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ORSON WELLES, AUTOPSIE D’UNE LÉGENDE

Regia: Elisabeth Kapnist

Anno: 2015

Durata: 56′

Nazione: Francia

Fotografia: Thomas Bataille

Montaggio: Dominique Faysse

Orson Welles compie cento anni. Elisabeth Kapnist – con Orson Welles, autopsie d’une légend – rende omaggio a uno dei più grandi cineasti di tutti i tempiregalandoci un documentario inedito sul personaggio, che attraverso Quarto PotereL’orgoglio degli Amberson e L’infernale Quinlan, ha aggiunto un tassello fondamentale al linguaggio cinematografico del Novecento.

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Kapnist, attraverso sequenze di repertorio (alcune inedite) e interventi di colleghi ed esperti che hanno avuto occasione di lavorare con Welles (Jeanne Moreau, Charlton Eston, Roman Polanski, Joseph McBride e Francis Ford Coppola), ha realizzato un documentario che ripercorre tutte le tappe fondamentali della sua vita. Dall’epocale annuncio via radio su un’invasione aliena che scatenò il panico tra gli ascoltatori, alla scena degli specchi de La signora di Shangai (divenuta nel tempo una delle più iconiche sequenze della storia del cinema) fino al minore successo ricevuto in America e alla maggior comprensione artistica in Europa, sancita dall’ovazione per il suo Falstaff al Festival di Cannes 1966. Una vita intensa che Kapnist ha descritto fedelmente: la cultura, l’ironia, la filosofia e soprattutto l’arte di Welles non vengono mai tradite.

Voto: 6,5

Francesco Foschini

 

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SEMBENE!

Regia: Samba Gadjigo e Jason Silverman

Anno: 2015

Durata: 82′

Nazione: Senegal

TRAMA

All’inizio degli Anni Cinquanta, Ousmane Sembene, uno scaricatore di porto senegalese, si mette in testa di diventare il narratore della nuova Africa. La sua voce si è trasformata così nel simbolo di ciò che una terra complessa come l’Africa vuole raccontare ma spesso non può farlo liberamente.

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RECENSIONE

Un percorso, quello di Ousmane Sembène, che sembra un romanzo: dall’infanzia spesa tra acqua, alberi, pesca e caccia nella zona senegalese della Casamance, agli studi in Russia, passando per l’educazione da autodidatta alla letteratura e ai temi dell’anticolonialismo. Arrivando così a scoprire la vera vocazione, quella del cinema e del racconto nazionale della “sua” Africa. Considerato il padre del cinema africano, Sembène ha portato un’arte che nel continente più antico del mondo era ancora assente: «Mancava tutto del cinema africano, compresi i fan». Il documentario di Samba Gadjingo (biografo ufficiale di Sembène) e Jason Silverman racconta efficacemente le gesta di un personaggio che ha voluto dare spazio e voce alla popolazione senegalese denunciandone precarietà, cattiva informazione e ingiustizia; inoltre evidenzia le tappe vitali e cinematografiche del regista scomparso nel 2007. Camp de Thiaroye diventa un interessante quanto spietato ritratto del colonialismo in Senegal, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il film girato nel 1988 (ma ambientato nel 1944), risultò così “scomodo” che il governo francese ne vietò la proiezione su tutto il territorio nazionale. Ma fu ventidue anni prima, con La nera di… (1966), che Sembène ottenne il successo mondiale. Il film (che verrà proiettato subito prima del documentario di Gadjingo e Silverman) è un atto di denuncia sullo sfruttamento di una giovane donna senegalese da parte di una famiglia della borghesia francese. Il ritratto del regista che Gadjingo e Silverman mettono a fuoco nel loro documentario ci fa capire che i film di Sembène sono atti politici, attraverso i quali i membri della comunità senegalese si ribellano alla condizione di schiavitù. Tra foto d’archivio e interventi di amici e parenti – tra cui Spike Lee, Danny Glover, Angela Davis, Mahen Bonetti, W. E. B. Du Bois – spicca il figlio Alain che ricorda affettuosamente i discorsi fatti col padre: “Con lui non si parlava mai di famiglia, ma di rivoluzione, di Africa e del futuro. Oltre a figlio ero diventato anche suo amico”.

