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LA DONNA CHE CANTA

Titolo originale: Incendies

Regia: Denis Villeneuve

Sceneggiatura:  Wajdi Mouawad

Anno: 2010

Durata: 130′

Produzione: Canada

Fotografia: André Turpin

Montaggio: Monique Dartonne

Scenografia: André-Line Beauparlant,Rana Abboot, Marie-Soleil Dénommé, Amin Charif El Masri, Philippe Lord e Fenton Williams

Interpreti: Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard, Abdelghafour Elaaziz.

TRAMA

All’apertura del testamento della madre, fratello e sorella canadesi scoprono di avere un padre che credevano morto e un fratello di cui non conoscevano l’esistenza. Per ritrovarli dovranno affrontare un lungo viaggio in Medio Oriente alla ricerca delle proprie radici che li porterà a scoprire il torbido e terribile passato della mamma, così ombrosa ed enigmatica in vita.

RECENSIONE

Canada – Alla morte della madre Nawal ai gemelli Jeanne e Simon vengono consegnate  da un notaio due lettere. Una è destinata al padre che credevano morto e l’altra ad un fratello di cui non conoscevano l’esistenza. Le ultime volontà della madre  sono quelle di ritrovare padre e fratello e consegnare personalmente le missive. Jeanne, giovane matematica la cui mente razionale ha una spiegazione logica per tutto,  intraprende senza esitazione un lungo viaggio a ritroso che si intreccia con la storia di sua madre da giovane, attraversando luoghi della sua terra di origine a lei sconosciuti. Insieme al fratello riuscirà, mettendo insieme i pochi indizi (un piccolo crocifisso e un passaporto) e numerosi tasselli, a  ricostruire il doloroso passato della mamma. Attraverso flashback continui le vicende delle due donne si sovrappongono, come due rette parallele di una formula matematica  che, pur non incontrandosi mai arrivano allo stesso punto. Il tutto viene – credo volutamente – rimarcato dalla  marcata somiglianza tra le due attrici.

La pellicola è ambientata – anche se non viene espressamente dichiarato – nella terra tormentata del Libano, sconvolta da anni di guerra civile, ma potrebbe trattarsi di una qualunque altra nazione  dove sono in atto conflitti e atrocità, tra distese di cemento e polvere mescolata a sangue. La trama, inizialmente indecifrabile, si sviluppa via via alimentandosi di dubbi e domande senza apparente risposta, sino a rivelare che il comportamento incoerente e ombroso di Nawal, in realtà era giustificato da un’esistenza densa di sofferenze. La storia viene svelata: la cristiana Nawal viene ripudiata dalla famiglia per aver amato un musulmano e il figlio che partorisce (il fratello che non conoscono) le viene sottratto subito dopo il parto. Parte allora alla ricerca del figlio perduto ma viene travolta dagli orrori della guerra, dalla violenza e dalla morte che la circonda. Lei, un tempo fervente pacifista, si schiera contro i nazionalisti e uccide un importante leader politico cristiano. Viene rinchiusa nella famigerata prigione di Kfar-Ryat, dove resta per 15 anni subendo torture e violenze. In carcere non si è mai piegata ai suoi aguzzini, tanto da essere soprannominata da tutti  “la donna che canta”, perché cerca di mascherare la sua sofferenza con il canto. Fino a giungere all’inaspettato e crudele finale che svela ai due ragazzi che fratello e padre sono la stessa persona.

“La donna che canta” è un teorema matematico, una storia che parla di amore materno, uno spaccato della società mediorientale, sulla violenza e sui dissidi religiosi e politici. E’ un percorso che esplora le proprie origini passando attraverso ricordi dolorosi, fatti di filo spinato e  spietati cecchini e che, anche attraverso rivelazioni scioccanti, può portare un senso di liberazione chiarificatrice.

La trasposizione cinematografica trae spunti dalla vera storia di Souha Fawaz Bechara e da  episodi  della guerra civile libanese. Il film, superbamente diretto dal canadese Denis Villeneuve (Polytechnique, Prisoners), è ispirato alla pièce teatrale “Incendies” del drammaturgo di origini libanesi Wajdi Mouawad ed ha vinto svariati premi (tra i quali miglior film canadese al Toronto International Film Festival e la candidatura agli Oscar 2011 come miglior film straniero). La divisione in capitoli, ognuno dei quali titolato,  permette alla trama di snodarsi molto bene nello spazio temporale, percorrendo luoghi diversi sia geograficamente che per identità storica e situazione politica.

