LE CHALLAT DE TUNIS

Regia: Kaouther Ben Hania

Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania

Anno: 2013

Durata: 89’

Nazione: Tunisia, Francia, Canada

Fotografia: Sofiane El Fani

Montaggio: Nadia Ben Rachid

Musiche: Benjamin Violet, Si Lemhaf

Interpreti: Jallel Dridi, Mohamed Slim Bouchiha, Narimène Saidane

TRAMA

Tunisia, 2003: la leggenda di Challat, che vaga fra le strade di Tunisi in sella alla sua moto e con una lama di rasoio tra le mani per sfregiare i più bei fondoschiena delle donne che incontra. Una donna decide di dargli la caccia e far luce sulla sua storia.

RECENSIONE

Miglior lungometraggio africano al 25° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – dalle immagini iniziali sembra quasi di assistere a un film poliziottesco con protagonista Maurizio Merli o Tomas Milian nelle varie Roma e Napoli violente degli anni Settanta, per cruda violenza e stile di riprese. E invece tutto ciò è inquietantemente reale e si svolge lungo le vie dell’odierna Tunisi. O meglio inquietantemente quasi reale. Il film infatti è un mockumentary, un finto documentario.

Le challat de Tunis 2

Un uomo a cavallo della sua motocicletta e attrezzato di rasoio (“challat” in arabo) fa scempio delle terga di giovani donne. Già prima della Tunisia c’erano stati diversi casi anche in Egitto e Siria, tanto da rendere questi carnefici un fenomeno mediatico – e in certi casi perfino di ammirazione – per gli uomini, e un terrore in agguato dietro ogni angolo per le donne.

Ben Hania alterna in maniera spiazzante documentario e fiction. Inizia a indagare su chi possa essere l’effettivo “Challat” di Tunisi. Tra interviste e dichiarazioni, la regista indice un casting per scovare questo personaggio violento e brutale. Durante l’audizione compare Jalel, un ragazzo di 21 anni, che si proclama proprio come il famoso aguzzino tunisino. La regista, dopo un iniziale scetticismo, inizia un pedinamento neorealistico dietro di lui, per carpire e analizzare ogni singolo rapporto che ha con le donne (sua madre compresa).

Quasi come una detective, Ben Hania traccia una storia tristemente reale sfumando sul complicato rapporto che i paesi di stampo islamico hanno nei confronti della donna. Gli uomini intervistati dalla regista elogiano le gesta macabre dello Challat, affermando che le donne seviziate sono state punite per il loro abbigliamento provocante. Dall’altro capo, però, troviamo proprio le stesse donne coinvolte nei fatti, che raccontano alla telecamera tutta la loro frustrazione e la rabbia sia sul pensiero maschilista del loro paese che sulla forze dell’ordine ostinate solo sul ritrovamento di un qualsiasi capro espiatorio per non condannare mai il comportamento feroce di tanti maschi.

Le challat de Tunis 1

Il tutto viene incorniciato dalla creazione di un incredibile videogioco dedicato proprio allo Challat e creato da un estimatore del motociclista armato di rasoio. Un’ennesima umiliazione per le donne. Ben Hania e le stesse vittime si fanno degne portavoci di questa realtà drammatica, uscendone con dignità e ogni tanto anche alzando le mani nel vero senso della parola, come una delle signore che inveisce contro il creatore del videogioco: “Schermo o non schermo tu indottrini i ragazzi a esercitare violenza sulle donne! Dovrebbe essere illegale, sia per gli adulti che per i bambini!”. Una traccia di cinema potente sulla condizione delle donne nel mondo arabo.

