la serenità in famiglia, Salomon conosce solo per sentito dire la condizione della schiavitù. Finché un giorno…

RECENSIONE

Il regista britannico Steve McQueen (Hunger, Shame) riporta all’attenzione del mondo con “12 anni schiavo” (vincitore di 3 premi Oscar e del Golden Globe) un dramma oscuro che ha marchiato per sempre la società americana – la stessa che ha appena salutato il primo Presidente di colore – lasciandole una ferita che stenta ancora a rimarginarsi e ne mostra uno dei periodi più atroci. McQueen accompagna lo spettatore negli inferi delle condizioni disumane vissute da migliaia di esseri umani costretti a subire ogni genere di umiliazione e crudeltà. Crudeltà in un crescendo continuo, che più ancora che nel corpo si ripercuote nell’animo di chi oltre che percosso viene quotidianamente denigrato e privato di qualsivoglia dignità.

McQueen ancora una volta dimostra la sua grandezza di regista che non scrive tanto per essere acclamato quanto per dire la verità; denuncia ed analizza la condizione umana degli uomini resi schiavi e lo fa in modo lucido, senza filtri, mantenendo fede ad un racconto tanto crudo quanto crudele sono state le sofferenze vissute ingiustamente dal popolo africano.

Salomon Northup tenta di ribellarsi, di scappare, di trovare ogni possibile via d’uscita per sfuggire all’inferno della prigionia, ma sarà costretto suo malgrado a cedere alla passività e ad una momentanea rassegnazione quando capirà che è l’unico modo per sopravvivere. Sopravvivenza resa possibile unicamente dalla speranza che un giorno il suo destino muterà e dall’arrendevolezza che tuttavia non lo porterà mai ad affrontare la situazione con vittimismo. Alla fine delle lunghe giornate trascorse tra lavori massacranti, troverà nell’inseparabile violino l’unica consolazione, come per gli altri schiavi è consolante il canto disperato. Sottomesso a tal punto da dover rinunciare alla sua identità, abbandonato a sopravvivere in un contesto dove la paura ha tolto ogni forma di solidarietà anche tra gli stessi schiavi, saranno proprio pazienza e astuzia a restituirgli la tanto agognata libertà, per la quale i suoi compagni dovranno aspettare altri 4 anni.

Le scene più crude mostrano un incedere violento di barbare punizioni corporali che spesso sfociano in terribili esecuzioni. Ma sono altre, a mio avviso, le sequenze  più disturbanti, quelle che arrivano come un pugno allo stomaco, riguardano la denigrazione continua e gratuita: come la scena del crudele sorvegliante che canta l’ossessiva cantilena razzista “Ballate, negri maledetti, ballate”; o quella dei balletti notturni nei quali i neri vengono ridicolizzati dopo lo sfinimento di giornate passate nei campi di cotone sotto al sole a suon di  frustate. Una rappresentazione di uomini bianchi che usano la brutalità per mascherare la loro vigliaccheria e debolezza, e sui quali sembra aleggiare l’ombra scura di un castigo imminente che solo l’aldilà potrà riservargli.  Uomini la cui meschinità viene spesso resa possibile solo dall’uso eccessivo di alcol, certi di rimanere impuniti per le proprie malvagità. Uomini, tutelati dalla legge, che sembrano muoversi nell’universo parallelo di una società insana e malata che non risparmia nemmeno le loro donne, che per natura dovrebbero essere più predisposte alla compassione  e che si trasformano anch’esse in carnefici disumanizzate (come nella scena dove viene punita perfino una madre alla quale sono stati strappati i figli).

Il compiacimento nell’umiliazione, il sottolineare continuamente una pretesa supremazia razziale e culturale, vengono giustificati attraverso l’uso improprio della preghiera domenicale, come a lavarsi la coscienza dai sadismi perpetrati e cercare una oscena legittimazione divina per ripulirsi dalle proprie nefandezze.

La grande abilità recitativa – che coinvolge anche gli attori di contorno – dei tre personaggi ai quali ruota attorno la storia, molto bravi nel raffigurare la difficoltà dei rapporti umani, fa sì che si possa  definire “12 anni schiavo” un film bellissimo e allo stesso tempo straziante.

La forte componente espressiva di Chiwetel Ejiofor nel ruolo di Salomon nel portare sullo schermo  l’infelicità e le sofferenze psicologiche del suo personaggio, che poi sono quelle di un intero popolo, è indice di rara bravura. Ma vi si legge anche una grande forza. Lo schiavo Salomon per sopravvivere si vede costretto ad elaborare il dolore e ad annullarsi sino a rinnegare se stesso. Non vi è nulla che quest’uomo non abbia sopportato e lo spettatore, seppur già preannunciato nel titolo, non può fare a meno di chiedersi fino a quando riuscirà a tollerare tali e tante vessazioni fisiche e mentali.

