LA GRANDE BELLEZZA

Regia: Paolo Sorrentino

Soggetto: Paolo Sorrentino

Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello

Anno: 2013

Durata: 142′

Produzione: Italia/Francia

Casa di produzione: Indigo Film, Medusa Film, Babe Films, Pathé

Fotografia: Luca Bigazzi

Montaggio: Cristiano Travaglioli

Scenografia: Stefania Cella

Costumi: Daniela Ciancio

Colonna sonora: Lele Marchitelli

Interpreti: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Iaia Forte, Carlo  Buccirosso, Pamela Villoresi, Isabella Ferrari

TRAMA

Jep Gambardella, affascinante giornalista e scrittore, “primo fra i mondani” della vita notturna di Roma, il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno comincia una malinconica riflessione sulla sua vita e sul mondo che lo circonda, per cercare, fra le maglie di un paesaggio vuoto e assurdo, il barlume di una speranza e di una Grande Bellezza.

RECENSIONI

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”

La grande bellezza

Basandoci, per pigrizia, sul confronto con Fellini, porrei in secondo piano l’immediato richiamo alla Dolce vita per affermare casomai un parallelismo con E la nave va, altro film barocco e inevitabilmente noioso, ma capace di esprimere perfettamente l’impossibilità di raccontare il niente. Non la decadenza di Roma e dell’Italia sembrano essere l’oggetto de La grande bellezza, ma il tempo perduto, la vecchiaia e il suo disincanto. La città eterna, orgogliosamente chiusa nella prigione del proprio passato e nell’immobilismo dei suoi monumenti, diventa protagonista in quanto dimensione spaziale esemplare per rappresentare l’idea di tramonto. Ma la Roma di Sorrentino diventa una città da cartolina, non meno goffa e caricaturale di quella del Woody Allen di To Rome with Love, col suo corteo di personaggi-macchiette. Ben lontano dalla poetica metafisica di Fellini, lo stile di Sorrentino si rifugia nel grottesco: la sua indiscussa abilità tecnica finisce con l’infastidire, scivolando troppo spesso in leziosismi e prolissità alla peggior Terrence Malick, con sarcasmo saccente (travestito da sagace ironia) e monologhi autocompiaciuti (mascherati da brillanti dialoghi). Finisce tutto così, a questo niente, nascosto sotto il chiacchiericcio e il bla bla bla.

Voto: 4

Patrick Martinotta 


I. Nella GB non c’è una trama vera e propria (in realtà c’è), ma una serie di personaggi che ruotano attorno al protagonista, Jep Gambardella, uno scrittore in disarmo che immaginiamo ricchissimo, e che ama girovagare per Roma, come un flaneur d’altri tempi. Le sue passeggiate, accompagnate da una colonna sonora magistrale, sono i momenti migliori del film; lasciando libera l’immaginazione si riesce a sognare in compagnia di quest’uomo, che ha eretto a condizione universale la sua solitudine e la sua tristezza.

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II. Jep non è un nichilista, come in molti hanno sottolineato, ma un cinico, che cerca di resistere all’attrazione gravitazionale del cinismo contemporaneo. Che differenza c’è tra nichilismo e cinismo? Una differenza piccola, questa: se il nichilista non crede in niente (e in questo senso lo siamo stati tutti almeno per un momento), il cinico crede nelle piccole cose: non esistono (più) grandi ideali liberatori (l’amore, la libertà, …), ma per converso non esistono (più) neanche grandi tragedie (soffriamo tutti, chi più chi meno: non c’è nulla di notevole in questo). Il cinico crede nelle cose minute, come le strategie e giochi di prestigio, alle quali s’affida per sopravvivere. Nei momenti migliori di questo film, troviamo un protagonista che aspira a credere in qualcosa di più grande, che aspira a tenere viva la fiamma dell’illusione che ci possa essere qualcosa di preferibile all’arido quotidiano, fatto di piccole cose miserabili, ma cosa? Bisogna vedere il film per saperlo, e arrivare fino alla fine. Nei momenti peggiori, invece, Jep cede al costume contemporaneo, volendo schiacciare gli altri alla misura della propria mediocrità (l’artista simil Abramovic, la scrittrice impegnata, ecc.). Questo è un limite enorme.

la g

III. Molti hanno amato e odiato questo film per gli stessi motivi: l’apparente inafferrabilità del suo significato. C’è chi ha un gusto per l’ambiguità (e tutto sommato non ama ragionare sul senso dei film), e c’è chi invece odia la noia e ama divertirsi, e ha dunque bisogno di un filo da seguire, di una storia che appassioni o diverta. In entrambi i casi si perde qualcosa di questo film, che ha al suo centro un’idea forte, che è quella della bellezza – della sua inafferrabilità, della sua estrema fuggevolezza – attorno alla quale ruotano le storie, le immagini, le musiche e tutte le chiacchiere che sentiamo dall’inizio alla fine. Nei suoi momenti migliori questo film lascia credere che sia possibile a tutti, almeno una volta, partecipare di questa bellezza, incarnata in un incontro in una persona in un amore, e che questo possa durare e dare senso, l’unico senso possibile, alla vita, nei suoi momenti peggiori, invece, il film sembra implicare che non c’è significato possibile se non nel ricordo, e che dunque ci sia, in fondo, sempre preclusa la possibilità di una vita felice e significativa. La felicità è impossibile, perché se la viviamo non sappiamo dirla, e riusciamo a dirla solo quando è finita. Non c’è nulla di universale in questa declinazione cinica dell’esistenza. Solo una forma di stanchezza del pensiero, alla quale siamo facilmente proni, oggi. Un film, per esempio, non è una piccola cosa.

Voto: 8

Giuseppe Argentieri


 

VOTI

Patrick Martinotta: 4

Giuseppe Argentieri: 8

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