IL GIOVANE FAVOLOSO

Regia: Mario Martone

Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo

Anno: 2014’

Durata: 137’

Produzione: Italia

Fotografia: Renato Berta

Montaggio: Jacopo Quadri

Scenografia: Giancarlo Muselli

Costumi: Ursula Patzak

Colonna sonora: Sascha Ring

Interpreti: Elio Germano, Michele Rondino, Isabella Ragonese, Massimo Popolizio

TRAMA

Il giovane Leopardi cresce in una casa-biblioteca, sotto lo sguardo severo del padre.

RECENSIONE

Vita del poeta italiano Giacomo Leopardi, dalla sua giovinezza nella casa di Recanati – sotto l’ossessiva protezione del padre Conte Monaldo, della gelida presenza dell’austera madre Adelaide, ma anche con  il sincero affetto di due dei suoi numerosi fratelli, Carlo e Paolina – fino alle peregrinazioni in giro per l’Italia assieme all’amico Antonio Ranieri, che lo portarono a Firenze, a Roma e in seguito a Napoli.

Con Il giovane favoloso, Martone mette in scena uno dei biopic più complessi e delicati che il cinema italiano ricordi. Una responsabilità enorme che però il regista affronta con una maturità e un’audacia che fanno dimenticare le piccole – seppur fastidiose – lacune che si palesano soprattutto nella seconda parte della pellicola, quando le linee guida della sceneggiatura e la coerenza nella costruzione del personaggio sembrano qua e là venire meno.  Le migliori ed emblematiche qualità del film trovano infatti il loro apice soprattutto nella parentesi dedicata alla giovinezza del Leopardi, nella prima metà del film, che vede il trionfo, nella tecnica registica, di una poetica e di un’estetica che non credo sia esagerato definire di stampo espressionista. Martone riesce infatti nell’impresa di non raccontare pedissequamente la vita di Leopardi scandita dalle sue opere, ma piuttosto la genesi e l’evoluzione della sua immanente sofferenza attraverso la rappresentazione visiva di alcuni suoi scritti più famosi – di particolare effetto la scena dedicata a L’infinito –, evitando in maniera magistrale il fortissimo rischio di trasformare il film in una sorta di docu-fiction in costume che soddisfacesse in gran parte le aspettative degli amanti del Leopardi in versi. Il film di Martone diventa un vero e proprio affresco, una garbata eppure incisiva stesura di colore scuro applicata su una tela pulita ma grezza, che incarna appieno l’acuirsi dell’incompatibilità profonda tra il poeta e le cose di questo mondo, in un vortice che trascina inesorabilmente verso l’abisso il protagonista e chi gli sta attorno. La vita di Leopardi diventa il racconto di una costrizione claustrofobica – sia fisica che psicologica – che traspare dagli occhi dell’ottimo Germano e che il regista non manca di descrivere con la più evidente caratteristica che contraddistingue la sua personale interpretazione del taglio delle inquadrature: il vero e proprio leitmotiv estetico – di stampo quasi smaccatamente wellsiano – che accompagna lo spettatore durante tutta la visione, si traduce nelle opprimenti inquadrature che ingabbiano il protagonista anche quando questi si muove entro spazi piuttosto ampi. Una caratteristica che si esplicita soprattutto in due momenti: il primo, all’interno della casa di Recanati, dove prevalgono le inquadrature dal basso che in qualche modo esasperano l’altezza di Germano per poi soffocarla subito dopo a causa dell’inevitabile presenza dei soffitti ogni volta più vicini e incombenti sopra la sua testa. Il secondo, gli esterni di Napoli, quando invece l’handicap fisico del poeta viene sottolineato dalle impietose inquadrature dall’alto che lo schiacciano ancora di più verso il terreno e che sembrano accanirsi una volta di più sulla schiena rovinata e piegata dalle deformità ossee – emblematica in tal senso la sequenza che vede il protagonista dialogare con un mendicante durante l’epidemia di colera a Napoli: i faticosi spostamenti di Germano vengono qui descritti da un’inquadratura dall’alto con un’angolazione talmente acuta che della vastissima Piazza Plebiscito nella quale si sta svolgendo l’azione si può solamente vedere il terreno e quasi nulla del resto.

Una claustrofobica rappresentazione del reale senza vie di fuga, in una magistrale traslazione del pensiero leopardiano in linguaggio cinematografico.

Le musiche di Sascha Ring (aka Apparat) cullano la vicenda con una nenia dolce e allo stesso tempo tetra, immergendola in un’atmosfera lugubre e crepuscolare. I brani sono del 2011 (contenuti nell’album The Devil’s Walk): una conferma del fatto che Martone abbia operato un’accurata selezione musicale sondando terreni tutt’altro che ovvi, al posto di appoggiarsi ad una colonna sonora di contorno senza alcuna velleità. Anche in questo caso l’audacia è stata premiata.

Giorgio Mazzola

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GIOVANE E BELLA

Regia: François Ozon

Sceneggiatura: François Ozon

 Anno: 2013

 Durata: 90

 Produzione: Francia

 Fotografia: Pascal Marti

 Montaggio: Laure Gardette

 Scenografia: Katia Wiszkop

 Costumi: Pascaline Chavanne

 Colonna sonora: Philippe Rombi

 Interpreti: Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Charlotte Rampling

TRAMA

Isabelle, una giovane e bella ragazza parigina, inizia una seconda vita fatta di prostituzione a seguito delle prime esperienze sessuali. Uscire dal vortice entro cui si è spinta non sarà facile, nonostante l’aiuto della famiglia e la propria volontà di giovane donna.

 RECENSIONE

Quale sia il confine che separa malizia e perversione da una più semplice, per quanto peculiare, brama di scoperta sia fisica che interiore è qualcosa di difficilmente catalogabile. Innumerevoli sono le chiavi interpretative che dovrebbero essere giudicate più dalla singola soggettività che da prestabilite regole sociali.

Con la pellicola Jeune et jolie, il regista François Ozon si avventura  nell’osservare le stagioni che scandiscono un periodo di cambiamento nell’adolescenza della protagonista Isabelle (Marine Vacht). La diciassettenne, a seguito della prima esperienza sessuale, intraprende un percorso che la porta a prostituirsi nella Parigi dei giorni nostri. Una decisione forte, non dettata dal bisogno economico né tantomeno perché priva di corteggiatori suoi coetanei. Tuttavia una più o meno consapevole spinta a conoscere il proprio corpo e quello dei più disparati partners occasionali la trascina in un turbinio di incontri del quale non riesce fare a meno.

Una pellicola forte e mai giudicante, che riesce a mantenere un tatto dignitoso anche nelle scene più esplicite e forti dove il confronto tra il corpo giovane e acerbo di Isabelle si sovrappone con quello maturo e avvizzito dei suoi clienti. Il regista, navigato nell’occuparsi di tematiche considerate tabù sociali, è in grado di contestualizzare il punto di vista della protagonista con quello di una società, metaforicamente impersonata anche dalla madre (Geraldine Pailhas), dal fratello (Fantin Ravat) e dalle persone a lei più vicine. Una fitta rete di opinioni e reazioni si interseca con la condotta di vita di Isabelle e spinge lo spettatore a farsi della domande, a mettere in discussione le proprie convinzioni e crearsi un’opinione più coerente su fenomeni sociali come questo, che accadono sempre più spesso in questo periodo storico, anche forse a causa di tecnologie e social media sempre più insinuati nell’ordinario.

Un film tributo al cult di Luis Bunuel Belle de Jour, che, senza troppe provocazioni, riportava una storia fuori dal comune che mantiene ad ogni modo gli intrecci narrativi tipici del romanzo di crescita. Nuove esperienze accostate al cambiamento fisico portano inevitabilmente anche la mente a vivere  mutamenti. Le reazioni possono essere innumerevoli e talvolta le più inaspettate.

Così come la macchina da presa indugia sulla spontaneità e la naturalezza di Isabelle nel fare ciò che fa e si interroga sul suo sguardo così malinconico e sfuggente, anche per lo spettatore può essere un’occasione di riflessione piuttosto che di mera condanna o comprensione.

Voto: 7

Mattia Maramotti

SIN CITY I – SIN CITY II: A DAME TO KILL FOR

Regia: Robert Rodriguez, Frank Miller

Sceneggiatura: Robert Rodriguez, Frank Miller, William Monahan

Anno: 2014

Durata: 102’

Produzione: USA

Fotografia: Robert Rodriguez

Montaggio: Robert Rodriguez

Scenografia: Steve Joyner

Costumi: Nina Proctor

Colonna sonora: Robert Rodriguez

Interpreti: Michey Rourke, Eva Green, Jessica Alba, Joseph Gordon-Levitt, Juno Temple, Josh Brolin, Powers Boothe, Jaime King, Bruce Willis, Ray Liotta, Lady Gaga

TRAMA

A Sin City ognuno è preda dei propri demoni interiori. Dwight è vittima della passione per la bella Ava Lord, che gli chiede aiuto per liberarsi del marito violento. Johnny è un presuntuoso giocatore d’azzardo che vuole sfidare il potente Senatore Roark. E anche la ballerina Nancy medita vendetta.