La scena più intensa ma allo stesso tempo inquietante del film è quella iniziale che si apre su di un campo di ulivi, come sottofondo le splendide note di “You and Whose Army” dei Radiohead (dall’album Amnesiac del 2001). La camera del regista si dirige lentamente verso l’interno di una casa diroccata inquadrando gli sguardi spaventati di bambini che vengono preparati per la loro iniziazione alla guerra da alcuni miliziani.  Poi indugia  e si sofferma a lungo su di un bambino che, mentre viene rasato, fissa insistentemente l’obiettivo. Quello sguardo fisso in macchina riesce a riassumere in pochi minuti tutta la tragedia dei popoli medio orientali, o di chi provenga da nazioni martoriate divise da violenti conflitti e soprusi. E’ straziante perché sembra farsi carico di tutta l’angoscia di un’infanzia violata, è uno sguardo  svuotato di qualunque dolcezza infantile, che cela rancore, proprio perchè sta perdendo così prematuramente l’innocenza. E’ conscio di ciò che lo aspetta e sembra promettere vendetta.

Il regista Villeneuve è abilissimo nella rappresentazione del dolore profondo, ogni centimetro della pellicola è intriso di odio verso la guerra, e quello sguardo di bambino è talmente dilaniante che arriva ad avere una potenza ancor più devastante di spettacolari scene di battaglia hollywoodiane.

“La donna che canta” non è solo un film che mette in fila scenari di morte e  torture inflitte senza apparente pentimento, è molto di più. E’ la rappresentazione, portata in scena in modo magistrale ed assolutamente autentico dall’attrice belga Lubna Azabal, dell’infinito amore materno, del complesso rapporto madre-figli. Lubna interpreta con innegabile talento recitativo, molto intenso e mai sopra le righe, il ruolo di una donna piegata dalla rabbia per le sofferenze e le ingiustizie subite che hanno lasciato sul suo volto i segni di un dolore troppo immenso per trasfigurarsi in perdono.

Nawal, come ogni vittima di atroci barbarie, ad un certo punto finisce per nutrirsi dello stesso odio di cui è stata vittima, quasi come se l’unico atto di ribellione fosse la vendetta, che diviene sempre più pulsante a mano a mano che ci si avvicina al cuore della storia: lo strazio della perdita di un figlio, uno dei dolori più grandi per una madre,  appare inaccettabile e orgoglio e dignità non  sono sufficienti contro il timore della lontananza  definitiva. Ha intrapreso una ricerca senza sosta pur di ritrovarlo ma non vi è riuscita, ed ha riversato la sua protezione sugli altri due, portandoli lontano da quelle terre insanguinate. Li ha protetti da quel passato doloroso,  finchè non ha capito che questo non poteva più essere taciuto perchè nascondeva problemi irrisolti. E col tempo riesce anche a perdonare, e lo fa  attraverso le lettere che consegna al marito e al figlio. E’ lì che si svela l’umanità di Nawal, quasi una madre courage, che ad un certo punto si era persa lasciando il posto alla vendetta, ma che poi accetta il suo destino rompendo quella catena di odio che non vuole lasciare in eredità ai figli. Proprio come la terra del Libano, del Medio Oriente, o di un qualunque altro paese martoriato dalla guerra, che ha partorito dal proprio ventre sia il seme della violenza che quello della speranza. Ho l’impressione che all’acqua – le piscine dove nuotano Jeanne e Simon – venga attribuita una valenza di elemento purificatore, quasi a voler ricreare una sorta di protettivo utero materno.

“La donna che canta” è un film di altissima tecnica registica e fotografica e picchi di eccellenza nella recitazione di tutto il cast e in particolare – come già sottolineato – della bravissima Lubna Azabal, vincitrice del Premio Magritte come miglior attrice nel 2012. Un film straziante che per la sua crudezza ti entra fin nelle viscere più profonde. A mio parere inattaccabile.

Voto: 9

Agatha Orrico

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PONYO SULLA SCOGLIERA

Titolo originale: Gake no ue no Ponyo

Regia: Hayao Miyazaki

Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Anno: 2008

Durata: 100’

