Tutti gli articoli di Patrick Martinotta

Classe 1986, è un Camuno trapiantato a Milano, diplomato in Ragioneria, laureato in Filosofia con una tesi su Gaston Bachelard, insegnante di materie umanistiche. Scrive su MilanoFree, Torquemada, UbcFumetti, gestisce i blog Rêveries e Un Fachiro al cinema. Ama gli scimpanzé, i panda e i mostri medievali, odia gli insetti. Avido lettore di Borges e libri illustrati, consumatore di fumetti, film e serie tv. I suoi punti di riferimento cinematografici sono i fratelli Marx, Quentin Tarantino, Paul Veroheven e Game of Thrones.

12 ANNI SCHIAVO

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: John Ridley

Titolo originale: 12 years a slave

Anno: 2013

Durata: 134’

Nazione: USA

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joe Walker

Musiche: Hans Zimmer

Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Brad Pitt.

TRAMA

America, 1841. La storia vera del violinista  Solomon Northup, uomo di colore nato libero che vive a New York nell’epoca che precede la guerra di Secessione. Raggiunta una certa posizione di agiatezza e la serenità in famiglia, Salomon conosce solo per sentito dire la condizione della schiavitù. Finché un giorno…

RECENSIONE

Il regista britannico Steve McQueen (Hunger, Shame) riporta all’attenzione del mondo con “12 anni schiavo” (vincitore di 3 premi Oscar e del Golden Globe) un dramma oscuro che ha marchiato per sempre la società americana – la stessa che ha appena salutato il primo Presidente di colore – lasciandole una ferita che stenta ancora a rimarginarsi e ne mostra uno dei periodi più atroci. McQueen accompagna lo spettatore negli inferi delle condizioni disumane vissute da migliaia di esseri umani costretti a subire ogni genere di umiliazione e crudeltà. Crudeltà in un crescendo continuo, che più ancora che nel corpo si ripercuote nell’animo di chi oltre che percosso viene quotidianamente denigrato e privato di qualsivoglia dignità.

McQueen ancora una volta dimostra la sua grandezza di regista che non scrive tanto per essere acclamato quanto per dire la verità; denuncia ed analizza la condizione umana degli uomini resi schiavi e lo fa in modo lucido, senza filtri, mantenendo fede ad un racconto tanto crudo quanto crudele sono state le sofferenze vissute ingiustamente dal popolo africano.

Salomon Northup tenta di ribellarsi, di scappare, di trovare ogni possibile via d’uscita per sfuggire all’inferno della prigionia, ma sarà costretto suo malgrado a cedere alla passività e ad una momentanea rassegnazione quando capirà che è l’unico modo per sopravvivere. Sopravvivenza resa possibile unicamente dalla speranza che un giorno il suo destino muterà e dall’arrendevolezza che tuttavia non lo porterà mai ad affrontare la situazione con vittimismo. Alla fine delle lunghe giornate trascorse tra lavori massacranti, troverà nell’inseparabile violino l’unica consolazione, come per gli altri schiavi è consolante il canto disperato. Sottomesso a tal punto da dover rinunciare alla sua identità, abbandonato a sopravvivere in un contesto dove la paura ha tolto ogni forma di solidarietà anche tra gli stessi schiavi, saranno proprio pazienza e astuzia a restituirgli la tanto agognata libertà, per la quale i suoi compagni dovranno aspettare altri 4 anni.

Le scene più crude mostrano un incedere violento di barbare punizioni corporali che spesso sfociano in terribili esecuzioni. Ma sono altre, a mio avviso, le sequenze  più disturbanti, quelle che arrivano come un pugno allo stomaco, riguardano la denigrazione continua e gratuita: come la scena del crudele sorvegliante che canta l’ossessiva cantilena razzista “Ballate, negri maledetti, ballate”; o quella dei balletti notturni nei quali i neri vengono ridicolizzati dopo lo sfinimento di giornate passate nei campi di cotone sotto al sole a suon di  frustate. Una rappresentazione di uomini bianchi che usano la brutalità per mascherare la loro vigliaccheria e debolezza, e sui quali sembra aleggiare l’ombra scura di un castigo imminente che solo l’aldilà potrà riservargli.  Uomini la cui meschinità viene spesso resa possibile solo dall’uso eccessivo di alcol, certi di rimanere impuniti per le proprie malvagità. Uomini, tutelati dalla legge, che sembrano muoversi nell’universo parallelo di una società insana e malata che non risparmia nemmeno le loro donne, che per natura dovrebbero essere più predisposte alla compassione  e che si trasformano anch’esse in carnefici disumanizzate (come nella scena dove viene punita perfino una madre alla quale sono stati strappati i figli).

Il compiacimento nell’umiliazione, il sottolineare continuamente una pretesa supremazia razziale e culturale, vengono giustificati attraverso l’uso improprio della preghiera domenicale, come a lavarsi la coscienza dai sadismi perpetrati e cercare una oscena legittimazione divina per ripulirsi dalle proprie nefandezze.

La grande abilità recitativa – che coinvolge anche gli attori di contorno – dei tre personaggi ai quali ruota attorno la storia, molto bravi nel raffigurare la difficoltà dei rapporti umani, fa sì che si possa  definire “12 anni schiavo” un film bellissimo e allo stesso tempo straziante.

La forte componente espressiva di Chiwetel Ejiofor nel ruolo di Salomon nel portare sullo schermo  l’infelicità e le sofferenze psicologiche del suo personaggio, che poi sono quelle di un intero popolo, è indice di rara bravura. Ma vi si legge anche una grande forza. Lo schiavo Salomon per sopravvivere si vede costretto ad elaborare il dolore e ad annullarsi sino a rinnegare se stesso. Non vi è nulla che quest’uomo non abbia sopportato e lo spettatore, seppur già preannunciato nel titolo, non può fare a meno di chiedersi fino a quando riuscirà a tollerare tali e tante vessazioni fisiche e mentali.