 RECENSIONE

Città vecchia: d’amore, di morte e di altre sciocchezze

“Giallo in qualche pozzanghera”

Nove anni dopo sono troppi. Sin City è immutata nell’aspetto ma (quindi) ammuffita nello spirito. Rodriguez, come una bella amante, si è fatto desiderare troppo: le rughe si vedono e il trucco, forse, le accentua. Si pensi al 3D – tecnica volta ad aumentare il fumo e non l’arrosto – che non migliora l’impatto visivo e a tratti lo ostacola, tradendo la natura essenzialmente bidimensionale dell’opera di Miller. Nel tornare a far visita alla nostra città vecchia scopriamo, con amarezza, che la sua realtà è sempre uguale ma per noi non ha più lo stesso significato.

Nulla è cambiato. Basin City continua a essere chiamata Sin City e a coccolare i suoi eroi come fantasmi, dal gigante triste alla ballerina con frusta e pistola. Le puttane scopano, i politici contano soldi e tutti insieme marciscono nei loro vizi e nei loro rimorsi, fumando più di Humphrey Bogart. Ma le curve di Jessica Alba non ci fanno più lo stesso effetto ed Eva Green somiglia troppo all’Artemisia del secondo piccolo 300. Solo il musone tumefatto di Marv invecchia come il vino buono, perché nessuno come Mickey Rourke può rappresentare Sin City in quanto spazio corporeo e insieme irreale, luogo celebrativo dei caduti e dei perdenti.

Saba e De André erano scesi nelle strade di Trieste e di Genova per aprire le porte dei lupanari e purificarci alla vista della sofferenza; il loro restava uno sguardo dall’alto, da estranei spettatori borghesi. Miller prende il fango giallo delle pozzanghere di Saba e lo getta addosso allo spettatore: ci conduce per mano nelle “turpi vie” della sua città del peccato non allo scopo di salvare il nostro animo, ma per corromperlo. Vuole farci abitare la città.

La città e il desiderio

Mosso dall’intento di cui sopra, il primo Sin City di Rodriguez era stato capace di sfruttare le potenzialità del dispositivo cinematografico e le sue tecniche più innovative senza tradire l’essenza fumettistica del capolavoro di Miller. Si è trattata cioè di una perfetta trasposizione, non meramente dei contenuti, ma dello spirito del fumetto, che si gioca interamente nella logica dell’eccesso: 1) dal punto di vista visivo si punta più all’irrealtà che alla surrealtà, attraverso immagini in bianco-nero con green screen e macchie di colore simbolico; 2) dal punto di vista della trama i personaggi sono poco umani perché troppo umani e fumettologicamente stereotipati; i dialoghi solenni, tragici e volutamente vuoti, non dicono nulla ma sono fichi. La coppia che alimenta a valorizza questa logica dell’eccesso è la tensione tragica fra morte e amore, il primo in quanto elemento-limite di ogni esperienza umana, il secondo in quanto unica scintilla di senso: questi due archetipi sono gli unici motori dell’azione. Il primo Sin City era insomma un trionfo dell’eccesso e in quanto tale viveva di un fragile equilibrio, che il secondo film non è riuscito a gestire: il contrasto è evidente soprattutto in uno sbilanciamento a livello di costruzione dei dialoghi (spesso ridicoli) e del coinvolgimento dell’azione (ritmo inferiore e spesso si scivola nel ripetitivo).

A salvare Sin City II è il progetto di fondo. Sin City come città distopica, non-luogo per eccellenza, tutte le città e nessuna, che si vuole raccontare nei scuoi scambi e nei i suoi desideri. Sin City popolata da un’umanità allucinata, di cui ricordare e dimenticare le storie, che si intrecciano fra loro, si perdono, si recuperano. Ci racconta ad esempio la guarigione miracolosa e senza senso del figlio bastardo di un senatore, che poi muore bruscamente e stupidamente senza completare la propria vendetta; scena che spiazza perché in contrasto con l’iniziale aura da vincente del personaggio; scena che delude, perché nel fumetto e nel cinema una vendetta non va mai lasciata in sospeso. Il secondo Sin City è più debole a livello di trama, non solo per il minor valore degli episodi in sé, ma perché l’interrelazione fra i vari personaggi funziona meno: Nancy sembra uscita da una canzone di Leonard Cohen e Marv diventa un burattino.

Il nostro paese dei balocchi assume allora a tratti la forma di una città fantasma: al mattino Rodriguez si è svegliato scoprendosi un asino e i nostri desideri si sono tramutati in ombre. Quando potremo tornarne schiavi? Sin City smette di convincere ma a volte riesce ancora ad affascinare, come una qualsiasi Venezia che si vende ai turisti mentre affonda nel mare.

La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

 Voti

8 (Sin City)

6- (Sin City II: A Dame to Kill)

Patrick Martinotta


Quattro episodi in sequenza. Una donna per cui uccidere, sorta di prequel di Un’abbuffata di morte, con al centro Dwight McCarthy (Josh Brolin) alle prese con la spietata Ava Lord (Eva Green), grande amore della sua vita; Solo un altro sabato sera , in cui Marv (Mickey Rourke) si risveglia tra le macerie di un disastro da lui provocato, ma del quale non ricorda nulla; Quella lunga, brutta notte, incentrata sul giovane Johnny (Joseph Gordon Levitt), abilissimo giocatore d’azzardo al quale viene la pessima idea di spennare il Senatore Roark, l’intoccabile cittadino di Sin City; La grossa sconfitta, dove la bella Nancy Callahan (Jessica Alba), cresciuta e con il cuore un po’ indurito, cerca di vendicare la morte di John Hartigan (Bruce Willis), avvenuta ormai anni addietro, individuando – ancora – nel Senatore Roark il primo responsabile.

Robert Rodriguez e Frank Miller tornano a raccontare le atmosfere cupe e violente della città del peccato, dieci anni dopo il grande successo di Sin City e, purtroppo per loro, con la difficoltà di dover soddisfare un pubblico che, nel frattempo, ha innalzato di parecchio la soglia dello stupore di fronte agli effetti speciali e che ormai è avvezzo alle nuove tecniche digitali a cinema. Tuttavia, proprio quella che poteva essere la causa principale di un insuccesso dovuto alla mancanza dell’elemento attrattivo – anche l’appendice “3D” non è più sufficiente a riscaldare gli animi – diventa una sorta di incentivo a “far meglio” sul piano della scrittura. Rispetto al primo capitolo del 2005, infatti, Sin City – Una donna per cui uccidere si presenta come un lavoro molto più equilibrato e armonioso dal punto di vista del ritmo narrativo. I brevi e a tratti slegati episodi di Sin City sembrano trovare qui una sorta di piacevole amalgamazione che li rende non semplici isolotti fatti di suggestioni, frasi ad effetto e fenomenali effetti al computer, ma capitoli in continuità di una tela narrativa che si estende anche alle vicende raccontate dieci anni fa – e che arrivano a giustificare persino azzardi retorici come il fantasma di Hartigan che protegge la bella Nancy – facendo diventare questo film non solo l’adattamento cinematografico della graphic novel di Miller, bensì un vero e proprio completamento necessario per poter godere appieno delle avventure dei personaggi, così come della costruzione delle loro personalità. A spiccare sono infatti le nuove profondità, le nuove ombre non grafiche, ma psicologiche dei protagonisti: una Nancy depressa che beve e cova la vendetta, un Dwight tormentato dalle sue debolezze messe a nudo da una Ava che incarna la rappresentazione metaforica e raffinata di una bellissima mantide religiosa – ruolo letteralmente cucito addosso alla inarrivabile Eva Green –, un Marv che finalmente non è più solamente il mezzo attraverso cui far risorgere il simulacrum di Mickey Rourke, ma si scopre essere una volta di più il personaggio più interessante dell’intera saga. E poi la freschezza del nuovo, l’episodio forse meglio riuscito di tutti, con un Joseph Gordon Levitt in stato di grazia, anche lui con un ruolo che gli calza come un guanto, in costante e perfetto equilibrio tra strafottenza e disperata malinconia.

Nonostante il cancan mediatico basato sull’ormai obsoleta – e oltretutto il più delle volte inutile – tecnica 3D, Sin City – Una donna per cui morire si salva quindi soprattutto grazie alla narrazione e non all’attrazione. Non dico che forse sarebbe meglio vederlo in 2D, ma quasi.