Nazione: Giappone

Fotografia: Atsushi Okui

Montaggio: Hayao Miyazaki, Takeshi Seyama

Scenografia: Noboru Yoshida

Colonna sonora: Joe Hisaishi

TRAMA
Sosuke è un bambino di cinque anni che vive con la madre in una casa in cima ad una scogliera, non lontano da un grazioso villaggio di mare. Un giorno trova per caso sul bagnasciuga una pesciolina con la testa dalle fattezze umane incastrata in un barattolo di vetro, scampato per miracolo alle reti dei pescatori. Sosuke, dopo averla liberata, le dà un nome, Ponyo, e la porta con sé dopo averla messa in un secchiello pieno d’acqua. Lo stregone marino Fujimoto però, il padre di Ponyo che una volta era umano, riporta la figlia con sé nella sua casa sott’acqua. Laggiù la piccola riesce a bere l’Acqua della Vita e tenta di fuggire dalla casa di suo padre con l’intento di ritrovare Sosuke in superficie. Ma, durante la fuga, Ponyo versa un po’ dell’Acqua della Vita in mare provocando così un violento tsunami fatto di onde gigantesche a forma di pesce, sulle quali la piccola corre spensierata, ma che devastano completamente il grazioso villaggio marino. Ponyo vuole a tutti i costi rimanere accanto a Sosuke, ma Fujimoto non sembra intenzionato a lasciare che sua figlia diventi un’umana a tutti gli effetti. Riuscirà a riportarla con sé in mare? E che ne sarà del villaggio, continuamente investito dalle onde gigantesche lanciate dallo stregone?
RECENSIONE
Gli elementi autobiografici hanno sempre contraddistinto le opere del maestro, ma mai come in questo film si respira una nostalgia per l’infanzia così forte, espressa in maniera evidente dai continui richiami alla figura materna che Miyazaki perse troppo presto (Lisa,  Gran Mamare e la vecchia Yoshie sono tutti aspetti che descrivono sua madre: una donna forte, premurosa, ma che nella malattia divenne un po’ scorbutica a causa dell’immobilità forzata). Bambini e figure femminili come protagonisti: un film di Miyazaki a tutti gli effetti che, però, forse, per la prima volta, vuole essere dichiaratamente un prodotto per l’infanzia: a differenza delle protagoniste Mei e Satsuki de Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) che trovavano nello spirito della foresta Totoro un fedele compagno che potesse distrarle dal dolore causato dall’assenza della madre malata (ancora l’elemento autobiografico che ritorna); o a differenza di Kiki (Kiki’s Delivery Service – Majo no Takkyubin, 1989) che si ritrova da sola nella grande città, ma supportata dalla magia e dalla gente che l’accoglie calorosamente; a differenza di questi lavori, dicevo, Miyazaki mette in scena una vicenda in cui i bambini finalmente si trovano in una posizione tale da poter decidere delle proprie sorti autonomamente, divenendo così i principali fautori del proprio destino (una naturale evoluzione della figura di Chihiro de La città incanatataSen to Chihiro no Kamikakushi, 2001- la quale si trova nella condizione di dover sopravvivere nel gigantesco villaggio termale, con tutte le sue regole talvolta incomprensibili, ma con in mente sempre un obiettivo impostole, però, da qualcun altro).
Un esplicito richiamo all’infanzia, una dichiarazione d’intenti che si intuisce anche dalle particolari decisioni prese per quanto riguarda la messa in scena: il sacrificio di qualche frame che rende l’animazione meno fluida rispetto agli ultimi lavori e che richiama lo stile tipico (anche per esigenze economiche) delle produzioni seriali del passato; la volontà di utilizzare sfondi acquerellati e molto meno particolareggiati (che ricordano molto da vicino le illustrazioni dei libri per l’infanzia), ma mai banali; la volontà ferma da parte di Miyazaki di non utilizzare la computer grafica (un altro espediente per non “raffreddare” l’animazione), ma di affidarsi totalmente alle capacità degli animatori guidati ogni giorno dal suo severissimo sguardo.
Un film gradevole, ben realizzato, in cui il mutamento sembra essere la chiave di lettura ottimale: Ponyo è una pesciolina che diventa un essere umano; Sosuke è un bambino che si comporta come un adulto; Fujimoto è un uomo che ha deciso di diventare un pesce; il mondo marino che ha deciso di fondersi con quello terrestre grazie alla volontà di una bambina, capace di correre sulle onde del mare in tempesta.
Voto: 8
Giorgio Mazzola

INTO THE WILD

Regia: Sean Penn

Sceneggiatura: Sean Penn

Anno: 2007

Durata: 140’

Nazione: USA

Fotografia: Eric Gautier

Montaggio: Jay Cassidy

Scenografia: Derek R. Hill

Costumi: Mary Claire Hannan

Colonna sonora: Michael Brook, Eddie Vedder

Interpreti: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone

TRAMA

Il film racconta la storia vera di Christopher McCandless, un ragazzo di famiglia benestante il quale, dopo la laurea conseguita nel 1990, decide, prima, di donare tutti i suoi risparmi in beneficenza e, in seguito, di partire per un viaggio lunghissimo negli USA, dal Messico all’Alaska. Christopher, di fatto, scompare da tutto e da tutti, decidendo di adottare lo pseudonimo di Alexander Supertramp dopo aver distrutto tutti i suoi documenti. Lo attende un viaggio incredibile, costellato di incontri che gli cambieranno la vita, alla scoperta delle terre selvagge degli Stati Uniti.