Voto: 7-

Francesco Foschini

NITRATE FLAMES

Regia: Mirko Stopar

Sceneggiatura: Mirko Stopar

Anno: 2014

Durata:

Nazione: Norvegia, Argentina

Fotografia: Diego Poleri

Montaggio: Torkel Gkorv

Colonna sonora: Santiago Pedroncini

RECENSIONE

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Con Nitrate Flames Mirko Stopar ripercorre la vita e l’arte di Renée Falconetti, soffermandosi soprattutto sul suo rapporto con Carl Theodor Dreyer sul set de La Passione di Giovanna d’Arco (1928). Un legame travagliato tra musa e maestro, vittima e carnefice, sacro e profano. Stopar alterna frammenti originali, sequenze ricreate con attori e registrazioni audio. Descrive l’ascesa e il declino dell’attrice francese: dagli studi al Conservatorio di Parigi, fino all’incontro con la Comédie-Française, dopo avere interpretrato il film-simbolo di Dreyer. Infine il veloce declino che la portò all’oblio e alla morte. Un excursus intenso e drammatico per un’attrice che ha girato un solo film in tutta la sua carriera. Una lavorazione talmente intima e profonda che ha portato Dreyer a confondere il set con la realtà. Falconetti fu talmente coinvolta che ebbe numerose crisi nervose durante la lavorazione. I suoi occhi espressivi sono gli unici indicatori dello strazio che provava sul set. Il suo secondo nome era Jeanne, forse non è poi così strano che il ruolo di Giovanna d’Arco l’abbia “incoronata” a icona muta della cinematografia mondiale.

Voto: 5

Francesco Foschini

PRINCE

Ayoub, Frankie, Achraf, Oussama sono tutti ragazzi che vivono nella periferia di Amsterdam. Le loro giornate procedono all’insegna della noia di quartiere, giocare con i petardi è l’unico passatempo. Ayoub, il protagonista, prende una cotta per la bella Laura, che però è già impegnata con un bullo della zona. Anche Ayoub, per farsi valere, non esiterà a modificare i propri istinti, portandoli da pacifici a violenti.

prince

Prince è l’opera prima del regista olandese Sam de Jong (menzione speciale alla Berlinale 2015). Racconta una sorta di fiaba nera e drammatica sulla ribellione comportamentale degli adolescenti di borgata. Il protagonista, per metà olandese e per metà marocchino, si trasforma da pacifico a ragazzo violento di periferia, per cercare il rispetto nella buia realtà che lo circonda. L’ascesa di un principe al negativo, un giovane che per proteggere chi ama – la madre, la sorella e soprattutto  se stesso – non esita a esercitare l’impulso primordiale della prevaricazione. De Jong riesce a far entrare nell’inquadratura il caos interiore di un adolescente attraverso riprese lineari, rigorose, pulite (in particolare grazie alle suggestive inquadrature grandangolari delle prime scene). Contrasto che riesce a farci percepire il disagio interiore che sta provando Ayoub, per quanto galvanizzato da quello che è diventato (grazie anche alla figura di Kalpa, bizzarro personaggio del quartiere, “guru” di Ayoub che sgozza maiali con totale nonchalance). Un “piccolo” principe con aggiunta di corona.

Tutte le ascese, però, hanno anche una discesa, e in questo caso risulta emblematica nel film di de Jong: la morte del padre di Ayoub per overdose di eroina e il conseguente funerale asettico accompagnato sulle note diCon te partirò di Andrea Bocelli. Un triste evento che diventa catarsi perfetta per fare i conti sulla piega che ha preso la vita, non solo del protagonista, ma di tutti i personaggi. Nessuno escluso. Prince è un film che, sulla base di un’apparente leggerezza adolescenziale, in realtà ci propone una profondità già proiettata verso un’emancipazione adulta. Il tutto scandito dalle influenze 80’s del soundtrack, in cui spicca il brano Stock del musicista olandese Palmbomen.

Voto: 8

Francesco Foschini

INTERVISTA AD ANNA MAZZAMAURO

Abbiamo incontrato la spumeggiante attrice romana a Milano, dove ha ritirato il premio Queen of Comedy. Formatasi in teatro e resa celebre grazie alla saga di Fantozzi, Anna Mazzamauro ci ha portato nel suo mondo. Dove non esistono diversi. Perché «sono gli altri a essere troppo uguali»

 «È giusto che al di là dell’etichetta ci sia un mondo di creature che abbiamo il diritto di amare quello che vogliono. Io sono con loro, voglio essere la regina della libertà della loro vita. La libertà di essere come ti pare. Non sono io che sono brutta, sono gli altri che sono troppo belli».