Una strepitosa Lupita Nyong’o, qui alla sua prima esperienza cinematografica, si cala con incredibile intensità nei panni della fiera serva Patsey “la regina dei campi”, ruolo che le è giustamente valso l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Sulla sua schiena infinite cicatrici per la sola colpa di essere  vittima di una spirale perversa di odio-amore che coinvolge un licenzioso padrone-carnefice  e la moglie gelosa. E’ forse nella terribile sequenza delle frustate che Lupita usa al meglio le sue doti interpretative, ormai completamente soggiogata dal padrone schiavista che ne è innamorato ma, non avendo la sensibilità necessaria per vivere un tale sentimento ed essendone al contempo posseduto, lo vuole annientare.

Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen, si conferma uno dei migliori interpreti degli ultimi anni, impersonando magistralmente il ruolo dello schiavista sadico ed esaltato Edwin Epps. Ci vuole bravura per incarnare il male assoluto lasciando trapelare un tale crescendo di arroganza mista a conflitti interiori.

La breve apparizione di Brad Pitt (che del film è produttore) nei panni di un abolizionista canadese al quale si dovrà il merito di mettere fine alla prigionia del protagonista, non apporta nulla al prestigio della pellicola.

“12 anni schiavo” può vantare 9 nomination agli Oscar, è stato osannato nei festival di tutto il mondo ed ha ottenuto incassi stellari grazie anche ad un’ottima regia, splendidi piani sequenza degli sterminati paesaggi della Louisiana col sottofondo della coinvolgente musica di Hans Zimmer e lunghissimi primi piani sui volti dei personaggi che coinvolgono abilmente lo spettatore nella tristezza della storia narrata.

A chi volesse relegare la schiavitù ad un mero tragico episodio, risponderei che una simile  vergogna  epocale và collocata a pieno titolo sul podio delle stragi dell’umanità, e non vi è niente di più sbagliato che relegare certi eventi in un angolo del passato. Quel senso di disagio, di inevitabile turbamento e quel coinvolgimento emotivo che avvolgono lo spettatore durante l’intera durata della pellicola, calandolo nell’armadio del tempo pieno zeppo di scheletri e spaventosi segreti, devono portare proprio ad una profonda riflessione. Perchè non dimenticare diventi un dovere morale.

CURIOSITA’

Il regista affida alle didascalie finali la battaglia legale sostenuta e persa dall’autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto (Northup in quanto nero non poteva testimoniare contro un bianco). Northup fece in tempo a pubblicare le sue memorie documentando l’orrore vissuto nelle piantagioni americane nel libro autobiografico del 1853 coadiuvato  dall’avvocato David Wilson, già autore di pubblicazioni sul tema dell’abolizione della schiavitù e che vendette all’epoca 30.000 copie. E lo fa poco prima di scomparire in circostanze ancora oggi sospette – il dettaglio che non esista una sua tomba non lascia molti dubbi – e dopo essersi battuto a fianco degli abolizionisti per i diritti civili.

Northup dunque, ottenuta una discreta notorietà dopo l’uscita del libro che fece discutere per parecchio tempo, morì in circostanze misteriose. Sicuramente aveva pestato troppi piedi. Nel giro di qualche anno la sua storia cadde nel dimenticatoio, fino a quando nel 1930 una bambina di 12 anni lo lesse per caso nella casa di un amico del padre. Sue Eakin, diventata da grande insegnante e giornalista, decise di ricostruire la storia raccontata da Northup. Nel 2010 Bianca Stigter, moglie del regista Steve McQueen, propose la sceneggiatura al marito, intenzionato da tempo a girare  un film sulla schiavitù negli Stati Uniti.

Agatha Orrico

Voto: 9

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DEUTSCHLAND 83

Regia: Edward Berger, Samira Radsi

Anno:  2015

Episodi: 8

Durata: 45’ (episodio)

Nazione: Germania

Colonna sonora: Reinhold Heil

Interpreti: Jonas Nay, Maria Schrader, Ulrich Noethen, Sylvester Groth

TRAMA

Deutschland 83 è una miniserie televisiva di otto episodi di genere spy-thriller ambientato nel bel mezzo della guerra fredda. Martin Rauch, guardia di confine di appena 24 anni dell’esercito della Germania Est, viene reclutato dalla zia, ufficiale della Stasi, per infiltrarsi nella Germania Ovest sotto false spoglie. Martin è così catapultato in un altro mondo, vicino eppure molto diverso, dove può vestirsi strano, mangiare panini chiamati hamburger, bere bibite con le bollicine e ascoltare musica camminando per strada.

RECENSIONE

Nonostante il tema e la trama non molto originali, Deutschland 83 affascina lo spettatore fin dal primo episodio grazie alle accurate introspezioni dei personaggi, al punto che è facile immedesimarsi in essi e chiedersi quali scelte compiremmo nelle medesime situazioni. In particolare è interessante prestare attenzione all’evoluzione del protagonista, inizialmente totalmente contrario a lasciare la sua casa nell’Est, per poi invece rimanere ammagliato dal consumismo e dai comfort del mondo occidentale, fino ad innamorarsi, tradendo addirittura la sua fidanzata, del paese che invece dovrebbe combattere. Fin dall’inizio Martin non mostra aderenza alla “causa” della Stasi, ma compie comunque il suo dovere per salvare la madre e infine per evitare un disastro nucleare, salvando indistintamente sia l’Ovest sia l’Est.

Deutschland-83 bis

Proprio come nelle più grosse produzioni americane, la ricostruzione storica è curata in ogni dettaglio. La musica degli anni 70-80, come i Eurythmics, i Duran Duran, Stevie Wonder, Phill Collins e Nena, risuona nelle autoradio, negli walkman, nei locali in qualsiasi momento, evidenziando l’aderenza storica e coinvolgendo estremamente lo spettatore negli affascinanti anni 80, e risaltando anche l’importanza data dai creatori alle tante piccole storie da soap opera che affiancano la storia principale. Anche da un punto di vista sociale la serie trae numerosi spunti, infatti i veri antagonisti all’interno della storia sono l’AIDS, malattia che iniziò a diffondersi in quegli anni e che colpisce anche alcuni dei personaggi principali, e l’ “impero del male”, ovvero le grandi potenze internazionali, USA e URSS, che con il fanatismo e complottismo rischiano la distruzione della società. Una serie consigliatissima non solo a tutti gli amanti del genere, ma anche agli appassionati di storia e ai nostalgici degli anni Ottanta.