RECENSIONE

Quarto film da regista per Sean Penn e sicuramente il più travagliato, sia prima che durante la sua lavorazione: un’incubazione di almeno 15 anni; le difficoltà nel convincere la famiglia Mc Candless ad acconsentire uno sceneggiato sulla vita del figlio; le condizioni proibitive nelle quali la troupe si è trovata a dover girare, tra deserti caldissimi e gelide foreste del nord. Un lavoro estenuante che ha comunque prodotto un film di spessore grazie soprattutto alla determinazione di Penn, innamoratosi del soggetto dopo aver letto il romanzo di John Krakauer da cui è stato tratto, ovvero Nelle terre estreme (Into the Wild, 1997).

Un film di spessore, dicevo. Una fotografia mozzafiato di Eric Gautier che già aveva dato prova di bravura in I diari della motocicletta (Diarios de motocicletta, 2004) e che qui si trova costretto a dare il meglio di sé per descrivere i veri protagonisti di questa pellicola, vale a dire gli stupendi paesaggi naturali americani. Il fascino di una storia vera; l’intensità dell’ambientazione; la suggestiva divisione in capitoli “trascendentali”; il ritmo narrativo che si appoggia a quello trascinante delle canzoni di Eddie Vedder e delle musiche di Michael Brook e Kaki King; elementi importanti e caratteristici che sembrano elevare questo film a un livello di tutto rispetto, ma che in realtà ne costituiscono impietosamente la vera e un po’ misera essenza. Se durante la visione del film, infatti, si passa gran parte del tempo ad ammirare montagne, laghi, deserti, animali di qualsiasi tipo; e ad ascoltare l’infinita sequela di massime che escono dalla bocca del protagonista, in un generale e invadente revival hippy neanche troppo celato, allora mi nasce quantomeno il sospetto che tutto sia finalizzato a oliare la gigantesca macchina della suggestione che sembra stare alla base di tutto il lavoro. L’impressione è quella di star di fronte ad un gigantesco videoclip ad altissimo budget, dato che risulta talvolta difficilissimo riuscire a capire se siano le musiche a supportare la storia o viceversa. Nel tripudio anticapitalista (definizione generosa) che pervade il film, infatti, la voce di Eddie Vedder sembra quasi sgomitare per ottenere un’attenzione maggiore, rivendicando in qualche modo il ruolo di “bandiera della ribellione contro la società” che si era illusa di incarnare quando ancora era parte del sound dei Pearl Jam. E’ proprio l’insopportabile e costante insistenza sul trinomio “musica ribelle – natura selvaggia – protagonista contro le regole” che rende questa pellicola una sorta di gigantesco meccanismo atto a soddisfare il sentimento di “vaffanculo al mondo” che sicuramente sarà stato presente in molti di quelli che avranno amato questo film.

Non sto giudicando i fan di Into the Wild, ma sto esprimendo le mie perplessità nei confronti di chi l’ha giudicato un prodotto assolutamente magnifico e privo di ogni difetto. Il film in sé è molto ben strutturato, visivamente impeccabile e astutamente sorretto da una colonna sonora magistrale. Ma se tutto questo, come dicevo in precedenza,  è finalizzato solamente ad alimentare e solleticare la suggestione e le fascinazione del pubblico, allora il punto di vista cambia e non può che essere negativo. Approvo il film in sé, ma lo boccio prendendomi tutta la responsabilità di un processo alle intenzioni.

Giorgio Mazzola di HostClub

Voto: 6

JOBS

Regia: Joshua Michael Stern

Sceneggiatura:

Anno: 2013

Durata: 122’

Nazione: USA

Fotografia: Russel Carpenter

Montaggio: Robert Komatsu

Scenografia: Freddy Waff

Costumi: Lisa Jensen

Colonna sonora: John Debney

Interpreti: Ashton Kutcher, Josh Gad, Dermot Mulroney, Matthew Modine

TRAMA

I momenti principali della vita di Steve Jobs.

RECENSIONE

“Ogni creazione necessita del tempo dei pensiero della creazione stessa”. Questa potrebbe essere la frase capace di descrive, nella maniera più immediata e sincera, non solo il film ma la vita stessa di Steve Jobs. Ci troviamo da subito a seguire le situazioni che ci spiegano chi sia il protagonista, che parte da se stesso cercando di “connettersi” con la natura e ancora di più con l’idea di semplicità. Semplificazione è la parola chiave che attraversa l’intero film.