Una strepitosa Lupita Nyong’o, qui alla sua prima esperienza cinematografica, si cala con incredibile intensità nei panni della fiera serva Patsey “la regina dei campi”, ruolo che le è giustamente valso l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Sulla sua schiena infinite cicatrici per la sola colpa di essere  vittima di una spirale perversa di odio-amore che coinvolge un licenzioso padrone-carnefice  e la moglie gelosa. E’ forse nella terribile sequenza delle frustate che Lupita usa al meglio le sue doti interpretative, ormai completamente soggiogata dal padrone schiavista che ne è innamorato ma, non avendo la sensibilità necessaria per vivere un tale sentimento ed essendone al contempo posseduto, lo vuole annientare.

Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen, si conferma uno dei migliori interpreti degli ultimi anni, impersonando magistralmente il ruolo dello schiavista sadico ed esaltato Edwin Epps. Ci vuole bravura per incarnare il male assoluto lasciando trapelare un tale crescendo di arroganza mista a conflitti interiori.

La breve apparizione di Brad Pitt (che del film è produttore) nei panni di un abolizionista canadese al quale si dovrà il merito di mettere fine alla prigionia del protagonista, non apporta nulla al prestigio della pellicola.

“12 anni schiavo” può vantare 9 nomination agli Oscar, è stato osannato nei festival di tutto il mondo ed ha ottenuto incassi stellari grazie anche ad un’ottima regia, splendidi piani sequenza degli sterminati paesaggi della Louisiana col sottofondo della coinvolgente musica di Hans Zimmer e lunghissimi primi piani sui volti dei personaggi che coinvolgono abilmente lo spettatore nella tristezza della storia narrata.

A chi volesse relegare la schiavitù ad un mero tragico episodio, risponderei che una simile  vergogna  epocale và collocata a pieno titolo sul podio delle stragi dell’umanità, e non vi è niente di più sbagliato che relegare certi eventi in un angolo del passato. Quel senso di disagio, di inevitabile turbamento e quel coinvolgimento emotivo che avvolgono lo spettatore durante l’intera durata della pellicola, calandolo nell’armadio del tempo pieno zeppo di scheletri e spaventosi segreti, devono portare proprio ad una profonda riflessione. Perchè non dimenticare diventi un dovere morale.

CURIOSITA’

Il regista affida alle didascalie finali la battaglia legale sostenuta e persa dall’autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto (Northup in quanto nero non poteva testimoniare contro un bianco). Northup fece in tempo a pubblicare le sue memorie documentando l’orrore vissuto nelle piantagioni americane nel libro autobiografico del 1853 coadiuvato  dall’avvocato David Wilson, già autore di pubblicazioni sul tema dell’abolizione della schiavitù e che vendette all’epoca 30.000 copie. E lo fa poco prima di scomparire in circostanze ancora oggi sospette – il dettaglio che non esista una sua tomba non lascia molti dubbi – e dopo essersi battuto a fianco degli abolizionisti per i diritti civili.

Northup dunque, ottenuta una discreta notorietà dopo l’uscita del libro che fece discutere per parecchio tempo, morì in circostanze misteriose. Sicuramente aveva pestato troppi piedi. Nel giro di qualche anno la sua storia cadde nel dimenticatoio, fino a quando nel 1930 una bambina di 12 anni lo lesse per caso nella casa di un amico del padre. Sue Eakin, diventata da grande insegnante e giornalista, decise di ricostruire la storia raccontata da Northup. Nel 2010 Bianca Stigter, moglie del regista Steve McQueen, propose la sceneggiatura al marito, intenzionato da tempo a girare  un film sulla schiavitù negli Stati Uniti.

Agatha Orrico

Voto: 9

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STARRED UP

Regia: David Mackenzie

Sceneggiatura: Jonathan Asser

Anno: 2013

Durata: 106’

Nazione: Regno Unito

Fotografia: Michael McDonough

Montaggio: Nick Emerson, Jake Roberts

Scenografia: Tom Mc Cullagh, Gilian Devenney

Interpreti: Rupert Friend, Jack O’Connel, Frederick Schmidt, Ben Mendelsohn, Sam Spruell

TRAMA E RECENSIONE

Starred Up è un’ottima pellicola in grado di raccontare – in modo molto realistico, senza moralismi e esagerazioni la vita nelle carceri dal punto di vista di un giovane sbandato.