Marco Bucalossi

GHOSTBUSTERS

Regia: Paul Feig

Sceneggiatura: Kate Dippold, Faul Feig

Anno: 2016

Durata: 116’

Nazione: USA

Fotografia: Robert D. Yeoman

Montaggio: Melissa Bretherton, Brent White

Scenografia: Jefferson Sage

Costumi: Jeffrey Kurland

Colonna sonora: Theodore Shapiro

Interpreti: Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon, Leslie Jones, Chris Hemsworth, Cecily Strong, Andy Garcia

TRAMA

Gli acchiappafantasmi sono tornati, ma al femminile!

RECENSIONE

Quando ti spetta l’ingrato compito di raccontare ad altri un film che non hanno ancora visto, quanto ti tocca esprimere un giudizio che potrebbe influenzarli nella scelta di vedere quel film o meno, a volte non puoi fidarti nemmeno dei tuoi occhi. Specialmente se il film in questione ha una storia produttiva tanto travagliata quanto quella dell’atteso remake/reboot di Ghostbusters, uno dei culti assoluti degli anni ’80. No, non ti puoi fidare solo dei tuoi occhi. Perché gli occhi possono essere ingannati, distratti, abbindolati dal gioco delle tre carte del marketing, così come dai desideri inconsci che tutti serbiamo nel nostro animo. I tuoi occhi credono di assistere ad un film epocale perché il tuo cuore vuole credere che lo sia. Così come gli stessi occhi possono convincersi di essere testimoni di un flop clamoroso, solo perché lo hanno letto poche ore prima su Facebook. Ghostbusters è, in questo senso, un campo minato. Nei mesi (gli anni?) precedenti all’uscita nelle sale della pellicola, sopra di essa si erano progressivamente addensati i neri nuvoloni del dissenso popolare. Chiunque abbia anche solo un piede nel fantastico mondo della celluloide, sa che intorno a questo film è stata combattuta una guerra. Una guerra all’ultimo hashtag tra nostalgici ed entusiasti, tra una generazione che si sentiva derubata di un mito della propria infanzia nel nome del Dio Denaro, e altri appassionati che volevano dare una chance alla coraggiosa decisione di affidare la parte delle protagoniste ad un gruppo di donne, rappresentanti della migliore stand up comedy contemporanea. Una guerra che ha visto schierarsi padri nobili dell’operazione da un lato, e capipopolo dell’Internet dall’altro. E la guerra, lo sapete bene, ti porta via tutto. Anche la capacità di guardare alle cose per quello che sono. Vedere tutti quei video-reazione, leggere tutti quegli articoli, consumarsi le diottrie analizzando i trailer fotogramma per fotogramma, ti sporca gli occhi. E non ti puoi più fidare di uno strumento reso inservibile.

Prima sommessamente, qualche risolino sporadico mentre le varie pedine del film venivano disposte sulla scacchiera (la rituale presentazione delle protagoniste, le prime fugaci apparizioni ectoplasmatiche, l’esibizione delle gloriose cianfrusaglie tecnologiche…). Poi più forte, sempre più forte, mentre Paul Feig, come un consumato direttore di orchestra, conduceva sapientemente le interazioni del suo quartetto d’archi sullo schermo. Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones si dimostravano affiatate, inanellavano un’arguzia dopo l’altro senza mai sbagliare un tempo comico, e la gente rideva. Senza alcun dubbio rideva.

Chris Hemsworth gigioneggiava divertito nel suo ruolo di adorabile fustacchione svampito, e la gente si sbellicava. E tra tutte quelle risate, che sorpresa, che confortante sorpresa scoprire che c’era anche la mia. Proprio io che avevo alzato più di un sopracciglio all’annuncio del cast, pensando ingenuamente ad una vuota concessione alle quote rosa. Proprio io che, all’uscita del primo trailer, ero inorridito alla vista di effetti speciali che sembravano obsoleti e di scarsa fattura. Io che ero entrato in sala pronto a incrociare i flussi di disincanto e cinismo, eccomi a ridere come un bambino mentre Kate McKinnon contorceva il suo corpicino ossuto di fronte alla cinepresa, e Melissa McCarthy mi regalava la sua interpretazione migliore dai tempi di Mike&Molly. Anche i tanto vituperati effetti speciali, che teoricamente avrebbero potuto affossare la qualità della pellicola, si rivelano in realtà perfettamente funzionali al loro scopo: suggeriscono il senso di minaccia senza indurre quel terrore che guasterebbe l’atmosfera giocosa che pervade la sceneggiatura. Lasciano correre i brividi lungo la schiena, senza mai cancellare il sorriso dal volto. Ed è anche per questo che tutti in quella sala si tenevano la pancia dal ridere: perché nessuna risata è più liberatoria di quella che segue un salto sulla poltrona.

ghostbusters 2016

Perché le orecchie non mentono: abbiamo riso tutti, e non posso dirvi altro. Perché svelarvi oggi anche il più piccolo particolare su quello che potrete vedere tra poche ore in sala, sarebbe come togliere un ingranaggio da quella piccola bomba ad orologeria che scoppierà in faccia a tutti i detrattori, a tutti i finti esperti di Internet, a tutti quelli che “le ragazze non fanno ridere”, a tutti quelli che già si fregavano le mani all’idea di vedere questo film fallire. Non prestate attenzione ai chiacchieroni su Internet. Don’t believe the hype, come rappavano i Public Enemy nell’88. Sopratutto non ascoltate quei profeti di sventura che dall’alto dei loro pupazzetti originali del Marshmallow Man erano pronti a sparare a zero su qualsiasi cosa che non fosse Bill Murray e Gozer il Gozeriano.

A tutti coloro che lanciavano strali di sventura su questo manipolo di audaci caratteriste, impegnate a sfidare un monumento della cultura pop contemporanea. Non curatevi di loro, perché una risata li seppellirà. E se poi quelli, animati dal livore e dalla supponenza che li avevano pervasi in vita, tornassero dalla tomba per camminare di nuovo sulla terra, tu chi chiamerai? Ma le acchiappafantasmi, naturalmente.

Voto: 7,5

Alberto Coletti

THE GIVER

Regia: Philip Noyce

Sceneggiatura: Michael Mitnick

Anno: 2014

Durata: 97’

Nazione: USA

Fotografia: Ross Emery

Montaggio: Barry Alexander Brown

Scenografia: Ed Verreaux

Costumi: Dianna Cilliers

Musiche: Marco Beltrami

Interpreti: Brenton Thwaites, Odeya Rush, Jeff Bridges, Meryl Streep.