Voto: 6,5

Giorgio Mazzola

INTERSTELLAR

Regia: Christopher Nolan

Sceneggiatura: Christopher Nolan, Jonathan Nolan

Anno: 2014

Durata: 169′

Produzione: USA, Inghilterra

Fotografia: Hoyte Van Hoytema

Montaggio: Lee Smith

Scenografia: Nathan Crowley

Costumi: Mary Zophres

Colonna sonora: Hans Zimmer

Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine, Matt Damon, John Lithgow, Topher Grace, Casey Affleck

TRAMA

In un futuro imprecisato le risorse naturali della Terra sono diventate così scarse che l’umanità è regredita a una società agricola sull’orlo dell’estinzione. Un team di esploratori deve viaggiare attraverso un buco nero per trovare in un’altra dimensione un pianeta abitabile.

RECENSIONI

Siamo nel futuro, l’aria si fa sempre più spessa e irrespirabile, i raccolti languono, la natura lentamente e progressivamente muore, e noi con lei. Dimentichiamo quello che siamo stati, creatori e esploratori, e cerchiamo di amministrare la nostra fine, nel modo più decoroso possibile, risparmiando le ingenti quantità di denaro richieste e consumate da un’inutile progresso tecnologico, e dedicandoci all’agricoltura, per quanto possibile: questo il presente, il punto di partenza di Interstellar, epico giocattolone che sembra voler rifare il verso a 2001 Odissea nello spazio, senza tema di ricadere nell’ineleganza e nel fragore, laddove Kubrick ricercava nell’abissale silenzio dello spazio oscuro la misura al tempo stesso tragica e grottesca della nostra condizione nel ritmo cadenzato e bidimensionale del Donauwalzer di Johann Strauss, non mancando di iniettare a là Tarkosky nella fredda trama fantascientifica, e anche qui senza risparmiarsi, corpose dosi di emotività e di sentimentalismo: il romanzo familiare, sopratutto, e l’empatia umana troppo umana tra la macchina e l’uomo.

Straordinarie le immagini delle galassie lontane, delle superfici inospitali dei pianeti inabitabili visitati dai nostri protagonisti, dei buchi neri con i loro contorni aurati, e favolosi i paradossi della relatività e dello spaziotempo finalmente raccontati attraverso il drama e non semplicemente con l’impura teoria, in sé stessa di indiscutibile poesia e stupore, anche se non di altrettanto facile né universale palatabilità. Certo, un film imperfetto, meno serio di quanto in molti si aspettassero, meno preciso, meno attendibile di quanto quasi tutti credessero dovuto, incline tanto quanto Gravity alla licenza poetica, ma forse il problema sono le nostre aspettative, da quando è diventato di moda aspettarsi dalla fantascienza il rigore documentaristico e iperrealista della scienza, quando di quest’ultima non ha mai cercato di trattenere nient’altro che la pura fascinazione, instillando semmai in quei pochi eletti in grado di coglierlo un briciolo di quella curiosità che alle nostre vite comunemente non appartiene.

Personalmente, non mi aspettavo molto di più da un regista, certamente geniale, sempre capace di ammannirci un divertimento d’alta classe, da grande prestidigitatore, ma senza spessore, un regista la cui maggior dote non è mai stata quella di fornirci una maggiore comprensione della realtà né di indagare le profondità dell’animo umano, quanto piuttosto la sua straordinaria capacità di esaltarsi e di esaltarci vellicando la nostra parte più proclive alla violenza e all’emotività, suscitando quella nostra naturale simpatia  umana verso chi, alla fine della lotta, si erge vittorioso, e mascherando il tutto attraverso una manichea e semplicistica distinzione di bene e di male, senza nessuno spunto di riflessione critica (diversamente da David Cronenberg in A History of Violence, tanto per fare un esempio): sbagliato aspettarsi di più? Certo, oggi come allora.

Diversamente intelligente, e molto più complesso e di difficile fruibilità, l’ultimo film di David Michôd, The Rover, che racconta di un futuro ugualmente irrespirabile e di un’umanità agli sgoccioli, ridotta all’impossibilità di mascherare la propria miseria dietro una benestante ipocrisia, film catastrofista che non intende trasmetterci paura per il nostro futuro, quanto piuttosto mostrarci, attraverso le lenti distorcenti del cinema, la vera dimensione del nostro presente, dove l’aria si fa già sempre più irrespirabile, e dove le nostre pulsioni individualiste, e dunque distruttive e autodistruttive, già operano libere e incontrastate, nell’esaltazione ideologica generale.

Voto: 8

Giuseppe Argentieri


Non sopravvivrà un’altra generazione nella Terra, vicina all’esaurimento delle risorse alimentari e violentata da polveri tossiche. L’agricoltore ex-pilota della NASA Cooper viene reingaggiato dall’agenzia spaziale con la missione di trovare un nuovo pianeta in cui la vita possa proliferare in un’altra dimensione raggiungibile attraverso un wharm-hole . Ma i paradossi spazio-temporali legati al viaggio interstellare fanno sì che l’umanità potrebbe essere già estinta a missione compiuta.

Se Gravity di Cuaron era un film tutto giocato sulla fobia dello spazio aperto, l’ultima fatica di Nolan trova il proprio perno in un’agorafobia del tempo. Si tratta dell’angoscia di una temporalità sconfinata, che si flette in infinite dimensioni e sprofonda in buchi neri, rendendo impossibile recuperare qualsiasi cosa si sia lasciato alle spalle. È la solitudine estrema di uomini sperduti in abissi di tempo, la cui unica missione riguarda l’esigua temporalità cui il nostro pianeta è condannato. Si costruisce così ancora una volta un complessissimo sistema narrativo in cui diverse dimensioni di mondo diventano simultanee e concorrono verso un’unica soluzione, che aveva già fatto di Inception un esempio esplicito di sublime cerebrale. In questo senso il film raggiunge la sua massima efficacia quando può dar sfogo a quella che è la principale abilità del regista britannico, ossia il montaggio alternato più complesso e virtuosistico del cinema contemporaneo. La tecnica del montaggio alternato consiste nel far apparire come simultanee diverse azioni concomitanti: l’esempio più classico della storia del cinema è quello del salvataggio, che da Nascita di una nazione (1914) di Griffith in poi è stato riproposto in infinite varianti. In Interstellar può abbracciare addirittura diversi sistemi temporali che progrediscono verso il comune fine della salvezza: il tempo della terra, dello spazio aperto, dei pianeti  e delle dimensioni in cui si rimane ancorati. Raggiunge così nella parte centrale del film vertici di complessità, comunque proporzionale alla suspense percepita (e da intendere in senso letterale, trattandosi di assenza di gravità).

Ma se in Inception l’intrico gargantuesco del plot poteva poggiare sulla pura immaginazione, tale da conservare tutta la sua potenza immaginifica anche se non ricostruito nei minimi dettagli, in Interstellar la pretesa di fare della fisica teorica il principale motore della trama finisce per scadere nel didascalismo più arrugginito. Questo accade in particolar modo nella prima parte, dove i dialoghi sembrano stralciati da Dal Bing Bang ai buchi neri di Stephen Hawking, e non c’è svolta narrativa che non si faccia annunciare da uno spiegone sulla teoria della relatività o sui wharm-holes. Didascalico risulta anche il senso spirituale che attraversa tutta l’opera, riguardante il potere dell’amore (in particolare tra Cooper e la figlia Murph) di trascendere le barriere di spazio, tempo e gravità, che troviamo enunciato in modo lezioso e superfluo dal personaggio di Anne Hathaway a metà film. Ma nella seconda parte la forza visiva di tradurre in immagini, anche discutibili (la lucina iridescente che contorna il buco nero!) gli elementi più misteriosi dell’astrofisica prende il sopravvento, e l’esplodere del montaggio risulta il mezzo visivo più potente per comunicare l’infinita vertigine del tempo. Anche se tutta la complessità scientifica ed esistenziale di cui il film è intessuto si scioglie alla fine in un troppo semplice Deus ex machina, finendo per sembrare una complessa equazione che si risolve nel modo più banale una volta che si è scoperta la regola.

Voto: 6,5

Giancarlo Grossi


Christopher Nolan ovvero dei grossi buchi neri

“And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray”.

Cosa offre Interstellar? Personalmente, non è riuscito a darmi nulla. Non mi ha fatto riflettere, non mi ha sorpreso. Riuscire a incuriosire e a intrattenere lo spettatore per quasi tre ore sarebbe già un ottimo risultato, ma non se alla fine si rimane con l’amaro in bocca. Interstellar è intenso ma confuso, capace di ergersi a specchio della forza e allo stesso tempo dei limiti dell’opera di Nolan. Una scena del film, in particolare, sembra confessare emblematicamente la sua operazione cinematografica e la sua poetica: fare due puntini su un pezzo di carta e poi spiegazzare il foglio per unirli. Tutto qua.

