71ª FESTIVAL DI VENEZIA – PARTE 3

ORIZZONTI

Goodnight Mommy (Ich seh/Ich seh) di Veronika Frank e Severin Fiala (Austria). Voto: 8½

La moglie di Ulrich Seidl, dirige a quattro mani con Severin Fiala questo horror dalla confezione incantevole. Una madre torna a casa dai figli gemelli, di dieci anni, con il volto ricoperto di bende. Pare irriconoscibile nel suo carattere che ora appare dispotico, e non è chiaro se sia davvero lei. I misteri che si affollano accanto questo ritorno sono tanti, e il tutto sfocerà in un sadico film di tortura, ai confini della sopportabilità. Il finale a sorpresa riduce il film ad essere un one-shot movie, stile “Il sesto senso”, e questo è probabilmente l’unico limite di un film di ipnotica bellezza che mantiene per tutta la sua durata una tensione palpitante, attraversato da un sottile sadismo che lo avvicina molto al cinema del connazionale Haneke. A livello tematico andrebbe confrontato con “Il Ritorno”, sottovalutato capolavoro di Andrej Zvyagintsev, che vinse il Leone d’oro nel 2003. Uno dei migliori film visti a Orizzonti.


Hill of Freedom (Jayueui onduk) di Sangsoo Hong (Corea del Sud). Voto: 7½


Jackie & Ryan di Ami Canaan Mann (USA). Voto: 6½


Réalité di Quentin Dupieux (Francia/Belgio). Voto: 6

Film genialoide e delirante sui confini tra realtà e finzione, pieno di arditi giochi intellettualistici e di giochi di scatole cinesi, con un occhio all’ ultimo Lynch. Non riesce ad andare oltre una brillantezza fine a se stessa, tutto sommato fredda e sterile.


Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco (Italia). Voto: 8

Magnifico e importante film su un film che non si è fatto, che descrive magistralmente uno spaccato inquietante dei rapporti tra mafia e berlusconismo, non solo ai piani alti ma anche a livello popolare.


Court di Chaitanya Tamhane (India). Voto: 7

Insolito film giudiziario in cui, più che all’esito del processo, l’esordiente regista (classe 1987), sembra interessarsi alle vite private dei personaggi, ai tempi morti che le caratterizzano, scavando su alcune contraddizioni dell’ India contemporanea. Un esordio apprezzabile, ma non folgorante: c’è troppo distacco rispetto ai personaggi. Vincitore del primo premio del concorso Orizzonti, nonché del premio opera prima Luigi de Laurentiis. Troppa grazia.


SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

Figlio di nessuno (Ničije dete) di Vuk Ršumović (Serbia). Voto: 10

Il trentanovenne regista esordiente riesce a costruire una sorprendente parabola sulla condizione umana, attraverso la vicenda del percorso di civilizzazione all’interno di un orfanotrofio di un ragazzo selvaggio, ritrovato nei boschi della Bosnia. Il tutto calato nel periodo storico dello sfaldamento della Jugoslavia, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Film circolare, apparentemente classico, in realtà di una complessità e compiutezza stupefacenti. Il vero capolavoro dell’intero Festival. Avrebbe meritato di essere in concorso. E di vincere il Leone d’oro.


Una bara da seppellire (Binguan) di Xin Yukun (Cina). Voto: 7

Un film che utilizza curiosamente lo stesso meccanismo narrativo visto quest’anno ne “Il capitale umano”, quello non nuovissimo della narrazione dello stesso evento da più punti di vista (ricordate Rashomon?). In questo caso al centro della vicenda c’è un omicidio. Il film è più che discreto, con un buon ritmo. Tuttavia contiene un mistero insolvibile: per non si capisce quale motivo, in contesti e momenti diversi, ogni volta che viene inquadrata una televisione, questa trasmette sempre lo stesso documentario sugli oranghi!


The Smell of Us di Larry Clark (Francia). Voto: 5

Larry Clark si trasferisce in Francia, ma gira sempre lo stesso film sugli adolescenti sbandati, sempre diviso ipocritamente tra le lacrime di coccodrillo e la celebrazione dell’età inquieta, per cui il regista sembra avere un ossessione che sconfina nel feticismo più spinto. Clark manca di vero amore per i personaggi, che inquadra con uno sguardo a metà tra l’avidità di un voyeur e la freddezza di un documentario di Super Quark.


Messi di Álex de la Iglesia (Spagna). Voto: 3

A cosa serviva la firma di de la Iglesia (mai così anonimo) per costruire quella che è a tutti gli effetti una semplicissima puntata di “Sfide”?


I nostri ragazzi di Ivano De Matteo (Italia). Voto: 5

Film diretto, interpretato e scritto con gli stilemi di una fiction televisiva di raiuno, con Lo Cascio mai così annoiato nell’interpretare il solito ruolo di buon borghese apparentemente (in questo caso) illuminato (ancora? ma quanti anni sono passati dalla Meglio Gioventù?). Il finale è decoroso e aggiunge un briciolo di spessore all’operazione, che però non riesce a salvarsi in toto.


The Farewell Party (Mita Tova) di Sharon Maymon, Tal Granit (Israele). Voto: 4

La colpa peggiore di questo film sull’ eutanasia è la pressoché totale mancanza di problematizzazione rispetto a un tema così complesso e delicato. Il film prende una netta posizione, e fin qui niente di male, ma lo fa con l’unilateralità di uno spot televisivo, e con estrema superficialità. Un po’ di polifonia non avrebbe guastato.


Angelo Grossi

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