Onorata dal riconoscimento?

Non amo ricevere premi perché le organizzazioni pretendono sempre che tu faccia qualcosa per sdebitarti, un monologo, un film, una canzone… Qui al MIX è diverso, sono persone autentiche che hanno eletto me come attrice di libero pensiero e di libero animo. Sono sempre stata un’artista libera – non libertina – che ha raccontato e che racconta idee rare.

Un premio di libertà …

Questo premio ha come tema, per forza e necessariamente, la libertà di essere come sei, come vuoi, di manifestare l’amore come ti pare. Non bisogna mai correre il rischio di etichettare il senso che si vuol dare alla propria libertà. Sono un’attrice e ho il diritto sacrosanto di recitare. Molto spesso quelli che non manifestano il proprio amore, l’amore con la A maiuscola, nel teatro o nella vita, fraintendono. Mi piacerebbe essere tutto quello che gli altri considerano di “inverso” (gay, nera…) e urlarlo.

Mi racconti della sua ultima pièce, Nuda e cruda, che invita a essere fieri della propria diversità …

Lo spettacolo pone alla base la felicità di non essere come gli altri, un invito a non ghettizzarsi. C’è un momento dove parlo della diversità, un dialogo fra una madre e un figlio: lui le rivela la propria omosessualità e lei dice: «Mio Dio, un figlio diverso!» e il figlio ribatte: «Mamma, non sono io quello diverso, sono gli altri che sono troppo uguali». Questo è il mio pensiero. È giusto che al di là dell’etichetta, ci sia un mondo di creature che abbiano il diritto di amare quello che vogliono.

Che rapporto ha con il suo fisico? Un tempo si definì «la Sharon Stone dei quartieri bassi», aggiungendo che lei, a differenza della Stone, «porta le mutande».

La bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: la bruttezza dura (ride). Io mi ritengo bellissima, se mi dici che sono brutta ti do un cazzotto che te lo ricordi per tutta la vita, perché altrimenti non ha senso quello che ho detto prima.

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Che cos’è l’ironia per Anna Mazzamauro?

Io credo che sia nel Dna. Per arrivare all’ironia bisogna frequentare prima l’autoironia perché io non posso denigrare gli altri se non l’ho fatto prima su me stessa, altrimenti diventerei un’arrogante che ha la presunzione di guardarli; io li posso guardare ma non li devo criticare. L’autoironia è nata per me quando mi sono guardata allo specchio la prima volta. Dopo di che ho posato lo specchio e mi sono rivolta agli altri, e da qui è nato il mio modo di fare teatro che è comico, ironico, sentimentale, drammatico, tragico: è libertà di essere come mi pare! Questo è il senso della mia vita, non smetterò mai di amare questa libertà che, al giorno d’oggi, purtroppo, è una parola abusata in troppi ambienti, come la politica.

Una sua impressione sulla situazione del teatro in Italia?

Adesso il teatro è cambiato. Non esiste più il grande teatro dove i grandi attori recitavano le grandi tragedie e le grandi commedie per il grande pubblico. Adesso c’è un’inflazione di comici che io chiamo “comicastri” che nascono da certe trasmissioni orrende. Dico certe perché alcune sono bellissime, non generalizzo assolutamente, non sono così cretina. “Comicastri” che lasciano il tempo che trovano, ma lo rubano a quelli veri che recitano da una vita. Gente improvvisata, gente che magari ha un chiosco di gelati e poi si mette a fare il comico e il pubblico abbocca perché la volgarità è vincente. I comici veri erano quelli del Seicento che andavo nei castelli con i carrozzoni, mentre i grandi comici contemporanei sono finiti con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi… Purtroppo i giovani attori di oggi ignorano il passato, forse sanno chi è Giorgio Albertazzi perché è ancora vivo, fortunatamente per lui, e ogni tanto appare in televisione. Io non voglio fare quella che rimpiange il tempo che fu, perché sarei una vecchia rincoglionita e non lo sono (ride). Forse è giusto che le nuove generazioni siano così. La spontaneità e la verità della grande arte sono state sostituite da altro.

E la situazione attuale del cinema italiano?