Eric è un diciottenne irrequieto, violento e tormentato che, dal riformatorio dove era recluso in seguito a piccoli episodi di delinquenza, viene trasferito in una struttura per adulti. Il nuovo ambiente, con le sue regole e i suoi codici, dettati non solo dalla polizia penitenziaria ma anche e soprattutto dagli altri detenuti, contribuisce ad amplificare la sua rabbia e il suo comportamento rissoso. Il ragazzo viene rinchiuso nello stesso carcere dove sta scontando una lunga pena anche il padre, che non vede da diversi anni e con il quale ha sempre avuto un rapporto molto difficile, non mancheranno quindi numerose occasioni di scontro e un duro confronto generazionale. Grazie ad un terapista comportamentale (interpretato da Rupert Friend, praticamente il sosia di Orlando Bloom e per un attimo ho pensato fosse proprio lui), che svolge con passione il compito di rieducare i detenuti più violenti, Eric, seppur inizialmente molto restio ad accettare critiche e a lavorare sulla sua rabbia, riesce ad inserirsi nel gruppo di discussione.

In Starred up è tutto vero, almeno è questa l’impressione che si ha. Si assiste alla descrizione dettagliata di tutti i particolari della vita carceraria senza fastidiose edulcorazioni e la spettacolarizzazione del suo lato più duro e brutale, anche se non mancano episodi di estrema violenza. La sceneggiatura, ad opera del debuttante Jonathan Asser, si ispira alla sua personale esperienza di educatore presso il carcere britannico di Wandsworth, ed è proprio per questo che la scrittura risulta credibile in ogni momento, riuscendo ad emozionare rimanendo sempre autentica, senza incappare in facili ipocrisie e pietismi. La complessa condizione psicologica dei detenuti e i loro comportamenti che possono apparire incomprensibili visti dall’esterno acquistano, sotto la guida di una regia attenta a non inciampare nella banalità, un significato che va oltre gli stereotipi della classica pellicola sulla vita carceraria.

Il film convince sempre, offrendo un toccante ritratto di un giovane appena entrato nell’età adulta e del suo complesso rapporto con il padre, entrambi vittime della violenza a causa di una personalità turbata che li porta ad essere in eterno conflitto con se stessi e con il mondo intero. Quello che colpisce fin da subito è l’estrema autenticità della storia, si segue con attenzione il percorso rieducativo di Eric, provando per lui qualsiasi tipo di emozione dalla rabbia alla compassione ed entrando fin dentro la sua piccola cella perché, senza quasi rendersene conto, è proprio lì che si viene catapultati. A fianco di questo diciottenne incazzoso si scoprono i meccanismi che regolano la vita da reclusi, non si spia da lontano come un estraneo che osserva un mondo che non gli appartiene, ma si entra in questa realtà sentendosene parte. Starred up è riuscito a coinvolgermi a tal punto che, solo ai titoli di coda, mi sono sentita nuovamente libera.

Voto: 7,5

Cinefabis

LE CHALLAT DE TUNIS

Regia: Kaouther Ben Hania

Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania

Anno: 2013

Durata: 89’

Nazione: Tunisia, Francia, Canada

Fotografia: Sofiane El Fani

Montaggio: Nadia Ben Rachid

Musiche: Benjamin Violet, Si Lemhaf

Interpreti: Jallel Dridi, Mohamed Slim Bouchiha, Narimène Saidane

TRAMA

Tunisia, 2003: la leggenda di Challat, che vaga fra le strade di Tunisi in sella alla sua moto e con una lama di rasoio tra le mani per sfregiare i più bei fondoschiena delle donne che incontra. Una donna decide di dargli la caccia e far luce sulla sua storia.

RECENSIONE

Miglior lungometraggio africano al 25° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – dalle immagini iniziali sembra quasi di assistere a un film poliziottesco con protagonista Maurizio Merli o Tomas Milian nelle varie Roma e Napoli violente degli anni Settanta, per cruda violenza e stile di riprese. E invece tutto ciò è inquietantemente reale e si svolge lungo le vie dell’odierna Tunisi. O meglio inquietantemente quasi reale. Il film infatti è un mockumentary, un finto documentario.

Le challat de Tunis 2

Un uomo a cavallo della sua motocicletta e attrezzato di rasoio (“challat” in arabo) fa scempio delle terga di giovani donne. Già prima della Tunisia c’erano stati diversi casi anche in Egitto e Siria, tanto da rendere questi carnefici un fenomeno mediatico – e in certi casi perfino di ammirazione – per gli uomini, e un terrore in agguato dietro ogni angolo per le donne.

Ben Hania alterna in maniera spiazzante documentario e fiction. Inizia a indagare su chi possa essere l’effettivo “Challat” di Tunisi. Tra interviste e dichiarazioni, la regista indice un casting per scovare questo personaggio violento e brutale. Durante l’audizione compare Jalel, un ragazzo di 21 anni, che si proclama proprio come il famoso aguzzino tunisino. La regista, dopo un iniziale scetticismo, inizia un pedinamento neorealistico dietro di lui, per carpire e analizzare ogni singolo rapporto che ha con le donne (sua madre compresa).