La prima qualità di Nolan è la sua capacità di cingersi di un’aura da autore visionario, al punto da sentirsi accreditato a paragonarsi a Kubrick. Interstellar è il suo film più ambizioso, non solo dal punto di vista estetico: tutti gli elementi – a livello di sceneggiatura, regia, montaggio e colonna sonora (la continua alternanza fra rumore e silenzio) – cercano continuamente il contrasto, in primo luogo quello fra cosmico e intimo. È evidente che il soggetto fantascientifico rappresenta un pretesto per giocare con il tema delle nostre radici – la nostra casa e i nostri figli, nel senso più ampio di questi termini. Interstellar diventa un film di fantascienza dal punto di vista visivo, ma in fondo è un lungo-lungometraggio sulla paternità, l’amore, la speranza, la forza di volontà e tanti altri buoni sentimenti. L’ambientazione cosmica ha la pretesa di creare la distanza critica per osservare l’uomo e disegnare un nuovo umanesimo: ma alla fine del film tutto è uguale a prima, anzi tutto crolla e collassa, al punto che i diffusi paragoni (non dico con 2001!) con Gravity sono impietosi: il film di Cuaròn nella metà del tempo riesce a dire molto di più, mostrandosi superiore da tutti i punti di vista (in primo luogo estetico).

Il punto debole del film – paradossalmente – è la sceneggiatura. Nolan utilizza l’assodata tecnica “a spirale”, che mira a trascinare lo spettatore nei suoi ingranaggi al fine di disorientarlo: le teorie della relatività temporale rappresentano, in questo caso, il suo strumento magico. Trattandosi di un film di fantascienza non importa tanto la verosimiglianza della trama, quanto la sua credibilità; concetti che vanno ben distinti. A stonare non sono tanto le varie contraddizioni scientifiche che attraversano il film (qui lasciamo la parola ai molti scienziati che popolano il web), quanto la sensazione che neppure gli autori della sceneggiatura sappiano di cosa stanno parlando: Gargantua è un’abbuffata di contraddizioni e di teorie (o pseudo-tali), è nient’altro che il solito enorme buco nero della fantascienza di serie b, ossia il concetto-limite dove l’illogico è giustificato. Ma Gargantua non riesce a scagionare gli enormi buchi neri della sceneggiatura. La sviolinata finale sull’amore cosmico per “spiegare” l’incommensurabilità della quinta dimensione è assolutamente patetica. Un’aggravante è tentare, ancora una volta, di fondare il film su alcuni colpi ad effetto che purtroppo si intuiscono già a metà. Interstellar si rivela insomma un lavoro di mestiere, ma meno riuscito rispetto alle precedenti operazioni del regista: la sua complessità serve solo a celarne la confusione di fondo e il contrasto è pienamente avvertibile nei dialoghi, costantemente oscillanti fra il cervellotico e il patetico. L’ambizione di trascendere le tre dimensioni dà vita a un film piatto.

Altro elemento utile a comprendere la strategia propagandistica di Nolan – la sopra citata abilità a costruire attorno ai propri film un’aura, in questo caso anche credibilità scientifica – è la tenacia nell’informare lo spettatore che il film ha avuto la supervisione del teorico specializzato Kip Thorne. Ma a noi non ce ne frega niente. Non basta nominare un astrofisico per dare credibilità a una sceneggiatura. Così come non serve citare in continuazione Kubrick per avere una poetica. Non serve chiamare ogni volta in causa lo spettro dell’amore per colmare i vuoti di ciò che non riusciamo a concepire. Il ritratto di Nolan qui emerso sembra quello di un artista a metà: un prestigiatore suggestivo solo finché il suo complicato meccanismo stroppia e ci lascia senza niente in mano. Se non due puntini su un pezzo di carta spiegazzato.

Voto: 4,5

Patrick Martinotta


A quasi cinque anni di distanza da Inception, Christopher Nolan si tuffa ancora una volta nell’insidioso genere fantascientifico, affrontandolo con quelli che ormai sono diventati col tempo i tratti peculiari della sua cifra stilistica, ovvero una sceneggiatura granitica in cui tutti gli elementi si incastrano perfettamente, effetti speciali mozzafiato e una cura particolare nella scelta delle musiche. Paragonato da molti a 2001: Odissea nello spazioInterstellar è in realtà un melodramma che ingloba molti elementi individuati anche in altri film del genere, in particolare in Contact e Signs, ai quali Nolan sembra essersi ispirato soprattutto per la sostanziosa e rilevante presenza della componente emotiva – in particolare, la costante del rapporto padre-figlia; e inoltre la situazione familiare, l’ambientazione “agricola” e la soffusa atmosfera “esoterica” tipica soprattutto di SignsInterstellar mescola così le tematiche scientifiche già incontrate in 2001 (l’evoluzione dell’uomo; l’indeterminatezza del concetto di tempo e la possibilità di viaggiare attraverso più dimensioni) con le forti e a tratti invadenti parentesi emotive che, per forza di cose, diventano il supporto necessario per l’ottenimento di un successo commerciale sempre dichiaratamente inseguito nelle maxi produzioni statunitensi (la costante della gravità che si trasforma nella forza dell’amore, così immutabile e resistente a qualsiasi cambiamento; la geniale rappresentazione dello spazio tempo – incarnato dalla raffigurazione estetica della libreria che si ripete all’infinito – che si esplicita grazie al viaggio all’interno del buco nero, viaggio che diventa inesorabilmente la tangibile proiezione visiva del più affascinante, misterioso, ma anche angosciante trapasso nell’Aldilà). Il sentimento si fonde con la fantascienza, con il chiaro intento di accontentare più palati possibile – siamo lontani dalla freddissima e respingente atmosfera di Inception – e con la piacevole (ma per altri avvilente) sensazione di aver assistito alla versione Bignami, alla riduzione “per principianti” dell’inaccessibile capolavoro di Kubrick, dato che il significato sia “scientifico” che morale del tema trattato emergono grazie anche alla capacità del regista di accompagnare lo spettatore per mano nei meandri di tematiche altrimenti troppo complicate. Nolan si riconferma così il regista chiarificatore,  colui il quale non inventa nulla, ma che chiude tutti cerchi lasciati aperti nei film dai quali attinge avidamente.

Le musiche di Hans Zimmer (candidato all’Oscar) sono semplicemente perfette e conferiscono alla pellicola un’aura solenne che dona ulteriore spessore alla vicenda.

Da vedere.

 Voto: 8,5

Giorgio Mazzola


La sopravvivenza dell’umanità è ormai agli sgoccioli. Solo un’altra generazione ancora potrà probabilmente veder sorgere  l’alba, offuscata da immani tempeste di sabbia che saturano l’aria e minano mortalmente la salute di coloro che ancora resistono. La società, divenuta prettamente agricola, arranca nella costante lotta contro la piaga, che anno dopo anno distrugge i raccolti, portando la popolazione alla fame ed alla morte. In questo contesto Cooper, ex pilota ed ingegnere, lotta come tutti per la sopravvivenza della propria famiglia, ridotta ormai ai due figli ed al suocero.

“Il prossimo anno andrà meglio” è la frase che gli agricoltori si ripetono costantemente, ogni volta che la piaga si accanisce su di una coltivazione, portandoli a dover bruciare il campo. Di  anni però ne restano ben pochi, la fine prossima dell’umanità è presente negli occhi di tutti, che si aggrappano con fede a quel brandello di speme che, come brace sopita, arde nel DNA umano. Non c’è più nulla da fare se non resistere e combattere con le poche armi a disposizione: tenacia e speranza. Ed è la spinta alla sopravvivenza, la spinta dei legami familiari e dell’amore che condurrà Cooper ed altri scienziati oltre le soglie dell’universo conosciuto, attraverso il tempo e lo spazio. Per la salvezza dei propri figli, Cooper si butterà in un’impresa epica e coraggiosa, spinto da quell’amore genitoriale che pone in secondo piano la propria vita. La morte è una possibilità ammissibile, se questo comporterà la salvezza dei propri discendenti e dell’umanità stessa. Ed è lo stesso vincolo d’amore che lo lega alla figlia Murph ( e qui un piccolo accenno alla legge di Murphy in cui tutto ciò che può accadere accadrà) a dargli la forza ed il coraggio necessari  per superare anche i propri limiti.

Qui, presente e passato si fondono, corrono su binari paralleli, si ritorcono su se stessi, ripercorrendo quello stile caro a Nolan.  L’attendibilità  scientifica  di un viaggio attraverso un wormhole diventa verosimilmente plausibile, grazie alla collaborazione del fisico teorico Kip Thorne, senza però dimenticare  che, sempre di fantascienza stiamo parlando! Nolan ci mette di fronte ad una finestra in cui l’orizzonte è immaginabile, forse anche tangibile e probabile. Si corre sul filo del rasoio, fra verità e  finzione. Film molto coinvolgente ed emozionante, dal mio punto di vista, in cui ho potuto respirare, in alcuni punti, l’atmosfera di vecchi film cult. Nessun picco negativo o momento di noia per tutta la sua durata, non breve. L’essere uscita dalla sala di proiezione ed avervi continuato a pensare spesso, anche nei giorni successivi è dimostrazione di non esser un film da sottovalutare.