TRAMA E RECENSIONE

Tratto dall’omonimo romanzo distopico di Lois Lowry, The Giver, ambientato in un imprecisato futuro, presenta un mondo in bianco e nero (alla Pleasantville di Gary Ross) in cui l’uomo ha forzatamente eliminato dalla sua vita colori, passioni ed emozioni per cancellare definitivamente il male e la violenza, intrinsechi fino ad allora nella natura umana. In una simile società “ideale”, la sfera privata, il lavoro e qualsiasi tipo di organizzazione sono controllate e programmate da un “consiglio di Anziani” con l’intento di allontanare definitivamente il disordine, la brutalità e la prepotenza per le quali ciascun uomo cede involontariamente e naturalmente. Durante la “Cerimonia dei 12”, quando ciascun giovane viene avviato verso il suo futuro lavoro, Jonas, il protagonista, data la sua spiccata sensibilità, viene scelto come “raccoglitore di memorie”.  Presto il ragazzo viene a conoscenza del compito a cui è affidato e conosce il suo Donatore , un uomo anziano (interpretato dal grande Jeff Bridges) che ha il compito di accompagnare con la forza della memoria  Jonas attraverso l’esperienza di tutte le bellezze ma anche di tutte le disgrazie e malvagità dell’umanità che il consiglio degli anziani aveva abolito dal mondo.

the giver 2

Non appena Jonas entra in contatto con le emozioni cambia radicalmente il suo modo di essere e la scena cinematografica cambia insieme a lui: le immagini diventano prima sbiadite poi, pian piano, a colori. Jonas comprende che la vera essenza dell’uomo è la sua abilità nel “sentire” e diventa consapevole, grazie al Donatore,  di quanto fino ad allora, la sua società, con l’unico scopo di proteggere gli uomini, li abbia di fatto privati della propria vera natura. Dopo quest’esperienza Jonas entra in conflitto dapprima con la famiglia, che lo riconosce strano e diverso, poi con lo stesso consiglio degli anziani, che inizia a temerlo come potenziale minaccia dell’equilibrio che loro stessi erano riusciti a creare.

(L-R) BRENTON THWAITES and ODEYA RUSH star in THE GIVER

Uno dei punti di forza del film è la sorprendente capacità del regista a inserire nel corso della storia scene di vita umana, dal notevole carico di passione e profondità, che sapessero commuovere e colpire la sensibilità non solo di Jonas, ma anche dello spettatore stesso.  Egli rivive infatti le emozioni suscitate come se le sperimentasse per la prima volta insieme a Jonas. Il “sentire” del protagonista, quindi, si materializza in immagini concrete, che rappresentano la nascita di un bambino, descrivono l’amore di una madre o la sofferenza di una guerra e che diventano emblematiche per testimoniare l’importanza del sentimento sia positivo che negativo nella vita dell’uomo. Che senso ha eliminare il male e la sofferenza dell’uomo se il prezzo da pagare è eliminare l’uomo stesso?

Voto: 7

Silvia Cutuli

LUI E’ TORNATO

Titolo originale: Er ist wieder da

Regia: David Wnendt

Sceneggiatura: David Wnendt, Johannes Boss, Minna Fischgartl, Timur Vermes, (tratto dall’omonimo romanzo di Timur Vermes).

Anno: 2015

Durata: 116′

Nazione: Germania

Fotografia: Hanno Lentz

Montaggio:  Hans Funck

Scenografia:  Johannes Boss, Marco Kreuzpaintner

Costumi: Elke von Sivers

Colonna sonora: Enis Rotthoff

Interpreti: Oliver Masucci, Fabian Busch, Katja Riemann, Christoph, Maria Herbst, Franziska Wulf, Michael Kessler

TRAMA

Adolf Hitler si risveglia a Berlino nel 2015, confuso e spaesato dal mondo che lo circonda. Il Führer incontra Fabian Sawatzki, un aspirante regista, che, scambiandolo per un imitatore dal talento prodigioso, decide di farlo conoscere al mondo. Hitler diventa ben presto un fenomeno mediatico, acquisendo una sempre più grande popolarità e venendo ospitato in importanti programmi televisivi nazionali. Il film, impostato in larga parte come una sorta di candid camera alla “Borat” (2006), mostra le reazioni dei cittadini tedeschi nei confronti del dittatore.

RECENSIONE

Lui è tornato è un film cristallino, in equilibrio tra la satira più feroce e la parodia più brillante. E’ una tortura dilaniante che illude e violenta l’empatia dello spettatore, ma al contempo lo lega in un paradossale e ambivalente senso di divertimento. Il dittatore confuso che si trova a dover affrontare la realtà di una Germania così diversa da come l’aveva immaginata non può che suscitare in noi ilarità. Hitler decontestualizzato e collocato nel ventunesimo secolo è, di fatto, un personaggio buffo. Ma quella che suscita il film è la stessa risata nervosa di chi vede in faccia l’Orrore e non può fare altro che negarlo, sdrammatizzarlo, squalificarlo in quanto inconcepibile. Non scombussola, ma letteralmente sgretola le nostre certezze, rompe lo specchio che ci mostra l’immagine riflessa della nostra identità.

Lui è tornato è un tagliente discorso provocatorio, che sbatte in faccia la falsità di un’umanità fatta di “gente”, la bestialità della psicologia della folla. Ci costringe a non poter scappare dal sentirci parte di un popolo, di una massa che è capace di accettare qualsiasi parola, qualsiasi terrificante discorso razzista, per poi indignarsi di fronte alla morte di un cucciolo di cane. Ci obbliga a confrontarci con la pochezza dei nostri ragionamenti, con lo squallore della nostra pavidità, con la pateticità dei nostri nuovi canali di comunicazione (meravigliosa la sequenza dei giovani vlogger e youtuber che commentano la situazione, come fossero araldi della banalità dei nuovi social).