Quasi come una detective, Ben Hania traccia una storia tristemente reale sfumando sul complicato rapporto che i paesi di stampo islamico hanno nei confronti della donna. Gli uomini intervistati dalla regista elogiano le gesta macabre dello Challat, affermando che le donne seviziate sono state punite per il loro abbigliamento provocante. Dall’altro capo, però, troviamo proprio le stesse donne coinvolte nei fatti, che raccontano alla telecamera tutta la loro frustrazione e la rabbia sia sul pensiero maschilista del loro paese che sulla forze dell’ordine ostinate solo sul ritrovamento di un qualsiasi capro espiatorio per non condannare mai il comportamento feroce di tanti maschi.

Le challat de Tunis 1

Il tutto viene incorniciato dalla creazione di un incredibile videogioco dedicato proprio allo Challat e creato da un estimatore del motociclista armato di rasoio. Un’ennesima umiliazione per le donne. Ben Hania e le stesse vittime si fanno degne portavoci di questa realtà drammatica, uscendone con dignità e ogni tanto anche alzando le mani nel vero senso della parola, come una delle signore che inveisce contro il creatore del videogioco: “Schermo o non schermo tu indottrini i ragazzi a esercitare violenza sulle donne! Dovrebbe essere illegale, sia per gli adulti che per i bambini!”. Una traccia di cinema potente sulla condizione delle donne nel mondo arabo.

Voto: 7,5

Francesco Foschini

AMERICAN HUSTLE

Regia: David O. Russel

Sceneggiatura: Eric Singer, David O. Russel

Anno: 2013

Durata: 138’

Nazione: USA

Fotografia: Linus Sandgren

Montaggio: Alan Baumgarten, Jay Cassidy, Crispin Struthers

Scenografia: Jesse Rosenthal

Costumi: Michael Wikinson

Colonna sonora: Danny Elfman

Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner, Michael Pena, Robert De Niro (non accreditato)

TRAMA

Un sedicente truffatore viene coinvolto in un affare più grande di lui che lo porterà a riflettere sulla propria vita.

RECENSIONE

Il sottotitolo del film – “L’apparenza inganna” – non potevo meglio riassumere il senso di un film di grandi aspettative, ma mendace nella sostanza. La pellicola ha tutti gli accessori giusti: un grande attore che trasforma il suo corpo di film in film, un’ambientazione molto cool, dei costumi fantastici è una serie di altri grandi attori pluripremiati e con nomi di richiamo. Qui risiede il peccato originale del film: avere tanto materiale e tanta carne da mettere al fuoco, ma bruciarla con una trama e delle caratterizzazioni dei personaggi poco curate.

american hustle

Abbiamo un infallibile truffatore che sa come manipolare tutti quelli che ha accanto, tranne la moglie, nonostante essa abbia dei difetti talmente evidenti e irritanti che anche uno con poche risorse saprebbe come divincolarsi da lei senza farsi mangiare dal senso di colpa. Abbiamo una truffa fatta per catturare grandi politici con le mani in pasta (ma siamo sicuri? Si parla in slang di “pezzi grossi” ammiccando allo spettatore)  che un detective decide di mettere in piedi senza un vero obiettivo ma continuando nel corso del film a dire “aspettiamo” per capire cosa succederà.
Lui stesso verrà poi messo incredibilmente da parte. In ultimo, abbiamo un finale che cerca di chiudere la storia in maniera semplicistica e risolvendo problemi e le situazioni difficoltose in poche scene. Ci sono quindi motivi per vedere questo film, ma quello principale purtroppo non c’è: manca una bella storia. Puntare sui orpelli forse ti porta a fare cassa e richiama anche i grandi numeri ma non si può mettere la trama a parte. Sintetizzando:”are you serious? Try again please”.

Voto 4

Daniele Somenzi

SI ALZA IL VENTO

Titolo originale: Kaze Tachinu

Regia: Hayao Miyazaki

Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Anno: 2013

Durata: 126′

Nazione: Giappone

Montaggio: Takeshi Seyama

Colonna sonora: Joe Hisaishi

“Vola solo chi osa farlo” (Sepulveda)

Quanto è assillante questa metafora per gli intellettuali di tutti i tempi, quale prepotente brama di riscatto dal disagio della vita terrena li spinge a cercare nel volo la liberazione ultima?

Il folle volo di Ulisse è il gesto di tutti coloro che hanno voluto oltrepassare il confine e andare lì, dove la realtà non basta a placare quel senso di avvilimento che caratterizza l’anima di un sognatore; ci si deve spingere oltre, in un luogo dove sia possibile far volare un aereo con un dito, un luogo allo stesso tempo dentro di noi e fuori di noi, nelle colonne d’Ercole della nostra immaginazione. Miyazaki rende esplicito fin dalla prima scena di cosa parlerà la sua opera e, nella dimensione onirica della storia, fa rivivere personaggi realmente esistiti. Così facendo, nella sua ultima fatica registica, proietta sul protagonista la propria passione per il disegno e pone finalmente in scena il racconto di eterno bambino sognatore che ha impiegato “dieci anni” per realizzare un progetto e che vuole fermarsi lasciando nel cuore delle persone un faticoso messaggio: sperare.