Voto: 7,5

Francesco Foschini

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INTO THE WILD

Regia: Sean Penn

Sceneggiatura: Sean Penn

Anno: 2007

Durata: 140’

Nazione: USA

Fotografia: Eric Gautier

Montaggio: Jay Cassidy

Scenografia: Derek R. Hill

Costumi: Mary Claire Hannan

Colonna sonora: Michael Brook, Eddie Vedder

Interpreti: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone

TRAMA

Il film racconta la storia vera di Christopher McCandless, un ragazzo di famiglia benestante il quale, dopo la laurea conseguita nel 1990, decide, prima, di donare tutti i suoi risparmi in beneficenza e, in seguito, di partire per un viaggio lunghissimo negli USA, dal Messico all’Alaska. Christopher, di fatto, scompare da tutto e da tutti, decidendo di adottare lo pseudonimo di Alexander Supertramp dopo aver distrutto tutti i suoi documenti. Lo attende un viaggio incredibile, costellato di incontri che gli cambieranno la vita, alla scoperta delle terre selvagge degli Stati Uniti.

RECENSIONE

Quarto film da regista per Sean Penn e sicuramente il più travagliato, sia prima che durante la sua lavorazione: un’incubazione di almeno 15 anni; le difficoltà nel convincere la famiglia Mc Candless ad acconsentire uno sceneggiato sulla vita del figlio; le condizioni proibitive nelle quali la troupe si è trovata a dover girare, tra deserti caldissimi e gelide foreste del nord. Un lavoro estenuante che ha comunque prodotto un film di spessore grazie soprattutto alla determinazione di Penn, innamoratosi del soggetto dopo aver letto il romanzo di John Krakauer da cui è stato tratto, ovvero Nelle terre estreme (Into the Wild, 1997).

Un film di spessore, dicevo. Una fotografia mozzafiato di Eric Gautier che già aveva dato prova di bravura in I diari della motocicletta (Diarios de motocicletta, 2004) e che qui si trova costretto a dare il meglio di sé per descrivere i veri protagonisti di questa pellicola, vale a dire gli stupendi paesaggi naturali americani. Il fascino di una storia vera; l’intensità dell’ambientazione; la suggestiva divisione in capitoli “trascendentali”; il ritmo narrativo che si appoggia a quello trascinante delle canzoni di Eddie Vedder e delle musiche di Michael Brook e Kaki King; elementi importanti e caratteristici che sembrano elevare questo film a un livello di tutto rispetto, ma che in realtà ne costituiscono impietosamente la vera e un po’ misera essenza. Se durante la visione del film, infatti, si passa gran parte del tempo ad ammirare montagne, laghi, deserti, animali di qualsiasi tipo; e ad ascoltare l’infinita sequela di massime che escono dalla bocca del protagonista, in un generale e invadente revival hippy neanche troppo celato, allora mi nasce quantomeno il sospetto che tutto sia finalizzato a oliare la gigantesca macchina della suggestione che sembra stare alla base di tutto il lavoro. L’impressione è quella di star di fronte ad un gigantesco videoclip ad altissimo budget, dato che risulta talvolta difficilissimo riuscire a capire se siano le musiche a supportare la storia o viceversa. Nel tripudio anticapitalista (definizione generosa) che pervade il film, infatti, la voce di Eddie Vedder sembra quasi sgomitare per ottenere un’attenzione maggiore, rivendicando in qualche modo il ruolo di “bandiera della ribellione contro la società” che si era illusa di incarnare quando ancora era parte del sound dei Pearl Jam. E’ proprio l’insopportabile e costante insistenza sul trinomio “musica ribelle – natura selvaggia – protagonista contro le regole” che rende questa pellicola una sorta di gigantesco meccanismo atto a soddisfare il sentimento di “vaffanculo al mondo” che sicuramente sarà stato presente in molti di quelli che avranno amato questo film.

Non sto giudicando i fan di Into the Wild, ma sto esprimendo le mie perplessità nei confronti di chi l’ha giudicato un prodotto assolutamente magnifico e privo di ogni difetto. Il film in sé è molto ben strutturato, visivamente impeccabile e astutamente sorretto da una colonna sonora magistrale. Ma se tutto questo, come dicevo in precedenza,  è finalizzato solamente ad alimentare e solleticare la suggestione e le fascinazione del pubblico, allora il punto di vista cambia e non può che essere negativo. Approvo il film in sé, ma lo boccio prendendomi tutta la responsabilità di un processo alle intenzioni.

Giorgio Mazzola di HostClub

Voto: 6