Questo film è un’opera devastante, un esame di coscienza che forse non siamo in grado di sopportare; è il sorriso sulle labbra che si spegne quando ci vengono mostrate le bandiere dell’Unione Europea date alle fiamme e ci rendiamo conto che la paura dello straniero non è mai stata così concreta come oggi. Lui è tornato è il fissare il muro vuoto dopo aver terminato la visione, con la testa che ronza e i pensieri che si susseguono inarrestabili: il ritorno di Hitler non è l’ingranaggio che sblocca la macchina dell’odio, perché la macchina dell’odio è già avviata da tempo e con un contachilometri che continua a girare.

La sconvolgente solidità del film è dovuta al fatto che sia stracolmo di scene completamente improvvisate. Se da un lato non possiamo fare altro che godere del talento straordinario e incredibilmente comico di Oliver Masucci (il Führer del film), dall’altro rimaniamo congelati davanti alla spontaneità con cui la gente comune interagisce realmente con Hitler e approva le sue idee. Ogni scena, ogni discorso, ogni gesto, e tutto terribilmente vero, e, si sa, la verità fa male. Anche la fotografia con telecamera a mano, ci ricorda continuamente che quella che stiamo guardando è la realtà, è così ogni sorriso che ci viene inevitabilmente strappato porta con sé un vissuto di colpa,

Angosciante, brillante, acuto: un discorso maturo sul ruolo della memoria e della sdrammatizzazione dell’inaccettabile. Una nota di merito va alle citazioni geniali come La Caduta (2004) e l’uso del tema di Arancia Meccanica (1971) nel finale.

Davide “Duzzo” Fedeli

Voto: 8,5

ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

Regia: James Bobin

Sceneggiatura: Linda Woolverton

Anno: 2016

Durata: 113’

Nazione: USA

Fotografia: Stuart Dryburgh

Montaggio: Andrew Weisblum

Scenografia: Dah Hennah

Costumi: Colleen Atwood

Colonna sonora: Danny Elfman

Interpreti: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Anne Hathaway, Sacha Baron Cohen

RECENSIONE

Il giorno dell’anteprima di Alice attraverso lo specchio confesso che ero molto preoccupata. Ero preoccupata perché non sapevo cosa aspettarmi, o meglio sapevo di dovermi aspettare qualcosa di male, ma fino a che punto male? Sono passati sei anni dall’uscita del primo Alice in Wonderland diretto da Tim Burton, ma il trauma è ancora fresco. Uno dei miei registi preferiti aveva appena distrutto uno dei miei libri preferiti. Tutti i punti di riferimento della mia adolescenza erano stati appena rasi al suolo dal grande carrozzone hollywoodiano. Cosa mi resta ormai da perdere? Infilo i miei occhialini 3D e faccio un bel respiro: “Sono pronta Disney, fai di me ciò che vuoi”.

Le prime scene si aprono con un vascello in un mare in tempesta. Il capitano della nave è la nostra ritrovata Wasikowska che interpreta una Alice ribelle alle convenzioni dell’epoca vittoriana. Tornata a Londra dalle sue avventure intorno al mondo, entra in conflitto con la madre sulla possibilità di vendere la nave “Wonder” allo spocchioso Lord Ascot (Leo Bill). Durante un party a casa degli Ascot Alice vede una farfalla, il Brucaliffo (con la voce del compianto Alan Rickman, a cui il film è stato dedicato) seguendolo attraverso uno specchio tornerà nel Sottomondo, dove ad attenderla ci saranno i suoi vecchi amici con una brutta notizia: il Cappellaio Matto è depresso. Tocca ad Alice cercare di aiutarlo a capire che fine ha fatto la sua famiglia, ma per questo ha bisogno di tornare nel passato, servendosi della Cronosfera posseduta dal Tempo. Il Tempo, impersonato da Sacha Baron Cohen, è forse il personaggio meglio riuscito del film, con grandi baffi e un accento teutonico (perso nella versione italiana) che strizza l’occhio a Christoph Waltz. Deprimente è invece la figura del Cappellaio Matto, dove sotto vari strati di trucco troviamo un Jhonny Depp al tramonto.

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Non si capisce affatto il motivo della crisi esistenziale, e in fondo a noi spettatori cosa dovrebbe importarcene del suo irrisolto conflitto Edipico? O ancora, c’è davvero qualcuno che sentiva il bisogno di sapere a tutti i costi perché la Regina di Cuori avesse la testa così grossa, o perché l’orologio del Cappellaio fosse sempre fermo alla stessa ora? Eppure questi retroscena sono le fondamenta su cui si regge la sceneggiatura di Linda Woolverton (già screenwriter in Maleficent).

Un po’ di follia e tanta tantissima noia. Il lato rimosso di Alice “schizo”

Non temete, non c’è pericolo che vi faccia alcuno spoiler perché raccontare la trama mi annoia sempre tantissimo, vi dirò solo che il film ha una fine (consolante!) in linea con le tendenze femministe che attualmente piacciono tanto ai Millenials, e che la Disney è stata pronta a cogliere al volo. Vedesi altre protagoniste di cartoni recenti, come Merida di Brave o la principessa Elsa in Frozen, il cui destino non è legato a nessun principe azzurro. Alice non fa eccezione, e con i suoi abiti eccentrici e il suo rifiuto di un lavoro impiegatizio, sembra  incarnare alla perfezione lo spirito del tempo, il cui motto (“Stay hungry, stay foolish”) ispira milioni di giovani a lasciare tutto per seguire i propri sogni. Il film però non intende essere così radicale, quindi c’è ancora ampio spazio per i buoni vecchi valori della famiglia, amicizia, e accettazione del passato, data l’impossibilità a cambiarlo. Il Tempo non è cattivo, a dire il vero non ci sono cattivi qui, solo personaggi noiosi.

Da notare la curiosa parentesi in cui Alice scappa da un manicomio – un possibile riferimento a “Return To Oz”, in italiano Nel Fantastico Mondo di Oz, (1985) o al videogioco American McGee’s Alice (2000) – dove secondo il costume dell’epoca venivano internate molte donne con la diagnosi di “isteria”, mentre si trattava quasi sempre di persone insofferenti alle convenzioni della società vittoriana. Nelle varie interpretazioni del libro è emerso spesso un lato oscuro di Alice,  un lato “schizo” come direbbe Deleuze, che l’industria dell’intrattenimento non è mai riuscita a rimuovere fino in fondo, perché questo lato oscuro è condizione ineliminabile dell’infanzia e a partire da questo si intrattiene una lotta con il proprio io.