I messaggi motivazionali che Jobs ha trasmesso, nei suoi famosi discorsi pubblici, ai ragazzi universitari (qui il più noto) sono concretamente incarnati dalla sua biografia, nel suo costante coraggio e nella fedeltà alle proprie idee: una tenacia che diventa cinismo, una determinazione che può trasformarsi in cattiveria al momento giusto.

Due ultimi messaggi impliciti ma intrisi nella pellicola: tutto quello che viviamo nel nostro passato influenza in maniera determinante quello che poi saremo e come poi agiremo; la nostra vita è costituita da fasi nelle quali possiamo decidere di godere di quel momento oppure lasciarci distrarre dalle false esigenze. Le priorità saranno sempre diverse, la differenza consiste nel nostro modo di viverle.

E’ un film consigliabile a chi non conosce la figura di Jobs, per capire com’è possibile che sia stato definito “il Leonardo da Vinci dei nostri tempi”.

Voto: 6

Daniele Somenzi

30 ANNI IN UN SECONDO

Titolo originale: 13 Going on 30

Regia: Gary Winick

Sceneggiatura: Cathy Yuspa, Josh Goldsmith

Anno: 2004

Durata: 98′

Nazione: USA

Musiche: Theodore Shapiro

Interpreti: Jennifer Garner, Mark Ruffalo, Andy Serkis, Judy Greer, Kathy Baker

TRAMA

Jenna è una ragazza di 13 anni che si accinge a diventare donna. Ma lei vorrebbe già essere adulta, soffocata com’è da genitori oppressivi, ignorata dalle compagne di scuola e dal ragazzo per cui ha preso una cotta. Stanca di trascorrere tutto il tempo con il suo migliore amico Matt, Jenna decide di invitare tutti gli amici per il suo tredicesimo compleanno. Ma la festa è un disastro e Jenna viene umiliata dai coetanei che la rinchiudono nel ripostiglio durante un gioco. Da sola, chiusa nello stanzino, Jenne esprime il desiderio di essere già adulta per poter vivere a modo suo. E miracolosamente il sogno si avvera…

RECENSIONE

Qualche sera fa, durante una sessione di zapping selvaggio, mi sono imbattuto in un film che avevo relegato nei meandri del mio sgabuzzino mentale e che non ricordavo essere così divertente. Certo, la trama è un po’ sempre la solita: l’anima di una persona entra nel corpo di un’altra, sia che si tratti della stessa, ma in momenti differenti della propria vita, sia che si tratti di due individui che subiscono l’inversione vicendevole delle loro personalità. Di commedie di questo stampo ne sono state fatte a bizzeffe. Per quanto riguarda il panorama statunitense come si fa a non menzionare Quel pazzo Venerdì con Lindsey Lohan, 17 again con Zack Efron e Matthew Perry, Cambio vita con Jason Bateman e Ryan Reynolds, oppure, Big, che aveva come per protagonista un giovanissimo Tom Hanks. Mentre, sul versante europeo, mi viene subito da pensare al Da grande nostrano con il comico varese Renato Pozzetto. Però, 30 anni in un secondo, pur non essendo una commedia memorabile, innovativa ed indimenticabile, penso che riesca egregiamente ad assolvere il compito assegnatole, cioè, quello di intrattenere semplicemente lo spettatore strappandogli qualche risata.