Voto: 7,5

Laura Cortese


Interstellar ha creato una netta scissione di partito tra chi lo elogia e chi lo critica, diventando in poche settimane un vero e proprio fenomeno mediatico. Matthew McConaughey, fresco di Oscar, è il protagonista tutto d’un pezzo pronto a partire per una missione spaziale che potrebbe salvare gli ormai pochi esseri umani rimasti sul globo terrestre, capace di ammorbidirsi solo quando visiona i videomessaggi dei figli. Anne Hathaway si divide fra la passione per la fisica quantistica e il senso filosofico dell’amore, scegliendo poi (ahimè per lei) quest’ultimo, Jessica Chastain è la rancorosa e risolutrice figlia del protagonista la quale riuscirà a salvare “capra e cavoli” grazie ad un insolito aiuto fornitole dal padre, il veterano Michael Caine è il potente e astuto doppiogiochista ma solo per necessità e infine non poteva mancare il cattivo di turno (in questo caso il matto di turno) interpretato da Matt Damon. Un cast all star interessante ma strano, sperimentale, a tratti un po’ stonato.

Effetti speciali curati, un uso del montaggio soddisfacente e capace di trasmettere adrenalina ed emozionare lo spettatore, così come la fotografia, ma – a mio modesto avviso – non basta per convincere del tutto. Una prima parte con un alone di mistero che invoglia a sapere di più sul destino del nostro pianeta, ormai ridotto a totale deserto, cede il passo a una seconda parte che rischia di appesantire quello che in un film può risultare più difficoltoso realizzare: i dialoghi. Scarni, ridotti all’osso, in totale armonia con l’ambiente (e fino a qui ci siamo), trasformati però in affettati surrogati dei peggiori cliché hollywoodiani, per arrivare verso un finale pienamente in linea col mood di Nolan: onirico e spiazzante ma al limite del grottesco e dell’incredulità, per quanto reso in maniera ottima sul piano tecnico. Un decollo che non mi ha convinto. Né carne né pesce.

Voto: 6-

Francesco Foschini


Diciamolo sinceramente, come tutte le cose che creano grandi aspettative, anche Interstellar conquista, ma non convince del tutto. Centosessantanove minuti che, si rapiscono gli occhi sullo schermo, ma con qualche sbadiglio qua e la’. Non mancherebbe nulla, la regia di Nolan e’ precisa, la trama azzeccata, sviluppata sull’affascinante tema della fisica teorica, gli effetti speciali sono spettacolari, la sceneggiatura regge, ma sopratutto e’ l’interpretazione di attori del calibro di Matthew McConaughey, Michael Caine, Anna Hathaway, Jessica Chastain che danno valore e rilievo a questo scenario. Cos’è che non funziona allora? Il tempo del film.

Una serie di lungaggini che, sicuramente, creano suspance per dei finali che non lasciano poi così tanto senza fiato. E la scelta di un tema così sofisticato, affrontato in passato da altre pellicole, come quello sulla fine del mondo, andava sviluppato con molta più ricercatezza e innovazione. Anche l’amore, che è il collante che muove lo svolgimento del film, porta con se un dramma, quello della separazione e distanza tra un padre e i propri figli per la salvezza del mondo, che non arriva poi così forte e toccante. Al di la delle ulteriori critiche, che si possono sollevare sulle fonti delle teorie fisiche utilizzate da Nolan per articolare il film, la cui veridicità poco interessa, trattandosi di un film di fantascienza. Un vero peccato, data la premessa dei primi trenta minuti della proiezione, che preparano il terreno per un andatura che invece ad un tratto confonde. Interstellar si è rivelato, il classico film americano, botteghino d’incassi, da vedere in quanto spinti dalla curiosità che suscita il nome di grande regista e del suo cast.

Voto: 5

Maritè Salatiello


Tra uomo e natura vi é ormai una sostanziale incompatibilità. Le avverse condizioni climatiche, nonché i frastornanti fenomeni atmosferici, stanno mettendo a dura prova la possibilità per il genere umano di sopravvivere ancora. Quella che nel film Cooper definisce “casa nostra” sembra non avere più le caratteristiche di quell’incostante, ma pur sempre ricco e produttivo, territorio natìo a cui l’essere umano sente, dal momento che la sua vita ha inizio, di appartenere. Quasi inconsapevolmente, egli sviluppa con esso un rapporto strettamente simbiotico che non gli consente, dunque, di immaginare la sua esistenza al di fuori. È proprio questo “fuori” che il film di Nolan cerca di esplorare. Una sofisticata squadra di membri speciali è chiamata a trovare, al di fuori della “nostra” galassia, un plausibile altrove in cui mettere nuove radici e prosperare di nuovo. La missione viene definitiva, appunto, Lazzaro in riferimento alla rinascita e alla nuova consapevolezza che essa si propone di raggiungere.

Oltre il sottile involucro rappresentato dall’astronave non c’é niente. Non esiste nulla che, come dichiara Romilly durante il viaggio verso il Worm Hole, non lo ucciderebbe all’istante. Cooper, in quest’occasione, fa riferimento alla medesima condizione che affligge anche i più grandi navigatori. Se durante un’esplorazione essi cadessero in acqua, morirebbero. Proprio come lo spazio, l’acqua si può dire non abbia una forma predefinità, se l’esploratore ci cadesse dentro, non potrebbe più esercitare alcun controllo, non gli sarebbe possibile respirare autonomamente e potrebbe non riuscire a riaffiorare mai più, perdendosi definitivamente. Cooper e la sua squadra sono loro stessi esploratori, stanno eseguendo una missione importante, il cui destino é indissolubilmente legato al loro e a quello di qualunque altro essere vivente sulla Terra. Quella é la loro barca.

La messa in scena del film richiama una miriade di luoghi sconosciuti facenti parte di una dimensione che potremmo definire ignota. In quanto esseri umani, noi non siamo di fatto a conoscenza di cosa esista oltre un certo limite del nostro sistema solare. La nostra galassia é il limite massimo. Nolan, con il suo film, ci spinge verso una dimensione sulla quale non saremmo nemmeno in grado di fantasticare e in cui ci troviamo completamente spaesati, vittime di un turbinio di emozioni ed ambientazioni surreali in cui niente é come ci aspetteremmo. La dimensione dello spazio e quella del tempo sono fortemente stravolte ed esercitano sui personaggi, quanto sugli spettatori, un effetto spesso straniante. Siamo accompagnati, con non poca fatica, attraverso repentini slittamenti che più personaggi vivono nel contempo rispetto ad altri. Cerchiamo di prendere le misure in un mondo in cui è presente solo un’infinita distesa d’acqua in grado di generare onde enormi capaci quasi di toccare il cielo o, ancora, sorvoliamo i cieli di un mondo le cui nuvole sono solide, congelate. Inconsciamente, proviamo un’inspiegabile fascinazione per lo spettacolo di quell’improbabile ed indomabile evento naturale che vediamo formarsi davanti ai nostri occhi ma, allo stesso tempo, siamo anche fortemente spaventati dalla minaccia che questo potrebbe comportare. Sono mondi fantastici quelli che Nolan ci porta a vedere e lo sono in modo particolare perché (come per ogni fantasia filmica) non possediamo una prova tangibile della loro esistenza ma, in questo caso, non siamo nemmeno portati a negarla categoricamente.

Similmente all’ambientazione dei pianeti visitati e alla incoerente dimensione temporale che scombussola i nostri nessi causali, Cooper si risveglia in un futuro che non potremmo mai riconoscere. La vita non é più la sua fattoria e la sua piantagione di mais (dimensione che riconosciamo antiquata anche secondo i nostri criteri iniziali) ma ci troviamo, per la prima volta, in un futuro aldilà di ogni immaginazione in cui le condizioni climatiche sono predeterminate e favorevolissime, la vita prospera vigorosamente e, grazie alla nuova tecnologia, esiste un modo per spostare l’intera comunità verso pianeti fino ad allora sconosciuti. Il motore della narrazione (come ci é dato riconoscere più avanti) é il legame affettivo che le persone sono in grado di instaurare tra di loro. Inizialmente questa condizione viene percepita come una debolezza, un ostacolo alla buona riuscita della missione e ritenuta, perciò, motivo di esclusione da questa. Successivamente, però, capiamo come sia proprio grazie a questo legame invisibile che diviene possibile per l’essere umano elevarsi al di sopra di quegli inconcepibili luoghi costituiti da parametri che la nostra mente non é, ancora, in grado di capire.