Alice come novella Proserpina – la fanciulla sposa degli inferi, che ogni sei mesi deve tornare nel sottosuolo per adempiere al suo destino e assicurare l’ordine cosmico – deve tornare nel Sottomondo per trovare sé stessa, per cercare la verità degli eventi, e sperimentare l’estraneità del proprio io corporeo. È importante sottolineare come questa osservazione vada letta alla luce delle riflessioni di Deleuze intorno ad Alice e Spinoza per comprendere quanto sia dirompente l’opera di Lewis Carroll. Nel film Through the Looking Glass Alice continua ad essere considerata dalle persone che le stanno intorno una “ragazzina”, sebbene anagraficamente abbia più di venti anni. Alice non cresce mai, o meglio cresce restando piccola, diviene donna-bambina al medesimo tempo, sfuggendo così alle categorie sessuali e generazionali ogni spettatore può identificarsi in lei. Ogni spettatore desidera sfuggire alla tirannia del Tempo, attraversare lo specchio, per entrare nel mondo dove tutto è possibile, salvo poi scoprire che “possibile” è solo una parola, e le parole sono giocattoli manipolabili.

«Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno.»
«La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.»
«La domanda è,» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»

(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio)

Claudia 3

Alice nell’industria dell’intrattenimento

Parafrasando il celebre indovinello che il Cappellaio pone ad Alice (Cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?) possiamo chiederci: che somiglianze ci sono tra Alice in Wonderland di Tim Burton e Alice Through the Looking Glass di James Bobin? Ahimé, molte e quasi tutte in negativo. Principalmente condividono l’ingombrante dispiego di mezzi tecnici e computer grafica volti a imbastire un coloratissimo parco giochi che alla lunga non diverte nessuno. Il 3D rispetto a sei anni orsono appare più raffinato e coeso, ma sinceramente non si capisce cosa debba aggiungere allo spettatore, oltre a un biglietto più oneroso.

Questo accanimento sull’aspetto  più “psichedelico” della storia di Carroll si riscontra sin dal primo cartone Disney (1951) e si può giustificare sia da un punto di vista di appeal commerciale, sia dal lato ideologico di un’epoca che ha fatto della fantasia e dell’immaginazione la propria arma rivoluzionaria contro il sistema capitalistico. Il fatto è che lo stesso sistema al posto di soccombere si è impadronito di quell’arma, e l’ha potenziata con la tecnica che gli è propria.

Risuonano più appropriate che mai le parole di Horkheimer e Adorno: “ci si guarda bene dal dire che l’ambiente in cui la tecnica acquista il suo potere sulla società è il potere di coloro che sono economicamente più forti sulla società stessa. La razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto, se così si può dire, della società estraniata a se stessa”. (Dialettica dell’Illuminismo, 1947)

Appare chiaramente che le vicende di Alice, lungi da essere un manifesto del puro divenire, come sono state lette da Deleuze in Logica del senso (1969), sono diventate la materia preferita di quella “fabbrica del consenso” che èl’industria dell’intrattenimento. In che cosa consiste la totalità dell’industria dell’intrattenimento? Ce lo dice ancora Adorno in una parola: “ripetizione”. Dato il progressivo svuotamento di contenuti, ripetuti in forme stereotipate, l’interesse dei consumatori è tutto rivolto alla tecnica. L’adattamento di Alice Through the Looking Glass, non è altro che il deliberato e naturale adeguamento ai bisogni del pubblico, registrati dagli introiti di cassa del film di Tim Burton. La vera ideologia sottostante è l’affare. Il mondo delle meraviglie di Alice è solo un esiguo pretesto che si realizza in una sequenza digitalizzata di azioni prescritte, in cui i personaggi si muovono come automi. Ogni connessione logica che richieda qualche sforzo allo spettatore è scrupolosamente evitata, gli sviluppi della trama devono scaturire necessariamente dalla situazione precedente e non già da qualche idea del tutto. “L’industria culturale defrauda ininterrottamente i suoi spettatori di ciò che ininterrottamente promette[…] La promessa, a cui lo spettacolo, in fin dei conti, si riduce, lascia malignamente capire che non si verrà mai al sodo, e che l’ospite dovrà accontentarsi della lettura del menù.”. (cit. Dialettica dell’illuminismo).

La locandina è il nostro menù, il cast le sue portate piene di promesse. Al nostro occhio attirato da tutte quelle associazioni di nomi e immagini fascinose viene alla fine servita un’improbabile accozzaglia a metà strada tra Ritorno al Futuro, Ritorno a Oz, e una puntata dei Muppets venuta male (di cui Bobin è stato regista del film). Per fortuna mi ero preparata al peggio e quindi questa volta nessun trauma. A differenza dell’epoca in cui scriveva Adorno oggi noi spettatori siamo diventati più disillusi, ma di una cosa sono certa: il libro di Alice non smetterà di essere inesauribile fonte di ispirazione per chiunque cerchi alternative possibili a questa realtà.

Voto: 3

Claudia Porta

ORSON WELLES, AUTOPSIE D’UNE LÉGENDE

Regia: Elisabeth Kapnist

Anno: 2015

Durata: 56′

Nazione: Francia

Fotografia: Thomas Bataille

Montaggio: Dominique Faysse

Orson Welles compie cento anni. Elisabeth Kapnist – con Orson Welles, autopsie d’une légend – rende omaggio a uno dei più grandi cineasti di tutti i tempiregalandoci un documentario inedito sul personaggio, che attraverso Quarto PotereL’orgoglio degli Amberson e L’infernale Quinlan, ha aggiunto un tassello fondamentale al linguaggio cinematografico del Novecento.

welles

Kapnist, attraverso sequenze di repertorio (alcune inedite) e interventi di colleghi ed esperti che hanno avuto occasione di lavorare con Welles (Jeanne Moreau, Charlton Eston, Roman Polanski, Joseph McBride e Francis Ford Coppola), ha realizzato un documentario che ripercorre tutte le tappe fondamentali della sua vita. Dall’epocale annuncio via radio su un’invasione aliena che scatenò il panico tra gli ascoltatori, alla scena degli specchi de La signora di Shangai (divenuta nel tempo una delle più iconiche sequenze della storia del cinema) fino al minore successo ricevuto in America e alla maggior comprensione artistica in Europa, sancita dall’ovazione per il suo Falstaff al Festival di Cannes 1966. Una vita intensa che Kapnist ha descritto fedelmente: la cultura, l’ironia, la filosofia e soprattutto l’arte di Welles non vengono mai tradite.