In un Giappone impressionista e popolato come un quadro di Brueghel, cresce Jirou Horikoshi, rimasto negli annali per aver progettato il caccia giapponese Mitsubishi A6M Zero, per lungo tempo considerato il miglior aereo da combattimento, prima utilizzato per l’attacco a sorpresa a Pearl Harbor e in seguito utilizzato dai giovani piloti kamikaze per i loro voli suicidi contro la flotta americana. Ma il messaggio politico non è quello di esaltare una macchina di morte ma quello di esaltare il genio creativo di qualcuno che a causa di una “miopia” carica di connotazioni simboliche, non può volare ma può solo progettare. “Il viaggio di inverno” di Shubert che si ode da quella finestra aperta sulle buie strade tedesche, è quello di Jirou, è quello dell’eroe romantico che cerca il senso della vita abitando un mondo tutto dentro di sé.

La ricerca tecnica e storica di Miyazaki è estenuante, ogni dettaglio è maniacale. La trasposizione del reale però viene mitigata dal dialogo onirico con l’ingegnere Caproni che risulta essere esilarante, soprattutto per il simpatico stereotipo, in cui il Maestro , innamorato dell’Italia inquadra il nostro famoso progettista. Caproni da buon italiano è allegro, attaccato alla famiglia e al” buon vino”.Questa descrizione è supportata dal geniale Hisahishi che contamina di mandolino una meravigliosa colonna sonora.

In questa sottile atmosfera di dormiveglia, dove il terremoto e la guerra hanno il suono di un luttuoso lamento, “le vent se leve il faut tenter de vivre” e aereoplani di carta e pastelli fanno da sfondo al tenero amore di Jirou e Naoko, amore che spezza il ritmo minuzioso della trama e lo profuma di leggerezza e di quella bellezza e perfezione che caratterizza l’opera d’arte giapponese. Ma quando si alza il vento, la facilità che fa volare un cappello galeotto dalla tua testa è la stessa con cui la vita ti porta via le persone che ami, cosi la malattia porta via Naoko che scompare invitando jirou, che cammina tra le macerie del proprio talento diventato arma di distru.zione, a vivere.

Le opere di Miyazaki ti lasciano sempre qualcosa nel cuore, essere rapiti dall’essenziale semplicità dei sentimenti di cui è composta la vita è sempre calorosamente disarmante. Qualcuno dirà che non c’è la solita magia del maestro in Si alza il Vento, ma dopo il viaggio ghibli questa meta finale non ha bisogno di troppe invenzioni per splendere. Quindi grazie Miyazaki per questa pellicola e per le altre, grazie di aver dato a noi adulti la possibilità di sentirci bambini e grazie per non averci lasciato soli in questa meravigliosa e malinconica via di fuga che è quella dell’immaginazione.

Voto: 9

Sabrina di Stefano

THE BUTLER

Regia: Lee Daniels

Sceneggiatura: Lee Daniels, Danny Strong

Anno: 2013

Durata: 113′

Produzione: USA

Fotografia: Andrew Dunn

Montaggio: Joe Klotz

Scenografia: Tim Galvin

Costumi: Ruth E. Carter

Colonne sonore: Rodrigo Leao

Interpreti: Forest Whitaker, Oprah Winfrey, David Oyelowo, Lenny Kravitz,

TRAMA

Film tratto dalle reali vicende accadute a Eugene Allen, maggiordomo di origine afroamericana, scampato ai campi di cotone e preso a lavorare alla Casa Bianca per oltre trent’anni, nel periodo in cui il pregiudizio razziale e la discriminazione regnavano sovrane.

RECENSIONE

Panoramica di un mondo che difficilmente muta –  quella di Daniels –  partendo dagli anni 50 coi campi di cotone, col padrone bianco pronto a usare, consumare, denigrare il negro lavoratore, alle rivolte nelle strade americane, i movimenti dei freedom writers, le provocazioni e poi ancora le violenze, nel senso stretto del termine, del significato: violentare vite di colore diverso, stretti in pugni di pregiudizi ignoranti, radicati, terroristici. Poi Cecil Gaines, e la sua arrampicata sociale da negro di casa di una famiglia di possidenti terrieri, a cameriere in un prestigioso hotel, fino ad arrivare fino alla Casa Bianca, centro nevralgico del potere politico statunitense. Uomo di fiducia per ben trent’anni, sotto i suoi occhi e le sue premure passano ben sette presidenti, sette storie, e mille i tentativi di cambiare le sorti di minoranze in un paese grande ma schiacciato dalle cattiverie. La storia di questo film ripercorre una fetta sostanziosa della Storia d’America, dai cappucci del Ku Klux Klan, all’uccisione di King e Kennedy.