Io frequento più il teatro del cinema. Il cinema secondo me, quello che la gente amava e che tutt’ora ama, ha seguito la stessa sorte del teatro. Anche qui i grandi non ci sono più. Può sembrare curioso però, per me, Christian De Sica potrebbe essere un grande del cinema contemporaneo se non frequentasse i cinepanettoni. Intuisco in lui grandi potenzialità. Ma l’eredità paterna può anche rappresentare un fardello e in lui talvolta si intravede la melanconia di non poterla esibire.

Francesco Foschini

LOLO

Regia: Julie Delpy

Sceneggiatura: Julie Delpy, Eugénie Grandval

Anno: 2015

Durata: 99′

Nazione: Francia

Musiche: Mathieu Lamboley

Interpreti: Dny Boon, Julie Delpy, Vincent Lacoste, Karin Viard

RECENSIONE 

Ogni scarrafone è bello a mamma soja.

Lolo della francese Delpy ha portato una ventata di allegria in Sala Perla, caso particolare all’interno delle Giornate degli Autori. Ma ogni tanto le sorprese in quel del Lido di Venezia (decadente, letargico, formale) non guastano.

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Il film si apre con l’incontro tra Violette (Julie Delpy) e Jean-René (lo spassoso Dany Boon): lei professionista sofisticata all’interno del circuito fashonista parigino, lui sempliciotto e geek, esperto di marketing e genio informatico di Biarritz. Così, dopo una gag esilarante al gusto di pesce (lui fa cadere su di lei un pingue tonno appena pescato) i due iniziano una relazione amorosa, dove le battute sul grosso “arnese” dell’uomo sono il punto cardine dei dialoghi tra Violette e le sue amiche over40 (molto mood Sex and the City, con sangria annessa).

Tutto sembra procedere per il meglio, fino a quando Violette non decide di presentare Jean-René al figlio Lolo (Vincent Lacoste): diciannovenne, artistoide, possessivo verso la figura genitoriale e un po’ bamboccione, con lo stecchino del leccalecca che gli sporge da un angolo della bocca. Dopo un inizio apparentemente tranquillo tra le due figure maschili, il ragazzo inizia un vero e proprio gioco al massacro verso il pretendente della madre (ribattezzato sarcasticamente J.R.): cosparge i vestiti dell’uomo con polvere urticante, gli fa ingerire sospette pasticche sciolte nell’ alcol – creando così una potente gag a una festa d’élite organizzata da Violette, che vede come protagonista uno sconcertato Karl Lagerfeld – e con la complicità dell’amico Lulu (spalla muta e corpulenta del ragazzo) riesce a mandare all’aria un importantissimo progetto informatico dell’uomo, infettando con un virus tutto il sistema operativo della banca nella quale Jean-René lavora. Un vero e proprio incubo. Ma forse la soluzione non è poi così lontana. E forse Violette riuscirà ad aprire gli occhi verso il comportamento folle del figlioletto.

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Julie Delpy torna dietro la macchina da presa dirigendo il suo sesto film. Un’altra commedia, meno intellettuale rispetto a 2 giorni a Parigi e 2 giorni a New York – dove i modelli a quali si ispirava erano Woody Allen ed Eric Rohmer – ma più slapstick e screwball giocata sui toni frizzanti di Howard Hawks e George Cukor.

L’attrice francese (oltre che regista, anche sceneggiatrice) – lanciata da Godard, Carax e Kieslowski e consacrata al pubblico internazionale con la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight di Richard Linklater – ha proposto un film che può sembrare all’apparenza leggero e farsesco ma che in realtà ci pone davanti al grosso problema comportamentale genitori-figli, anzi al problema madre mediterranea di figlio maschio che non riesce assolutamente a vedere il marcio della propria prole. Sì, perché Violette difende a spada tratta ogni singolo comportamento di Lolo, giustificando al povero e tonto Jean-René che è solo un ragazzo delicato e fragile che da grande diventerà il più grande artista vivente.

Il tutto farcito da gag fisiche (non sempre all’altezza della visione, che rievocano per certi versi le commedie adolescenziali stile American Pie) e da dialoghi al fulmicotone soprattutto tra Violette e l’amica Ariane (una gustosissima Karin Viard), sboccati e salaci ma graffianti. Un tenue omaggio ai personaggi femminili delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta interpretati da Rosalind Russell e Katharine Hepburn.