Voto: 6,5

Francesco Foschini

 

SEMBENE!

Regia: Samba Gadjigo e Jason Silverman

Anno: 2015

Durata: 82′

Nazione: Senegal

TRAMA

All’inizio degli Anni Cinquanta, Ousmane Sembene, uno scaricatore di porto senegalese, si mette in testa di diventare il narratore della nuova Africa. La sua voce si è trasformata così nel simbolo di ciò che una terra complessa come l’Africa vuole raccontare ma spesso non può farlo liberamente.

sembene

RECENSIONE

Un percorso, quello di Ousmane Sembène, che sembra un romanzo: dall’infanzia spesa tra acqua, alberi, pesca e caccia nella zona senegalese della Casamance, agli studi in Russia, passando per l’educazione da autodidatta alla letteratura e ai temi dell’anticolonialismo. Arrivando così a scoprire la vera vocazione, quella del cinema e del racconto nazionale della “sua” Africa. Considerato il padre del cinema africano, Sembène ha portato un’arte che nel continente più antico del mondo era ancora assente: «Mancava tutto del cinema africano, compresi i fan». Il documentario di Samba Gadjingo (biografo ufficiale di Sembène) e Jason Silverman racconta efficacemente le gesta di un personaggio che ha voluto dare spazio e voce alla popolazione senegalese denunciandone precarietà, cattiva informazione e ingiustizia; inoltre evidenzia le tappe vitali e cinematografiche del regista scomparso nel 2007. Camp de Thiaroye diventa un interessante quanto spietato ritratto del colonialismo in Senegal, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il film girato nel 1988 (ma ambientato nel 1944), risultò così “scomodo” che il governo francese ne vietò la proiezione su tutto il territorio nazionale. Ma fu ventidue anni prima, con La nera di… (1966), che Sembène ottenne il successo mondiale. Il film (che verrà proiettato subito prima del documentario di Gadjingo e Silverman) è un atto di denuncia sullo sfruttamento di una giovane donna senegalese da parte di una famiglia della borghesia francese. Il ritratto del regista che Gadjingo e Silverman mettono a fuoco nel loro documentario ci fa capire che i film di Sembène sono atti politici, attraverso i quali i membri della comunità senegalese si ribellano alla condizione di schiavitù. Tra foto d’archivio e interventi di amici e parenti – tra cui Spike Lee, Danny Glover, Angela Davis, Mahen Bonetti, W. E. B. Du Bois – spicca il figlio Alain che ricorda affettuosamente i discorsi fatti col padre: “Con lui non si parlava mai di famiglia, ma di rivoluzione, di Africa e del futuro. Oltre a figlio ero diventato anche suo amico”.

Voto: 7-

Francesco Foschini

OSCAR 2016. INTERVISTA A GIANCARLO GROSSI

Condividiamo l’intervista del blog CIMO al Fachiro Giancarlo Grossi sugli Oscar 2016.

Valutando le tante nominations ricevute e i risultati dei Globe sembra che The Revenant farà man bassa di premi. Lei lo premierebbe o crede che ci siano film migliori in lizza? Quanto influenza una campagna mediatica come quella del film di Inarritu?

Innanzitutto devo fare una premessa: ho detestato The Revenant di Iñarritu, un film tanto presuntuoso a livello tecnico quanto fiacco dal punto di vista narrativo: lineare, tradizionale, incapace di restituire le emozioni di un sano revenge movie. Soprattutto, tanto spinto sul versante di un presunto realismo che possa spogliare il west della sua mitologia, quanto irrealistico in tutte le sue svolte narrative. Birdman era un film di tutt’altro respiro e complessità, e, anche se il battage pubblicitario sembra sostenere The Revenant, mi sembra difficile che lo stesso regista possa bissare l’Oscar a distanza di un anno, soprattutto con questo film. Aggiungo inoltre che almeno tre dei film candidati mi sembrano artisticamente superiori: un’opera eccezionale come Mad Max Fury Road, destinato a fare la storia del cinema ancor più che quella dell’Academy, l’ottimo La grande scommessa e un film coraggioso come Spotlight. Ma negli Oscar la campagna mediatica è fondamentale, a differenza che nei Festival l’audience è molto più decisiva della critica. Bisogna inoltre aggiungere che si tratta di una premiazione americanocentrica, che non sempre funge da sintomo delle vere rivoluzioni del cinema contemporaneo.

Al di là di The Revenant, da cosa si aspetta qualche sorpresa?

Mi ripeto: assolutamente Mad Max Fury Road del vecchio George Miller, un capolavoro di immensa suggestione visiva, azione allo stato puro che si traduce in un puro flusso di immagini indimenticabili. Un film che sarà studiato tra vent’anni, e che darebbe più importanza al premio di quanta il premio stesso possa dargliene. Se fossi membro dell’Academy, gli assegnerei tutte le 9 statuette cui è candidato.

Fra le attrici, Jennifer Lawrence e Cate Blanchett sono molto amate dall’Academy. Crede in un nuovo successo o può esserci qualche valida outsider? Brian Larson per Room?

Jennifer Lawrance ha ottime possibilità, recita anche nel film giusto, piacevole e inoffensivo, ma di un autore di grido come David O. Russell, che nel contesto americano vanta una schiera di fan paragonabile a quella che Tarantino o Von Trier possono trovare a livello europeo. Io personalmente premierei Cate Blanchett, come sempre straordinaria. E come non protagonista Jennifer Jason Leigh in The Hateful Eight, non solo la migliore interpretazione della sua carriera, ma anche una delle migliori degli ultimi anni a memoria d’uomo.

HE

Perché un regista americano come Tarantino viene sistematicamente ignorato dall’Academy? 