Detto questo, ritengo sia sempre molto esilarante lo scontro generazionale fra adulti e adolescenti, dove il malcapitato di turno si ritrova di botto catapultato in un contesto che risulta essere completamente agli antipodi dal suo, in cui, rimanendo coerente e fedele al proprio modo di essere, suscita uno stato confusionario e di spaesamento  negli altri che lo osservano. Ed è appunto tale aspetto che ci fa comprendere quanto sia difficile per un teenager ed un individuo maturo comunicare fra di loro. Vuoi per una differenza d’età siderale, vuoi per esperienze di vita differenti,  entrambi, è come se fossero due soggetti che non parlano la stessa lingua, e che di continuo entrano in conflitto per siffatta ragione. Per cui, 30 anni in un secondo come le altre pellicole appartenenti allo stesso lignaggio, sono veri e propri viaggi di formazione, i quali ci intimano a cercare di comprendere il punto di vista altrui e magari anche di imparare qualcosa da quest’ultimi, per poter, così facendo, migliorarsi come persona, ma soprattutto, per avere una visione più ampia della vita.  Nello specifico, il lungometraggio diretto da Gary Winick, è in grado di far sorridere anche perché riesce a far convergere la nostra epoca con quella degli anni Ottanta, mettendo a confronto abitudini quotidiane e modi di vestire che, non fanno altro che cozzare fra di loro, degenerando in risvolti assurdi e spassosi per il pubblico. Convergenza, aiutata anche da una colonna sonora contenente alcuni dei più grandi successi appartenenti ai mitici Ottanta, che accompagna in gran parte del film le disavventure della protagonista: dal Thriller di Michael Jackson al Burning down the house dei Talking Heads fino al Crazy for you di Madonna e al Ice ice baby di Vanilla Ice. Inoltre, il finale ricorda molto lo schema narrativo utilizzato per l’epilogo di Ritorno al futuro. Volendo dire due parole sugli attori principali, Jennifer Garner, oltre ad essere una splendida donna, è capace di passare dal dramma alla commedia con abbastanza scioltezza, sembrando realmente una ragazzina nell’involucro di una donna indipendente e di successo. Quanto a Mark Ruffalo, il nostro Hulk degli Avengers, si comporta bene come timido ed equilibrato amico di vecchia data di Jenna (Jennifer Garner). Da menzionare, c’è pure Andy Serkis, che, per un attimo, ci fa dimenticare le fattezze dinoccolate del suo Gollum ne Il Signore degli Anelli.  Dunque, prendete i popcorn, irrorateli con una copiosa cascata di burro fuso, chiamate i vostri amici, e prima di uscire il sabato sera godetevi questo film, affatto pretensioso ma, sufficiente a farvi passare un preserata in allegria in stile U. S. A.

Voto: 7

Gabriele Manca     

LAST DAYS

Regia: Gus Van Sant

Sceneggiatura:Gus Van Sant

Anno: 2005

Durata: 85’

Nazione: USA

Fotografia: Harris Savides

Montaggio: Gus Van Sant

Scenografia: Tim Grimes

Costumi: Michelle Matland

Colonna sonora: Thurston Moore, Michael Pitt

Interpreti: Michael Pitt, Lukas Haas, Asia Argento, Scott Green, Nicole Vicius

TRAMA

Il film narra di un personaggio molto simile a Kurt Cobain, leader del famoso gruppo grunge dei Nirvana. Le immagini s’incentrano sul disagio del protagonista, mostrandolo logorarsi ed avanzare nella vita senza spirito e vitalità.

RECENSIONE

Last Days, con le due opere precedenti di Van Sant, Gerry ed Elephant, forma un’ideale “Trilogia della morte”. A partire da questi lavori il regista prova nuove forme di sperimentazione artistica, allontanandosi dalla ripresa classica. Nei tre lungometraggi è forte la componente giovanile, unita indissolubilmente alla dipartita. I giovani di Van Sant sono spaventati, complessi ed allo sbaraglio. Sembra che alle spalle di questa produzione non ci sia un vero e proprio soggetto e che l’attore principale si muova nell’esistenza che gli resta senza un piano preciso. Naturalmente non è così. Ogni dissonanza è studiata e ben congeniata.

last-days

Quello che vediamo sullo schermo non è una biografia o un omaggio, ma uno spunto, un’occasione per mostrare il disagio e l’impotenza di una persona che somiglia in tutto e per tutto a Cobain, ma che potrebbe essere chiunque di noi. Presentato al Festival di Cannes, il film ha ricevuto elogi per la sua intensità e critiche per le scene troppo lunghe ed eccessivamente silenziose. Infatti, il tempo della storia è molto dilatato, per dare l’idea di realtà, e il piano sequenza la fa da padrone. Oggettivamente l’opera può annoiare. I ritmi sono lenti e la mancanza di una storia nel senso stretto del termine può essere un fallo dal punto di vista della godibilità. Se però si va oltre e ci si perde nelle immagini del regista, si è in grado di vedere il lungometraggio di un autore interessante e attento a tematiche borderline.

Questo atto conclusivo della sua “Trilogia della morte” è un quadro forte di una gioventù che si vede senza futuro. Una gioventù che non è quella bella, atletica e ricca dei classici film americani. Una gioventù ai margini. Per approcciarsi alla pellicola occorre conoscere i precedenti lavori di Van Sant ed essersene già lasciati sedurre.