Durante il viaggio nel tempo che Cooper compie passando attraverso Gargantua (il profondo buco nero, detentore della grande verità), il legame d’amore rimasto sempre vivo e presente che lo collega alla figlia Murph permetterà ai due di comunicare ad un livello particolarmente intimo e profondo. Queste preziose informazioni, che permetteranno alla giovane donna di salvare il mondo, le vengono riportate da un luogo di cui non possediamo il minimo riferimento e che facciamo fatica, sia con lo sguardo che con il cervello, a visualizzare e a codificare. Solamente Murph dunque, essere superiore e possessore di una sensibilità unica, sarà in grado di riconoscere e sfruttare questi dati perché capace di superare la rabbia provata verso il padre (conseguentemente al suo abbandono) al fine di riconoscerne il messaggio sul quadrante dell’orologio lasciatole da lui, rappresentante fisico del loro legame. Come dice Amelia, l’amore non é una cosa che abbiamo inventato noi. Esso trascende dallo spazio, dal tempo, non é misurabile. Dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capire.

Voto: 8

Cristina Malpasso


Tanti attoroni del momento come l’onnipresente Matthew McCounaughey,  le bellissime Anne Hathaway e Jessica Chastain, il sempre bravo Michael Caine, il fratellino minore di casa di Affleck e Matt Damon al servizio di un film con un budget stratosferico confezionato per puntare dritto all’Oscar, fomentare l’orda di Nolan-maniaci e soprattutto appagare l’ego smisurato di quel regista che mi piace definire come un Michael Bay più filosofico, colto e raffinato… o se preferite più paraculo, furbo e ipocrita. La trama, per quanto condita bene con una serie di spiegazioni scientifiche ed epistemologiche menate, è di una banalità sconcertante: il nostro pianeta sta morendo e tutta la popolazione della Terra è in pericolo, urge al più presto una soluzione. Un ex pilota della NASA viene arruolato per una missione pericolosissima che lo terrà a lungo lontano dai suoi amati figli.

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Se non fosse già stato bollato come capolavoro dell’ultimo decennio ancora prima che uscisse nelle sale, paragonato a 2001 Odissea nello Spazio (ma stiamo scherzando!) e Christopher Nolan  innalzato a nuovo Dio, mi sarei limitata a definire il film come una buona americanata, di quelle che trasudano morale e perbenismo ad ogni inquadratura, senza però mancare per questo di emozionare. Insomma un buon prodotto hollywoodiano, ben fatto e con qualche tamarrata che di certo in questi casi non guasta. Il problema però è che qui non si sta parlando di Armageddon, non c’è di mezzo uno stupido meteorite che sta per colpire la Terra, il cinema di Nolan deve essere molto più cervellotico e profondo e la sua presunzione tale da condurlo ad imbastire storie che pretendono di diventare vere e proprie tesi scientifiche. La volontà di essere macchinoso come Inception si traduce in pochi passaggi complessi, che si richiedono un po’ più di attenzione, ma più che fonderti il cervello intaccano la profondità dei personaggi. Cooper interpretato da Matthew McConaughey è un padre che ama i suoi figli, ma li abbandona con estrema facilità dopo che un illustre professore della NASA gli racconta due cose su una missione per salvare la Terra. Lui era il miglior pilota in circolazione, non importa se da anni fa l’agricoltore e non ha la preparazione atletica per affrontare una spedizione simile, lui è figo e parte comunque! Amelia Brand è la figlia del boss, ha il visuccio carino di Anne Hathaway, una qualche super laurea in ingegneria o simili e anche se avrà finito l’università da tre ore,  pure lei è figa e parte comunque!

Se Interstellar lo si prende come un giocattolone che ha come suo unico scopo quello di divertire sono io la prima ad urlare al capolavoro, purtroppo però il film vuole andare oltre pescando tra le teorie dei viaggio spazio-temporali per farne una questione morale e parlare di rapporti umani. Nolan ha puntato troppo in alto giocando con i grandi, quelli troppo più grandi di lui scomodando persino Stanley Kubrick e prendendo qua e là da tutta la cinematografia di fantascienza. Allora non ci sto, non mi basta la vecchia storia del fogliettino piegato per spiegare la teoria dei buchi neri per andare da A a B senza la dimensione tempo, se mi tiri il pippone pseudoscientifico esigo che a salvare la Terra non sia un agricoltore e una di 30 chili ma due scienziati veri, addestrati per anni solo per quella missione. Se mi filosofeggi su questioni legate all’umanità e al rapporto padre e figlio non ti credo se mi propini la solita storia dell’amore più forte della scienza.

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Un film in bilico tra il voler essere visivamente grandioso, dove la potenza dell’immagine riempie tutte le lacune narrative, e il voler essere macchinoso ad ogni costo fondendo alle teorie scientifiche le questioni proprie della morale. La storia dell’amore che vince su tutto toglie credibilità ai comportamenti dei personaggi ed è una tesi troppo debole per giustificare una frase come: “Perché mi guida l’unica forza che trascende il tempo, lo spazio e la gravità: l’amore”. Non è un capolavoro è solo un film di fantascienza godibilissimo con dei bellissimi effetti speciali (siamo nel 2014…magari lo diamo per scontato!) e come tale va preso.

Voto: 6

Cinefabis


 

VOTI

Patrick Martinotta: 4,5

Giuseppe Argentieri: 8

Giancarlo Grossi: 6,5

Giorgio Mazzola: 8,5

Laura Cortese: 7,5

Francesco Foschini: 6-

Maritè Salatiello: 5

Cristina Malpasso: 8

Cinefabis: 6

Angelo Grossi: 4

MOMMY

Regia: Xavier Dolan

Sceneggiatura: Xavier Dolan

Anno: 2014

Durata: 134′

Produzione: Canada

Fotografia: André Turpin

Montaggio: Xavier Dolan

Scenografia: Colombe Raby

Costumi: Xavier Dolan

Colonna sonora: Eduardo Noya

Interpreti: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément

Mommy, vincitore del Premio della giuria alla 67ª edizione del Festival di Cannes, è la prima opera di Xavier Dolan a giungere nei nostri cinema:  bambino prodigio, attore, sceneggiatore, doppiatore e regista attento e sensibile classe 1989, Dolan si era fatto notare con il bellissimo “Les Amours imaginaires” del 2010, ora, con Mommy, avrà modo di conquistare anche il pubblico italiano, l’unico che sembra non essersi ancora accorto del suo grande talento.

La mamma in questione è Diane, donna eccentrica, estrosa e soprattutto single che si ritrova da sola ad allevare un figlio quindicenne violento, con seri problemi mentali portandolo ad essere pericoloso e ingestibile. Un rapporto difficile fatto di continui litigi,  parolacce e urla, ma dove c’è anche spazio per un abbraccio e una carezza tra una madre e il proprio figlio pronti ad amarsi nonostante tutto. Uno spazio ristretto come l’insolito formato adottato dal regista, che comprime l’inquadratura e tutti i personaggi al suo interno, soffocandoli e obbligando lo spettatore a porsi sia come estraneo alle vicende sia come curioso testimone che sbircia dal buco della serratura.

Una scelta rischiosa, il pubblico è costretto a fare uno sforzo al quale non è abituato ma che sarà ricompensata da una scena tra le più belle degli ultimi tempi, così emozionante da fare quasi scattare un applauso in sala. Lo spettatore sgrana gli occhi e tira un profondo sospiro dopo l’apnea al quale era obbligato, liberandosi da quel crudele meccanismo registico che lo teneva imprigionato e, a fianco del giovane protagonista, assapora così la libertà.

Steve, il quindicenne disturbato è odioso, strafottente, maleducato e insopportabile e le sue smorfie fanno anche sorridere ma il più delle volte lo prenderesti a schiaffi; Diane, la madre, è sola, con i suoi abiti stretti, le minigonne, le sigarette e il whisky nascosto in lavanderia, ma non ti fa pena perché è una donna forte che ama il proprio figlio; Kyla la vicina di casa balbuziente, che completa il trio, è timida e impacciata ma è anche colei che saprà domare l’irrequietezza di quel giovane così arrabbiato. Tre anime che si completano, sgomitando per ritagliarsi uno spazio nel claustrofobico formato che raggiunge un breve equilibrio nella conquista del 16:9. Un film meraviglioso.

Voto: 8,5

Cinefabis

KABOOM

Regia: Greg Araki

Sceneggiatura: Gregg Araki

Anno: 2010

Durata: 85′

Produzione: USA, Francia

Fotografia: Sandra Valde-Hansen

Montaggio: Gregg Araki

Scenografia: Todd Fjelsted

Costumi: Trayce Gigi Field

Colonna sonora: Ulrich Schnauss, Mark Peters, Vivek Maddala, Robin Guthrie

Interpreti: Thomas Dekker, Haley Bennett, Chris Zylka, Roxane Mesquida, Juno Temple

TRAMA

Smith è un diciottenne studente di cinema che non sa di avere dei poteri paranormali. Ad una festa è convinto di aver visto l’omicidio di una ragazza dai capelli rossi che non conosce, ma che ha sognato in maniera ricorrente.