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In primo piano uno straordinario Whitaker, tramite lui, l’indagine su quel diverso metodo di far rivalutare la propria condizione, avvicinarsi alla distruzione del preconcetto tramite il pacifico senso del dovere, con la serietà di un lavoratore orgoglioso, forse quasi disilluso, che crede ancora nelle istituzioni. Si insegna, passo passo, la delicatezza ostinata della pazienza, che sa essere anche forza, che sa essere anche cambiamento. Tensione ed emozione attraversano l’intera pellicola, che è allo stesso tempo biografica e documentaria. Non mancano picchi di alta drammaticità, magistralmente gestiti da personaggi come Gloria (Oprah Winfrey). Daniels racconta la storia in modo lineare, coerente e verosimile, pur con un profumo di pulito e di ottimismo.

The Butler è uno di quei film necessari a ricordare una storia purtroppo ancora attuale, a insegnare il dolore perché ci interroghi ancora su quanto lentamente il mondo abbia progredito. In questo senso il film non può non ricordare Dodici anni schiavo, Selma o l’indimenticabile Colore viola – per la loro capacità di accendere dibattito e di provocare.

Voto: 7 +

Alessandra Buttiglieri

MONUMENTS MEN

Regia: George Clooney

Sceneggiatura: George Clooney, Grant Heslov

Anno: 2014

Durata: 118’

Produzione: Germania, USA

Fotografia: Phedon Papamichael

Montaggio: Stephen Mirrione

Scenografia: James D. Bissel

Costumi: Louise Frogley

Colonna sonora: Alexandre Desplat

Interpreti: George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jen Dukardin, Hugh Bonneville, Cate Blanchett

TRAMA

Seconda Guerra Mondiale. Il nazismo sta trafugando tutte le opere d’arte presenti in Europa, per selezionare quelle adatte al loro stile e poter allestire dei musei d’arte “assoluta”. Un gruppo di americani avrà l’obiettivo di recuperare queste opere per conservare il messaggio culturale dell’umanità che i nazisti vogliono invece indirizzare verso la propria ideologia.

RECENSIONE

Sia dalle recensioni che dalle interviste ai protagonisti il film viene presentato come un mix tra Ocean’s Eleven (nomi altisonanti che lavorano in collettivo per dare fornire una prestazione degna di nota) e Inglourious Basterds (ce la prendiamo con i cattivi nazisti e colpiamo uno degli aspetti su cui stanno focalizzano l’attenzione: l’arte). In realtà assomiglia più a M.A.SH. in quanto puzzle di scenette che, soltanto una volta messe insieme da lontano, corrispondono al titolo proposto. Peccato che M.A.S.H. nascesse con l’intento di creare dei personaggi “macchietta” che agiscono in maniera comica in situazioni di guerra, mentre Monuments Men si porrebbe il proposito di unire arte, nazismo e un grande cast di star per creare un prodotto semi-autoriale.

Monuments Men

Durante la prima ora si assiste anche qui in maniera farsesca al reclutamento di un gruppo di vecchietti che vengono addestrati come soldati e che pensano soltanto a celebrare l’incontro con brindisi e “riunioni tattiche”, con cartine giganti che più che a scopi strategici sembrano voler insegnare un po’ di geografia agli Americani (non sapranno niente d’Europa, ma anche noi fatichiamo un po’ a ricordarci dove sia il Winsconsin: www.dailybest.it/2013/11/27/mappa-cartina-stati-europa-americani/). I primi piani rivelano espressioni non da duri, ma impauriti, al punto che ai gesti valorosi compiuti da altri si limitano a brindarci sopra. Il film non decolla mai. Con lo scorrere dei minuti l’attenzione dello spettatore comincia a scemare, staccandosi dalla trama per concentrarsi sui baffi di Clooney, il cipiglio di Murray o a cosa scrivere in questa recensione.

Sicuramente ci si sarebbe aspettati di più da Monuments Men, almeno da parte del cast, soprattutto da quel Clooney che, anche in film dello stesso genere e di minor profilo è sempre stato capace di restituire un punto di vista interessante o una riflessione intrigante (da Up in the Air a O Brother, Where Art Thou? fino alle prove registiche di Good Night and Good Luck) che qui resta offuscata.

Monuments Men 2

L’elemento sul quale si era deciso di puntare sembrerebbe la funzione catartica dell’opera d’arte, di fronte alla quale i nostri protagonisti si sciolgono come neve al sole, lasciando però lo spettatore indifferente. Lo spunto iniziale del film, pur molto interessante, rimane così insoddisfatto. La missione è fallita.