Tarantino non è sistematicamente ignorato dalle Nomination, ma lo è stato completamente – e scandalosamente – quest’anno, dove avrebbe concorso con un film, The Hateful Eight, che a mio modesto avviso è il più complesso della sua produzione recente. Tutto questo per motivi smaccatamente politici: recentemente Tarantino si è schierato a viso aperto contro le violenze razziste della polizia, subendo un boicottaggio mediatico organizzato. A questo va aggiunto il carattere politically scorrect di un film che rinuncia alla facilità di un centro morale che distingua buoni e cattivi, e che ci fa penetrare senza alcun filtro nelle divisioni politiche razziste e identitarie della Secessione Americana. Sicuramente, qualsiasi film possa vincere l’Oscar di quest’anno – a parte Mad Max – non potrà reggere il confronto artistico con quest’opera, cui il tempo renderà giustizia.

Non posso non chiederlo. Un motivo per cui Di Caprio merita un Oscar ed un motivo per cui non lo merita neanche quest’anno.

Se lo meriterebbe come risarcimento, essendo uno degli attori più brillanti della sua generazione. Non se lo meriterebbe per un film dove l’interpretazione muscolare e la resistenza fisica sono considerate condizioni sufficienti per una premiazione, e dove sembra che si tenti ogni virtuosismo in vista dell’Oscar. Nonostante poi il personaggio sia piatto e manchi completamente di caratterizzazione. La grandezza di Di Caprio attore sta piuttosto in una recitazione soffusa, capace di render conto delle sfumature, disegnare il carattere con grazia. È quello che abbiamo visto in altri film, in particolar modo The Wolf of Wall Street di Scorsese. Anche se in quel caso l’Oscar lo meritava effettivamente Matthew McCounaghey per l’interpretazione indimenticabile di Dallas Buyers Club.

ROOM

Regia: Lenny Abrahamson

Sceneggiatura: Emma Donoghue

Anno: 2015

Durata: 118′

Produzione: Irlanda, Canada

Fotografia: Danny Cohen

Montaggio:  Nathan Nugent

Scenografia: Ethan Tobman

Costumi: Lea Carlson

Colonna sonora: Stephen Rennicks

Interpreti: Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, William H. Macy.

TRAMA

Joy e Jack vivono un’esistenza parallela all’interno di una piccola stanza, lontani dal mondo e impossibilitati ad uscire da “Vecchio Nick”, che li tiene sotto prigionia da ormai molti anni. Joy inventa per Jack un mondo immaginario, in modo tale che possa vivere quella segregazione nel modo più bello possibile.

RECENSIONE

Adattamento cinematografico del romanzo “Stanza, letto, armadio, specchio”, scritto dalla stessa curatrice di sceneggiatura del film, Emma Donoghue. Il romanzo è a propria volta liberamente ispirato al caso Fritzl, che tanto sconvolse l’opinione pubblica.

room 1

Room si apre con il piccolo Jack che dispensa buongiorno agli oggetti dentro la stanza: lampada, armadio, sedia numero uno, sedia numero due. Quello il suo microcosmo, quella la sua unica realtà. Scopriamo la loro storia attraverso gli occhi sognanti di Jack, la sua potente immaginazione. Un bambino di soli cinque anni che, nonostante la segregazione subita a sua insaputa, ha un profondo attaccamento alla terra e agli esseri viventi. Joy, madre devota, reinventa per il figlioletto il senso dell’esistenza: perfino tutto ciò che si vede in televisione è frutto di finzione, ma loro due soli sono reali, concreti. Loro due e Vecchio Nick, che periodicamente irrompe nella quiete quasi magica e ferma della stanza, per abusare sessualmente di Joy mentre Jack sta al riparo dentro il suo armadio.

Joy, ormai distante dalla civiltà ormai da più di sette anni, decide che Jack sia intelligente abbastanza e pronto ad interiorizzare una grande verità: non sono soli, la stanza non è tutto il mondo, e fuori da quei pochi centimetri ci sono cieli grandi, alberi, altri bambini, una grande casa con l’amaca, tante cose da scoprire e da fare. L’elaborazione del piano di fuga – che prevede la messa in scena della morte di Jack in seguito ad una brutta febbre non curata – ha una forte carica di ansia, capace di mettere a dura prova qualsiasi tessuto emotivo. Sarà Jack, avvolto in un vecchio tappeto, a riuscire la sua evasione, a correre per la salvezza, con le istruzioni di Joy sempre in testa come un mantra: rotola, salta, corri, chiedi aiuto a qualcuno.

room 2

Punto di forza di questo film è la capacità lirica dei monologhi di Jack, intensi e sognanti; per tutta la narrazione lo spettatore viene accompagnato e condotto dallo sguardo di Jack sui mutamenti delle vicende, sulla rinascita e la salvezza, ma anche sull’accettazione necessaria e difficile della sofferenza, l’elaborazione non di certo istantanea della pura realtà fatta di violenza, rapimento, bugie per sopravvivere e tutta quella vastità di mondo sconosciuto, lì fuori. Rumori, macchine, telefoni, cani, banalità della vita scoperte tutte in poche ore, sconvolgono e mettono a soqquadro il sentire di Jack, e anche quello di Joy, che dovrà lottare con la metabolizzazione finale della sua tragedia. Jack scoprirà di potere avere altri affetti oltre la madre: dei nonni, dei vicini di casa, degli amici. Sarà proprio lui, ancora una volta, a regalare la necessaria grinta a Joy, per poter ricominciare una vita normale, esattamente come a noi spettatori vengono regalate scene emozionanti, cariche di pathos, capaci di far rivalutare il senso della vita stessa, della fortuna dello stare al mondo, di esserci, semplicemente.

Azzeccatissima la scelta del casting. Non immaginerei nessun altro bambino capace di entrare nel ruolo così alla perfezione, come fosse cucito addosso appositamente per lui, giustamente equilibrata anche la drammaticità di Brie Larson con conseguente e meritata nomination all’oscar come miglior attrice protagonista. Oltre alla recitazione, la narrazione viene valorizzata dall’ottima colonna sonora e dalla brillante regia di Abrahamson, che valorizza al meglio il contrasto fra scene chiuse e scene all’aperto. L’equilibrio fra questi elementi rende Room un ottimo cavallo da corsa su cui puntare in vista della notte d’oro del cinema.

Voto: 8

Alessandra Buttiglieri