RECENSIONE

Kaboom è forse uno dei titoli più efficaci nella filmologia del regista losangelino Gregg Araki. Il termine, che in chiave onomatopeica rievoca lo scoppio di un disastro, si sposa alla perfezione con i meccanismi narrativi della sceneggiatura (realizzata dallo stesso Araki), dando vita ad un climax di ironia e mistero, per poi culminare in un inaspettato epilogo.

Kaboom è uno stato d’animo, come lo è l’inizio dell’università per Smith (Thomas Dekker), il giovane protagonista della pellicola che, caratterizzato dall’impronta dell’antieroe postmoderno arakiana, si sta per spingere nella sperimentazione di tante nuove esperienze, dal sesso alle droghe, sullo sfondo di una vita universitaria caratterizzata da misteriose lettere e sogni troppo vividi per essere solo verisimili. Kaboom è un’esplosione che arriva a tingere alcuni espedienti tipici della fiaba classica con tonalità grunge, creando così un mondo dove la normalità e lo strano convivono insieme. Kaboom è il suono della curiosità che spinge Smith e le sue due amiche Stella (Haley Bennet) e London (Juno Temple) a fare luce sulla misteriosa scomparsa di una ragazza, la stessa presente nei suoi sogni, che Smith sostiene di aver visto uccidere da un gruppo di assassini mascherati.

Gregg Araki ricrea due filoni narrativi che procedono in parallelo: la sete di scoperte tipica dei 19 anni e un intreccio dove ogni persona e avvenimento ha a che fare con la risoluzione del mistero. Realtà e sogno vengono legati tra loro da quell’ironia tipica del cinema anni novanta, tanto cara alla poetica del regista, senza che tuttavia vadano intaccati i pilastri concettuali della storia. La serietà di certe battute e scene è costantemente contaminata da particelle di demenzialità e sensualità che se da un lato solcano la storia con ritmi incisivi, dall’altro rappresentano l’elemento di fascino della pellicola.

Nella propria peculiarità l’opera mantiene una sua imprevedibile coerenza anche sul piano tecnico; basti pensare ai continui flashback metanarrativi che richiamano lo spettatore a fare costantemente il punto della situazione e agli innumerevoli primi piani che si nsinuano qua e la all’improvviso arricchendo le sfumature semantiche di fruizione. Allo stesso modo anche il soundtrack contribuisce a delineare momenti e personaggi, in un’andatura leggera e senza troppe pretese ma allo stesso tempo ricca di sottili spaccati sociali e critiche generazionali. In un’epoca in cui la crisi dei valori e gli interrogativi su un amaro collasso del pianeta si fanno sempre più dilaganti, Gregg Araki ha proposto, tramite una mise-en-scéne dell’assurdo, una sua personale visione di questi temi che, a prescindere da quelli che siano i personali gusti cinematografici, merita di nota.

Voto: 8

Mattia Maramotti

THE MAZE RUNNER

Regia: Wes Ball

Sceneggiatura: James Dashner, Noah Oppenheim, T. S. Nwlin, Grant Pierce Myers

Anno: 2014

Durata: 114’

Produzione: USA

Fotografia: Enrique Chediak

Montaggio: Dan Zimmerman

Scenografia: Marc Fisichella

Costumi: Christine Bieselin Clark, Simonetta Mariano

Colonna sonora: John Paesano

Interpreti: Dylan O’Brien, Kaya Scodelario, Will Poluter, Thomas Sangster

TRAMA

Il sedicenne Thomas si risveglia privo di memoria in una gabbia in movimento. Dopo qualche secondo viene liberato da alcuni ragazzi.  È arrivato nella radura, un posto sconosciuto che ha un solo limite: il labirinto gigantesco che le fa da contorno e che non permette ai ragazzi di scappare. Il ragazzo scopre di essere solo l’ultimo degli arrivati senza ricordi. La sua curiosità e la sua voglia di libertà porteranno il gruppo a nuove scoperte e alla voglia di rompere lo schema.

RECENSIONE

Se vi sembra di aver già sentito questa trama o almeno in parte vi suona familiare, avete decisamente ragione. Questa pellicola infatti prende spunto da una serie di film con ottime idee e le mixa tutte insieme in maniera tutto sommato equilibrata. Durante la visione richiamiamo inevitabilmente alla memoria momenti della vita da spettatore cinematografico e di serie tv che ci hanno fatto stare bene, che ci hanno sorpreso.

Mi sono ritrovato di nuovo una sera sull’ isola di Lost con il fuocherello acceso. Ho ricercato il senso come già avevano fatto i protagonisti del Cubo, in una realtà in movimento. Ho rivissuto la ribellione di The Experiment con una bella confusione di ruoli. Ho fissato di nuovo per i giovani ragazzi come in Hunger Games. Ho rivisto la faccia di Alien. Ho sentito ancora il profumo di Nuova Zelanda del Signore degli Anelli. Ho provato a mettere insieme i pezzi come in Memento. Ho cercato la mia Identità. Di nuovo, sono scappato dall’Isola da mostri sconosciuti con voci in sottofondo e sono stato alimentato da una botola.

Uscendo dal cinema, felice perché pieno di sensazioni positive, mi sono infine chiesto: ho rivisto un album di vecchie foto oppure ne ho scattate di nuove venendo influenzato dalla mia esperienza passata? È proprio questa domanda che mi fa dire sì: ne vale la pena.

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

IL CIGNO NERO

Regia: Darren Aronofsky

Sceneggiatura: Mark Heyman, Andres Heinz, John McLuighing

Anno: 2010

Durata: 103′

Produzione: USA

Fotografia: Matthew Libatique

Montaggio: Andrew Weisblum

Scenografia: Thérèse DePrez

Costumi: Amy Westcott

Colonna sonora: Clint Mansell

Interpreti: Natalie Portaman, Mila Kunis, Barbara Hershey, Vincent Cassel, Winona Ryder

TRAMA

Nina è una ballerina di grande talento, completamente assorbita dalla danza. Una compagnia di New York sta allestendo “Il lago dei cigni” e deve scegliere le protagoniste per interpretare i ruoli dell’innocente cigno bianco e del sensuale cigno nero.

RECENSIONE

In quanto spettatori, siamo intrappolati in una fitta rete di trasposizioni mentali che la protagonista, Nina, elabora principalmente per sfuggire a se stessa. La storia parla di Nina, una ballerina classica professionista che aspira a diventare prima ballerina nell’opera di imminente realizzazione Il Lago dei Cigni. Questa nuova versione del balletto vede i due personaggi principalI, il Cigno bianco e il Cigno nero (simbolicamente il bene e il male), interpretati dalla stessa artista che quindi dovrà dare prova di una considerevole abilità per interpretare entrambe le parti. Contro ogni aspettativa Nina viene scelta. È qui che ha inizio il suo degrado fisico, ma soprattutto mentale, a causa della fote pressione psicologica esercitata dal suo stesso desiderio di prestigio, di riconoscimento, nonché dal desiderio di soddisfazione professionale, personale e anche sessuale. Nina si scoprirà la peggior nemica di se stessa. Vittima di inquietanti visioni e di masochistici impulsi non propriamente coscienti, Nina si troverà a vivere in una dimensione allucinatoria e surreale, piena di elementi incoerenti che caratterizzeranno l’intera narrazione.

La storia dunque si relaziona con l’opera il Lago dei Cigni. La bellissima principessa Odette viene trasformata in cigno dal malvagio mago Rothbart. Essa ha bisogno della promessa di amore eterno per rompere l’incantesimo ma sfortunatamente il suo principe si innamora della ragazza sbagliata, Odile, (la figlia del mago) tramutata per l’occasione in una versione malefica di Odette, identica a lei a parte per il vestito che, nel suo caso, è nero (il Cigno nero, appunto). Delusa e rassegnata a non riacquisire mai più le sue sembianze, Odette si getta da una rupe suicidandosi. L’ambiguo personaggio principale viene giocato sull’antitesi tra amore sacro e amore profano. Odette e Odile sono due facce della stessa medaglia che ora mostra più una faccia, ora più l’altra ma che, sporadicamente, in qualche modo esistono insieme.

La narrazione si basa dunque sul tema del doppio che viene esaltato dall’ambivalente luogo della superficie specchiata. Con l’espediente dello specchio è difatti possibile dare più o meno enfasi alla dimensione psichica del personaggio che ora può trovare un corrispettivo speculare opposto in una dimensione tanto lontana quanto prossima risultando sia Eroe che Traditore.

Durante lo svolgersi della pellicola, vediamo sempre più preponderante il ruolo interpretato dalla madre di Nina, Erica. Ex ballerina anche lei, intrattiene con la figlia un rapporto morboso instaurato su un totale controllo di lei vista ancora come una bambina. Erica tenta di rivestire gli angoli vivi della vita con tenera gomma piuma così da limitare i pericoli per la figlia i cui impulsi distruttivi, però, la porteranno a vivere in una dimensione del tutto personale nella quale la madre non ha alcun potere. È proprio questa condizione limitante in cui la madre cerca di rilegarla che fa crescere in Nina una sempre più sensibile insofferenza verso quella versione infantile che, in un incontro/scontro con il suo doppio, Nina ferisce voracemente a morte. A seguito di questo efferato atto, Nina può finalmente vivere appieno se stessa diventando un’artista completa.