 Voto: 4

 Daniele Somenzi

BLING RING

Titolo originale: The Bling Ring

Regia: Sofia Coppola

Sceneggiatura: Sofia Coppola

Anno: 2013

Durata: 90’

Produzione: USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone

Fotografia: Christopher Blauvelt, Harris Savides

Montaggio: Sarah Flack

Scenografia: Anne Ross

Costumi: Stacey Battat

Colonna sonora: Daniel Lopatin, Brian Reitzell

Interpreti: Emma Watson, Katie Chang, Israel Broussard, Claire Julien, Taissa Farmiga

TRAMA

Tratto da una storia vera. Un gruppo di ragazzi adolescenti a Los Angeles entra di nascosto nelle case delle star per rubare loro vestiti e gioielli.

RECENSIONE

La Coppola decide di raccontare questa storia facendo parlare soprattutto i fatti, liberandoli da ogni giudizio morale. Il percorso dei ragazzi è presentato come un gioco del quale viene valorizzata l’escalation, dai furtarelli nelle macchinette aperte fino ai colpi nelle case. Il tutto parte appunto come una banale sfida accennata tra due amici, per combattere la noia con canne, alcool e persino di blog di cronaca rosa. Paris Hilton è fuori casa per un evento mondano; i ragazzi ne approfittano, entrandovi furtivamente e, seppur per pochi minuti, si sostituiscono a lei immergendosi nella sua ricchezza e nel suo stile. Entrare è facile perché la celebrità non è che una persona qualunque, che lascia le chiavi di casa sotto lo zerbino. Tutto sbrilluccica, è bello, è ricco, è alla moda; tutto è facile e alla portata. La gente che lotta, suda, lavora ogni giorno per guadagnarsi ciò che gli piace è lontana anni luce. Basta aprire qualche cassetto e i soldi sono lì a portata di mano. I ragazzi portano via alcuni vestiti, gioielli e borse: la quantità di oggetti è talmente enorme che la Hilton neppure si accorge del furto.

Entra quindi in gioco la dinamica adolescenziale della ricerca del limite. L’eccitazione dei ragazzi è talmente grande per essere riusciti a “finire il livello” senza danno subito, che questo dà il via alla ricerca di un’eccitazione ancora più forte – che, per essere vissuta sino in fondo, va condivisa con gli amici. Il bisogno rompe ogni limite, portandoli a rischiare sempre di più e a parlare liberamente del loro “gioco” anche a semisconosciuti. Il ruolo del genitore è invece quello dell’assenza: è ritratto spietatamente come una figura che compare solo a chiedere “va tutto bene?”, oppure impegnato in un lavoro che lo porta lontano da casa, oppure troppo centrato se stesso per poter aver spazio per pensare al figlio. Il trucco è sempre lo stesso e, nella sua semplicità, alla portata di tutti: controllare su Internet i movimenti delle star per avere via libera. Una volta toccato il limite i ragazzi vengono catturati. In modo circolare si torno all’inizio del film, quando i protagonisti si espongono allo spettatore per raccontare la propria esperienza e per rappresentare la condanna alla società, inadeguata a comprenderli e incoerente nel giudicarli.

 

Ciò che più è interessante non sono i diversi e delicati temi toccati, quanto il modo in cui vengono rappresentate la società moderna e vivere adolescenziale – incentrato sul “qui e ora”: conta solo l’emozione del momento, quello che sta fuori dalla mia vista non esiste e le conseguenze le affronterò quando ci saranno. Gli altri non sanno darmi consigli utili. I miei genitori devono fare come voglio io. La droga è un passatempo. Il furto è divertente. L’obiettivo della regista è stato centrato: presentare allo spettatore una realtà che suscita molte domande e lasciare allo spettatore la responsabilità di una risposta.

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Regia: PierFrancesco Diliberto

Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani

Anno: 2013

Durata: 90’

Produzione: Italia

Fotografia: Roberto Forza

Montaggio: Cristiano Travaglioli

Scenografia: Marcello Di Carlo

Costumi: Cristiana Ricceri

Colonna sonora: Santi Pulvirenti

Interpreti: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè

TRAMA

La storia accompagna il protagonista Arturo nella sua giovinezza fino alla prima età adulta, raccontando il suo punto di vista sui fatti accaduti a Palermo tra gli anni 80 e i primi anni 90.

 RECENSIONE

Chi ha seguito i lavori di Pierfrancesco Diliberto – in arte “Pif” – ritroverà in questa sua prima opera da regista la stessa concretezza delle puntate de “Il testimone”, con le sue inchieste divertenti, leggere ma con un punto di vista sempre mirato a restituire un’immagine concreta della persona che intervistava.