Di sicuro non un capolavoro, ma un buon modo per passare 99 minuti all’insegna della spensieratezza e dell’allegria, prima di buttarsi in fila per un’altra proiezione festivaliera (e magari meno ridente).

Voto: 7

Francesco Foschini (Fachiro in incognito al Festival di Venezia)

I WANT TO SEE THE MANAGER

Regia: Hannes Lang

Sceneggiatura: Mereike Wegener

Anno: 2014

Durata: 93’

Nazione: Germania, Italia

Fotografia: Thilo Schmidt

Montaggio: Stefan Stabenow

Musica: Hannes Lang

 

RECENSIONE

Un viaggio da Mumbai a Detroit, passando per Pompei e Beijing. Con I Want to See the Manager Hannes Lang racconta il differente rapporto che le singole nazioni stanno intrattenendo con il processo della globalizzazione.

È curioso vedere come un paese come la Bolivia non sia poi così differente da uno come la Cina, tutti fanno parte di una comunità che si sta sempre più adeguando a norme sociali, economiche e culturali simili, uniformi, anche se non saranno mai uguali.

Dall’estrazione del litio in un contesto boliviano di estrema povertà, a come si “ammaestra” un venditore cinese di automobili marcate Bmw, alla spiegazione della tecnica criogenica in un istituto di Detroit. Lang attua un interessante patchwork dove i personaggi coinvolti nelle riprese si raccontano senza pudore, scavando nelle loro verità più nude e – in certi casi – crude. Dalle giovani donne thailandesi che si occupano di accudire persone anziane in case di riposo, si passa così agli uomini precari in Italia, che travestiti da “gladiatori” intrattengono con spada e sandaloni i numerosi turisti davanti all’ingresso dell’antica città di Pompei.

La scommessa del giovane regista di Bressanone (già autore nel 2011 di Peak – Un mondo al limite,documentario sulla trasformazione delle Alpi) diventa quella di riuscire a inquadrare le società contemporanee che stanno sempre più emergendo nel panorama dell’economia mondiale, lasciandosi così alle spalle un passato di precarietà e di scarsa considerazione.  Ma gli interrogativi restano aperti e solo in un futuro prossimo si potranno giudicare tutti i cambiamenti mondiali in corso. Il cantiere globale è ancora aperto e il capo non si vede.

Voto: 6-

Francesco Foschini

LONBRAZ KANN

Regia: David Constantin

Sceneggiatura: David Constantin e Sabrina Compeyron

Anno: 2015

Durata: 88’

Nazione: Mauritius, Francia

Fotografia: Sabine Lancelin

Montaggio: Morgane Spacagna

Musica: Subhash DHUNOOHCHAND

Interpreti: Danny Bhowaneedin, Raj Bumma, Nalini Aubeeluck

TRAMA

Una fabbrica di lavorazione della canna da zucchero dove hanno lavorato generazioni e generazioni di mauriziani chiude i battenti e al posto delle piantagioni sorge un cantiere per la costruzione di ville di lusso.

RECENSIONE

I bellissimi paesaggi mauriziani fanno da sfondo a una situazione critica che sembra non riuscire ad arrestarsi. Marco, Rosario e il non più giovane Bissoon, protagonisti del film, devono assistere impotenti alla distruzione della loro fabbrica per lasciare il posto alla costruzione di moderne case di lusso.  Un problema che lascia indifferenti le diverse società del mondo, dove ognuno guarda ai propri interessi, ma non lascia indifferente quella mauriziana: un popolo legato fortemente al culto del passato e alle tradizioni, dove ogni singolo gesto quotidiano diventa ricco di significato simbolico.

Le terre mauriziane sono fotografate in maniera potente e mai banale da Sabine Lancelin, ogni singola inquadratura fa entrare in ambienti familiari e bucolici, dove pare di avvertire il profumo del tè appena versato e la dolcezza dello zucchero appena spremuto dalle canne.

David Constantin con Lonbraz Kann, ha voluto dar voce alla sua comunità in modo originale e sentito. I volti inquadrati dalla macchina da presa fanno quasi pensare a una serie di ritratti, visi che hanno vissuto ogni singolo attimo di libertà, prima che questa venisse loro sottratta. Fanno da contrappunto le evocative musiche originali di Subhash Dhunoohchand.