Ha qui luogo uno dei climax della storia che potremmo riconoscere come relativo alla dimensione fisica di Nina. Con le spalle al muro, mentre osserva il cadavere del suo acerrimo nemico, vediamo la natura di Nina cambiare. Essa respira dapprima come durante uno scompenso respiratorio, poi il viso si distende, il respiro torna regolare e profondo e gli occhi si illuminano di un vivacissimo rosso. Capiamo ora che il Cigno nero è uscito allo scoperto. Esso non può più essere mitigato, nascosto sotto un tutù rosa chiaro, ma può esplodere in una strabiliante performance ricca di virtuosismi tecnici che gli faranno conquistare gli elogi del pubblico e della compagnia stessa.

Successivamente a questa vivace svolta, assistiamo ad una sconcertante scoperta che Nina fa tornata nel suo camerino. Il corpo del suo antagonista non c’è più, non una traccia di sangue. Capiamo in quel momento insieme a Nina non essere mai esistito un nemico da cui guardarsi, da cui difendersi, se non Nina stessa. Assistiamo ad un’inquadratura emblematica, piena del vestito bianco di Nina nel punto in cui vi è un grosso squarcio. Il dettaglio del vestito strappato, impregnato di sangue, la grossa ferita che respira assieme alla protagonista fanno chiaro riferimento all’evolutivo cambiamento che avviene ad un certo punto nella vita di ogni ragazza con il verificarsi delle prime mestruazioni. Con le stesse parole del regista Darren Aronofsky, Nina sta di fatto diventando una donna e quindi possiamo dire sia più consapevole del suo corpo e della sua intimità che sgorga letteralmente fuori da lei. Assistiamo ora ad un altro climax della storia che riguarda la dimensione spirituale di Nina. Il cigno bianco è stato ferito ed ora sanguina in preda ad uno stato confusionale ma colmo di accettazione proprio come richiede il personaggio cui Nina si è dedicata tanto. Odette/Nina ora può tornare sul palco è conquistare il suo momento più alto che, tramite l’estremo sacrificio, la libererà dal suo maleficio. Durante il salto scenico dalla finta rupe vediamo il corpo di Nina cadere in un momento lunghissimo in cui percepiamo il suo spirito liberarsi dalle angosce che l’avevano oppressa per tutto il film, lasciando finalmente spazio a sentimenti di rassegnazione e di pace.

Voto: 10!

Cristina Malpasso

MEDIANARES

Regia: Gustavo Taretto

Sceneggiatura: Gustavo Taretto

Anno: 2014

Durata: 95′

Produzione: Argentina, Spagna, Germania

Fotografia: Leandro Martinez

Montaggio: Pablo Mari, Rosario Suarez

Colonna sonora: Gabriel Chwojnik

Interpreti: Javier Drolas, Pilar Lòpez de Ayala, Inés Efron

TRAMA

Martin e Mariana stanno vivendo un periodo confuso della loro vita. Entrambi vivono a Buenos Aires, in edifici opposti, sulla stessa strada, frequentano gli stessi luoghi, ma non si sono mai accorti l’uno dell’altra.

RECENSIONE

Al centro della storia c’è la città di Buenos Aires,  qui non relegata al semplice ruolo di sfondo alle vicende che porteranno all’inevitabile incontro tra due anime solitarie, il fulcro attorno al quale ruota la storia di Martin e Mariana. Buenos Aires, con i suoi edifici moderni fatti di acciaio e vetro sorti a fianco di altri che portano sulle loro facciate i segni del tempo e della storia passando da uno stilema all’altro senza un rigido controllo urbanistico, rappresenta l’incoerenza e la confusione dei suoi abitanti e soprattutto l’incapacità della società attuale di comunicare, di avere un contatto diretto che non sia mediato dallo schermo di un computer. I due protagonisti sono fisicamente vicini, abitano l’uno di fianco all’altra ma il loro sguardo non si incrocia mai, si sfiorano ma non si vedono, si parlano in una chat ma quando hanno l’occasione di farlo faccia a faccia non si riconoscono.

Gustavo Taretto, con uno stile originale e divertente, racconta le numerose contraddizioni della società contemporanea sfruttando alcune trovate che rimandano al francese Il favoloso mondo di Amélie e a Submarine di Richard Ayoade  e per le soluzioni visive alla commedia indie americana 500 giorni insieme ma  anche al poco riuscito The English Teacher di Craig Zisk.

Le manie, i disagi, la solitudine e quella sorta di agorafobia che ti porta a non uscire da casa rinchiudendoti nella tua stanza dove l’unica finestra sul mondo si limita allo schermo del computer, vengono rappresentate in modo ironico, facendo del malessere degli abitanti di una città popolosa come Buenos Aires, il punto di partenza per raccontare la nascita di un amore che solo tra le intricate vie della metropoli argentina può avere inizio.

La voce fuori campo dei protagonisti, un web designer che vive in un monolocale incollato al Mac 24 ore al giorno e un architetto che non ha mai progettato nulla e si guadagna da vivere riparando manichini e allestendo vetrine, introduce il legame forte tra la città e i due giovani fondendo la struttura degli appartamenti in cui vivono con il loro malessere interiore. Martin e Mariana  sono perennemente connessi con il mondo e paradossalmente distaccati da esso, provano a vivere ma non ci riescono, vorrebbero ma è più facile scappare e rinchiudersi nella propria “scatola da scarpe”(così chiamati i loro piccoli appartamenti) che gli fa da prigione. Solo una finestra sulla parete cieca dell’edificio, detta medianeras che da il titolo al film, affacciandosi sulla strada che rappresenta la vita vera potrà cambiare la situazione.

Un po’ Il favoloso mondo di Amélie e un po’ 500 giorni insieme, Medianeras è tenero, divertente e per nulla banale: romantico ma non sdolcinato, un’ acuta riflessione sull’amore ai tempi di internet.

Voto: 7

Cinefabis

CHI HA PAURA DI VAGINA WOLF?

Regia: Anna Margarita Albelo

Sceneggiatura: Michael Urban

Anno: 2013

Durata: 83′

Produzione: USA

Fotografia: Alison Kelly

Montaggio: Aleshka Ferrero

Scenografia: Candi Guterres

Costumi: Tiger Curran

Colonna sonora: Kailin Yong

Interpreti: Anna Margarita Albelo, Guinevre Turner

TRAMA

Anna sta vivendo una crisi di mezza età. Vive nel garage di un amico, è senza lavoro, senza fidanzata, senza motivazioni; finché incontra la bella Katia, che la spinge a scrivere e dirigere un remake di “Chi ha paura di Virginia Woolf?”

RECENSIONE

Anna è una regista 40enne, lesbica frustrata e in cerca d’amore. Ospite di un’amica in un fatiscente garage di Los Angeles, tenta di sbarcare il lunario scrivendo sceneggiature ma i buoni propositi vengono accantonati dagli scherzetti del destino. Dopo l’ennesima delusione amorosa, Anna conosce Katia, potenziale anima gemella, e pur di conquistarla è disposta a escogitare un piano diabolico insieme alle sue più care amiche: girare una versione tutta al femminile del classico di Mike Nichols Chi ha paura di Virginia Woolf? con Katia nel ruolo di Nick (interpretato da George Segal nella versione del 1966). Le riprese iniziano e tutto sembra filare liscio per Anna, ma ben presto si accorgerà che Katia forse non è la persona giusta che sta cercando.

Anna Margarita Albelo, regista e protagonista, ha affermato che “il film parla della lenta scoperta di se stessi, del nostro essere chiusi e ciechi di fronte all’amore anche quando è lì davanti  a noi, pronto a salvarci da un girotondo vizioso di solitudine e paranoie. L’amore trasforma tutto quello che noi abbiamo considerato fino  allora difetti in punti di forza”. Presentato con successo in diversi festival LGBT e premiato dal pubblico come miglior lungometraggio al Some Prefer Cake – Lesbian Film Festival di Bologna,  Vagina Wolf è una commedia dai toni rosei e frizzanti, che  gioca  sulla sessualità e gli amori saffici. Un film che vuole rievocare la leggerezza delle commedie americane di Doris Day e Rock Hudson, con una spruzzata di Odorama alla John Waters. Dove la comicità e il brio dei dialoghi, in particolare dei caratteristi (Penelope e Chloe – le due amiche della protagonista), sdrammatizzano con battute al vetriolo le pene d’amore della protagonista, trasmettendo al pubblico il loro divertimento durante le riprese.

Voto: 7,5

Francesco Foschini