In “La mafia uccide solo d’estate” il regista è stato in grado, con inaspettata semplicità, di far vivere una situazione per lui importante e drammatica, in una modalità quasi priva di giudizio nei confronti degli avvenimenti, ma descrivendoli con gli occhi di un bambino e poi di un adolescente e poi di un adulto disinteressato alla situazione in sé.

È proprio questa acriticità che permette allo spettatore di mettersi nei panni dell’altro e riconoscere l’importanza di conoscere questa storia, che è la nostra storia, così vicina nel tempo ma così lontana nella memoria di chi come me è nato nei primi anni 80.

Il paragone con “La vita è bella” di Benigni alla fine della visione è stato praticamente automatico, perché Pif parla di relazione, vissuti, lavoro, amore, famiglia con una grande spensieratezza falciata in alcuni tratti da quello che poi succede in strada durante il film. Significativa anche la sequenza finale – che naturalmente non sveliamo – che passa in maniera molto diretta un messaggio semplice ed esplicito: “Non dimenticare il passato. Anzi! E’ importante conoscerlo e viverlo per costruire un futuro migliore”.

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

LA MADRE

Titolo originale: Mama

Regia: Andreas Muschietti

Sceneggiatura: Andreas Muschietti, Barbara Muschietti, Neil Cross

Anno: 2013

Durata: 100’

Produzione: Canada, Spagna

Fotografia: Antonio Riestra

Montaggio: Michele Conroy

Scenografia: Anastasia Masaro

Costumi: Luis Sequeira

Colonna sonora: Fernando Velàzquez

Interpreti: Jessica Chastain, Nikolak Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash

TRAMA

Victoria e Lilly sono due sorelle miracolosamente ritrovate vive nella foresta cinque anni dopo il giorno della loro scomparsa e dell’assassinio della madre. Le bambine sembrano però portare con sé qualcosa di spettrale.

RECENSIONE

“Una personalità lasciata ad essiccare, ciò che ne rimane é il cadavere di un’emozione. Il cadavere di Madre é un amore materno possessivo. “Mama” non é la storia di un mostro ma la storia di un’emozione molto umana che ha assunto proporzioni mostruose”. Con tali parole il produttore Guillermo Del Toro descrive un film strettamente collegato alle innate emozioni provate da una madre nei riguardi del proprio figlio. Questo delicato rapporto può diventare, a tratti, patologicamente simbiotico rilegando il figlio nella dimensione infantile per più del tempo necessario, dove non gli sarà possibile sviluppare al meglio le sue capacità materiali ed intellettive. Il rapporto materno si trasforma così da stimolante e protettivo in claustrofobico, deleterio, velenoso e addirittura mortale.

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Madre attua vere e proprie aggressioni contro Luke ed Annabel, tutte nel tentativo di preservare il suo rapporto esclusivo con Lily e Victoria, le sue uniche bambine. Il loro pianto, proprio come una vera madre farebbe, viene riconosciuto in qualunque circostanza scatenando la furia più implacabile di Madre, pronta a correre immediatamente in soccorso delle due sorelline che lo zio Luke ed Annabel minacciano di far crescere. Le due sorelle, parti “indivisibili” di uno stesso essere, vivono però in condizioni diverse. Per Lily la conoscenza del mondo esterno si riduce a quello con cui, attraverso Madre, ha potuto interfacciarsi fin da molto piccola. Nel caso di Lily, non sono di fatto riscontrabili legami precedenti. Victoria, invece, ha una maggiore conoscenza del mondo esterno/terreno, al di fuori di quello che Madre é stata in grado di darle. Victoria ha ancora il ricordo di suo padre del quale, per quanto spietato e pericoloso, non ha mai di fatto abbandonato la speranza di poterlo riabbracciare. Siamo in questo caso di fronte ad un legame precedente molto forte, che è rimasto semplicemente assopito durante tutti i 5 anni di scomparsa.

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“La Madre” fa riflettere sul concetto di famiglia, la quale non é necessariamente sangue del nostro sangue. Non ha importanza il sesso, il ceto sociale, l’aspetto di chi ci cresce, quanto se é quella persona a darci il sostentamento fisico ed emotivo necessario per farci crescere. D’altro canto la famiglia non sempre fa il bene; Lily muore per stare con Madre. Victoria ha un futuro, diventerà grande, crescerà, si evolverà, cambierà perché più grande fisicamente e più consapevole emotivamente della sua natura, inconciliabile con quella di Madre dalla quale è capace di separarsi con deciso distacco. Lily, invece, vivrà per sempre la sua dimensione infantile in braccio a Madre, nell’eterno momento della mortale caduta che priva la bambina della sua umanità. Lily rinuncia “volontariamente” a crescere, a cambiare, ad evolversi al fine di “vivere” per sempre con Madre.

Voto: 8

Cristina Malpasso