Voto 7,5

Lisa Fornaciari

SIX FEET UNDER

Regia: Alan Ball

Nazione: USA

Anno: 2001-2005

Numero stagioni: 5

Numero episodi: 63

Durata episodio: 60′

Interpreti: Peter Krause, Michael C. Hall, Frances Conroy, Lauren Ambrose, Freddy Rodriguez, Mathew St. Patrick, Rachel Griffiths

Vino vs. Coca Cola

Non sono mai sazio, ho sempre appetito. Il cinema non è più sufficiente, così ho iniziato a cibarmi voracemente anche di serie TV, dicono tutti che sono il massimo. Ne ho viste tante, ho fatto lunghe maratone sbragato sul divano di casa con il cellulare pronto al primo languore a chiamare in soccorso il delivery più vicino o più gustoso. Hamburger, patatine, pizza e pigrizia. Trash food e cultura di massa. Serialità in tutti i sensi, molto spesso noia. Ho visto molto, ho guardato Dexter, ho visto Breaking Bad, ho riso qualche volta con The Big Bang Theory, mi sono smarrito negli intrighi di Games of Thrones o nei continui misteri di Lost, nelle indagini spirituali di True Detective e posso finalmente dire la mia al tavolo del grande dibattito.

Lost

Io non credo che le serie Tv abbiano superato il cinema. Certo Il mercato dell’Home video è in crescita, sempre più persone, anno dopo anno, comprano  in dvd o Blue Ray prodotti pensati appositamente per la televisione a  scapito dei film. E i produttori? Beh  giustamente seguono interessati i gusti del pubblico, investono nelle idee dei loro sceneggiatori  e cercano di offrire tutti i mezzi necessari per liberare al galoppo le fantasie dei creativi con risultati sorprendenti. Effetti speciali incredibili, qualità cinematografica, alto tasso di spettacolarità. Suspance, musiche, colpi di scena, intrattenimento puro. Ma poco di più. Spesso dopo qualche puntata ho la netta sensazione di rimasticare sempre lo stesso boccone e che le storie diventino più intricate che interessanti.

Gli archi narrativi dei personaggi si dilungano e contorcono su loro stessi in attesa di un nuovo conflitto di una nuova sorpresa, del prossimo colpo si scena che ci porterà avanti almeno un’altra stagione. Ma c’è di più, a  differenza di un certo cinema, le serie televisive nascono fin dal principio per essere un prodotto industriale, dedicato ad un mercato specifico che risponde ad esigenze precise. Tutte le leve di marketing sono lì, pronte a essere azionate, per promuovere, solleticare, incuriosire, vendere. Sono quindi degli ottimi snack, utilizzano ingredienti a lunga scadenza, ipoallergennici – e noi come tali li scartiamo e ce li godiamo, ma non pretendiamo per favore che siano alta cucina. Il Packaging è interessante, a volte geniale ma non  hanno mai lo stesso sapore di un piatto espresso cucinato con attenzione e cura, con amore e ricerca, con la voglia di creare qualcosa di unico e condividere la visione autentica di un mondo e i sapori personalissimi che fino ad un momento prima erano solo negli occhi e nel palato del regista.

Sei passi sopra

Certo ci sono delle eccezioni, così tra le serie distribuite in Italia negli ultimi anni merita attenzione Six Feet Under, nata dalla mente di Alan Ball, sceneggiatore di American Beauty e creatore di True Blood. Si tratta di una dark commedy originale e fantasiosa, piena di spunti creativi, di sogni macabri e di visoni oniriche stupefacenti e divertentissime. E’ la storia di una famiglia di becchini, dei loro intrecci amorosi, delle loro aspettative e dei movimenti intimi che li animano e che puntata dopo puntata strisciano fuori muovendo le loro ambizioni e dando vita a nuove paure che illuminano ogni episodio per la creatività della loro rappresentazione.

In Six Feet Under ci sono dei personaggi a tre dimensioni, che hanno una vita e puntata dopo puntata viene voglia di andare avanti non tanto per capire come il protagonista uscirà dall’ennesima trappola in cui ormai sembra spacciato, ma per la curiosità di scoprire come le relazioni tra i personaggi si intesseranno ed evolveranno, come gli attori, episodio dopo episodio, cambieranno lentamente il loro sguardo sul mondo.

In poche altre serie, anche di ottima fattura, mi è capitato di vedere cinema.

Luca Del Vescovo

BUFFALO ’66

Regia: Vincent Gallo

Sceneggiatura: Vincent Gallo, Alison Bagnal

Anno: 1998

Durata: 110′

Produzione: USA

Fotografia: Lance Acord

Montaggio: Curtiss Clayton

Scenografia: Jeanne Develle, James Chinlund

Colonna sonora: Vincent Gallo, Yes, King Crimson

Interpreti: Vincent Gallo, Christina Ricci, Ben Gazzara, Anjelica Huston, Mickey Rourke, Rosanna Arquette

TRAMA

Billy Brown esce dal carcere dopo una condanna ingiusta di cinque anni, con l’idea fissa di vendicarsi di un giocatore dei Buffalo Bills, indiretto responsabile delle sue disgrazie.