Un film nato per riflettere sulle persone, e soprattutto per farle riflettere sugli aspetti negativi che può avere la globalizzazione in tanti Paesi. Una traccia importante di una realtà troppo poco conosciuta all’“ombra delle canne” da zucchero del titolo originale.

Voto: 8-

Francesco Foschini

LE CHALLAT DE TUNIS

Regia: Kaouther Ben Hania

Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania

Anno: 2013

Durata: 89’

Nazione: Tunisia, Francia, Canada

Fotografia: Sofiane El Fani

Montaggio: Nadia Ben Rachid

Musiche: Benjamin Violet, Si Lemhaf

Interpreti: Jallel Dridi, Mohamed Slim Bouchiha, Narimène Saidane

TRAMA

Tunisia, 2003: la leggenda di Challat, che vaga fra le strade di Tunisi in sella alla sua moto e con una lama di rasoio tra le mani per sfregiare i più bei fondoschiena delle donne che incontra. Una donna decide di dargli la caccia e far luce sulla sua storia.

RECENSIONE

Miglior lungometraggio africano al 25° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – dalle immagini iniziali sembra quasi di assistere a un film poliziottesco con protagonista Maurizio Merli o Tomas Milian nelle varie Roma e Napoli violente degli anni Settanta, per cruda violenza e stile di riprese. E invece tutto ciò è inquietantemente reale e si svolge lungo le vie dell’odierna Tunisi. O meglio inquietantemente quasi reale. Il film infatti è un mockumentary, un finto documentario.

Le challat de Tunis 2

Un uomo a cavallo della sua motocicletta e attrezzato di rasoio (“challat” in arabo) fa scempio delle terga di giovani donne. Già prima della Tunisia c’erano stati diversi casi anche in Egitto e Siria, tanto da rendere questi carnefici un fenomeno mediatico – e in certi casi perfino di ammirazione – per gli uomini, e un terrore in agguato dietro ogni angolo per le donne.

Ben Hania alterna in maniera spiazzante documentario e fiction. Inizia a indagare su chi possa essere l’effettivo “Challat” di Tunisi. Tra interviste e dichiarazioni, la regista indice un casting per scovare questo personaggio violento e brutale. Durante l’audizione compare Jalel, un ragazzo di 21 anni, che si proclama proprio come il famoso aguzzino tunisino. La regista, dopo un iniziale scetticismo, inizia un pedinamento neorealistico dietro di lui, per carpire e analizzare ogni singolo rapporto che ha con le donne (sua madre compresa).

Quasi come una detective, Ben Hania traccia una storia tristemente reale sfumando sul complicato rapporto che i paesi di stampo islamico hanno nei confronti della donna. Gli uomini intervistati dalla regista elogiano le gesta macabre dello Challat, affermando che le donne seviziate sono state punite per il loro abbigliamento provocante. Dall’altro capo, però, troviamo proprio le stesse donne coinvolte nei fatti, che raccontano alla telecamera tutta la loro frustrazione e la rabbia sia sul pensiero maschilista del loro paese che sulla forze dell’ordine ostinate solo sul ritrovamento di un qualsiasi capro espiatorio per non condannare mai il comportamento feroce di tanti maschi.

Le challat de Tunis 1

Il tutto viene incorniciato dalla creazione di un incredibile videogioco dedicato proprio allo Challat e creato da un estimatore del motociclista armato di rasoio. Un’ennesima umiliazione per le donne. Ben Hania e le stesse vittime si fanno degne portavoci di questa realtà drammatica, uscendone con dignità e ogni tanto anche alzando le mani nel vero senso della parola, come una delle signore che inveisce contro il creatore del videogioco: “Schermo o non schermo tu indottrini i ragazzi a esercitare violenza sulle donne! Dovrebbe essere illegale, sia per gli adulti che per i bambini!”. Una traccia di cinema potente sulla condizione delle donne nel mondo arabo.

Voto: 7,5

Francesco Foschini

AMORE, CUCINA E HELEN MIRREN

Titolo: Amore, cucina e curry

Regia: Lasse Hallstrom

Sceneggiatura: Steven Knight

Anno: 2014

Durata: 122’

Nazione: USA, India

Musiche: A. R. Rahman

Interpreti: Helen Mirren, Om Puri

 

Titolo: Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante

Titolo originale: The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover

Regia: Peter Greenaway

Sceneggiatura: Peter Greenaway

Anno: 1989

Durata: 124’

Nazione: Gran Bretagna, Francia

Montaggio: John Wilson

Fotografia: Sacha Vierny

Interpreti: Helen Mirren, Richard Bohringer, Michael Gambon

 

Una creatura inglese sublime, “scoperta” tardi dal pubblico mainstream, Helen Mirren (classe 1945), si fa portavoce della creatività culinaria nell’ultima fatica di Lasse Hallström Amore, cucina e curry, titolo sempliciotto che non rende giustizia a quello originale, ben più poetico: The Hundred-Foot Journey.

Cento passi separano il raffinato ristorante stellato di Madame Mallory da quello più ruspante della famiglia Kadam, emigrata dall’India versa l’Europa in cerca di riscatto (sia professionale che personale). Hassan, uno dei figli della sconquassata famigliola indi ha talento da vendere in cucina, il cibo è la sua forza, la madre scomparsa il suo guru spirituale. Attraverso l’aiuto di Marguerite (una giovane aspirante chef della cricca Mallory) e dei libri sulla cucina francese che gli ha regalato, Hassan inizierà un cammino introspettivo verso l’arte gastronomica più raffinata: dalle salse basiche come la besciamella a piatti più ricercati come il piccione con tartufi. Ma sarà un’omelette a far capire il suo potenziale genio alla (inizialmente) scettica Madame Mallory, la quale lo prenderà sotto la sua ala protettrice riuscendo così a fargli toccare le vette più alte del prestigio.

Un film che molti hanno definito “semplice”, ed è proprio per questo che l’ho trovato interessante: gustoso, leggero, raffinato e melenso al punto giusto (co-producono Steven Spielberg e Oprah Winfrey). Un’ottima cena che dall’antipasto (l’arrivo nel paesino francese della famigliola indiana) al dolce (Hassan sceglie quello che ritiene giusto fare e quindi preferisce rimanere accanto ai propri cari, Marguerite compresa) non stona quasi mai. Il saccarosio aumenta durante i dialoghi tra il giovane chef e la bella Marguerite ma viene ben stemperato dai divertenti duetti acidi tra Madame Mallory alias Helen Mirren e il patriarca dei Kadam (il bollywoodiano Om Puri). Non è il filmone impegnato da intellettuale carico di significati intrinseci, anche se una chiave di lettura interessante la si trova sempre: dall’evidente diversificazione dell culture ed etnie che compongono la storia, alla più sottile liaison tra l’arte culinaria e il rapporto con la società odierna fatta di innovazioni gastronomiche e tecnologiche.

Dopo la visione del film di Hallström, ho trovato interessante creare un collegamento con Peter Greenaway e il suo Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989), dove la moglie del titolo è interpretata sempre da Helen Mirren, figura emblematica per entrambe le opere.

Nel film di Hallström vediamo una Mirren in cucina, ottima maîtresse tutta d’un pezzo, vedova, inflessibile e pure un po’ stronza (nella prima metà del film). Nel film di Greenaway invece, abbiamo una Mirren che si dipana tra sala e cucina, moglie frustrata e amante insoddisfatta di uno psicopatico criminale ingordo e violento, infelice a tal punto da tradirlo proprio nei bagni del ristorante (di proprietà del marito) dove si svolge la maggior parte della vicenda.

In Hallström, il personaggio di Madame Mallory parte come antagonista e si evolve positivamente nel corso della storia riuscendo a creare un proprio percorso emozionale che culminerà nel finale un po’ sdolcinato, come si è detto sopra. Pure in Greenaway si nota un’evoluzione del personaggio della moglie (Georgina): da una partenza apatica scalfita solo dall’attrazione fedifraga che nutre nei confronti del libraio Michael (l’amante del titolo), al tremendo – e geniale – finale vendicativo che riserverà all’abominevole marito: gli farà mangiare il cadavere di Michael ucciso proprio da lui.

Se in Greenaway, quindi, vediamo un’evoluzione sarcastica del personaggio femminile, dove dalla statica apatia si arriva a una catarsi violenta (ed efficacissima), in Hallström l’evoluzione rimane più canonica ma comunque ben scandita dalla sequenzialità degli eventi.

Due ottime prove recitative per un’attrice formidabile, fascinosa e di classe: Helen Mirren. Una garanzia. Sempre.

 

Voto per Hallström: 7,5

Voto per Greenaway: 9,5

Voto per Mirren: 10

Francesco Foschini