RECENSIONE

Buffalo ’66 è il primo lungometraggio di Vincent Gallo. Era il 1998 e la poliedricità di questo autore iniziava a palesarsi davvero. Sicuramente Gallo è un uomo dalle mille risorse e lo aveva già dimostrato in precedenza come attore, sceneggiatore, musicista e artista. La sua, ormai lontana, prima impresa alla regia risulta un mix di umorismo nero ed elementi destabilizzanti che la rendono davvero degna di nota. La trama è semplice e complicata al tempo stesso. Infatti, descriverla senza l’ausilio delle immagini risulta macchinoso, perché la potenza visiva di questo film è molta e gioca un ruolo fondamentale.

Proviamoci ugualmente. Billy Brown (Vincent Gallo protagonista della sua stessa pellicola) esce di galera dopo aver scontato una pena di cinque anni che gli è stata affibbiata per regolare un debito di gioco. I genitori (Ben Gazzara e Anjelica Huston) sono stati tenuti all’oscuro e convinti che Billy lavori per il governo. Il suo obiettivo appena fuori di prigione è uccidere il giocatore corrotto che aveva sbagliato il tiro della partita su cui il nostro interprete aveva scommesso. Durante la prolungata ricerca di un bagno (una scena volutamente molto lunga) s’imbatte in una ragazza (Christina Ricci). La sequestra per presentarla ai suoi genitori come sua moglie e decide di chiamarla Wendy Balsam. La giovane resta con lui durante tutta la giornata, fino all’epilogo tanto sofferto.

Ricci-Gallo

Questo film è davvero interessante per molti motivi, primo tra tutti la caratterizzazione dei personaggi. Billy è introverso, pieno di problemi e decadente. La sua continua instabilità si palesa in scatti d’ira e momenti colmi di tenerezza. La sua giovane ed improbabile compagna, personificata magnificamente dalla particolare Christina Ricci, si porta dietro un’aura di tristezza e solitudine mai spiegata, ma lasciata intuire allo spettatore. I genitori sono esseri grotteschi ed impossibili. Altro fatto da non tralasciare: le riprese. Sporche, talvolta sciatte, volutamente scorrette e rabbiose. La macchina da presa segue i cambiamenti d’umore di Billy e si adatta al suo stato d’animo altalenante. La fotografia e la scenografia sono servili alla trama, la cupezza, lo squallore delle riprese fa da sfondo ad un amalgama di personaggi in lotta con loro stessi, con l’infinito. La storia d’amore bizzarra tra i due protagonisti è tenera e spietata. Proietta in un mondo diverso, timoroso, un universo borderline da cui non si può uscire, ma ci si può anche stare bene. La paura di Billy di essere toccato e la dolcezza di lei nel persuaderlo producono immagini soavi e destabilizzanti.

Una giornata sola, un mondo interiore che spinge per uscire e mostrarsi, interpretazioni magistrali e mettiamoci anche un cammeo di Mikey Rourke. Tutto questo in uno spettacolo indipendente che vale la pena vedere e che battezza Vincent Gallo come regista “da tenere d’occhio”. I suoi successivi lavori come autore confermano la sua predisposizione all’introspezione e al “dramma”. The Brown Bunny (2003) è presentato al 56° Festival di Cannes e accolto sfavorevolmente dalla critica. Narra di un amore e di un viaggio, di un ritorno alla realtà. Nonostante i pareri negativi (avuti soprattutto per la lunga scena di sesso orale praticata dalla reginetta del cinema indipendente Chloe Sevigny, allora compagna di Gallo) trovo che questo lungometraggio sia sentito e difficile. Altra sua fatica e fatica lo è davvero visto che Gallo solitamente cura quasi tutte le fasi dei film, è Promises Written in Water (2010), pellicola particolare che parte senza troppa attenzione alla sceneggiatura e alla pre-produzione. Ci rimanda un’opera in bianco e nero, senza fronzoli. Racconta la vicenda di una ragazza malata di cancro e della sua relazione con un fotografo. Qui il regista mette alla prova lo spettatore, regalando momenti morti, riprese sgangherate e scene caratteristiche. Ma d’altronde Gallo è un personaggio così, egocentrico, profondo e talvolta megalomane, visto l’andazzo credo e spero che assisteremo ad altre sue prodezze cinematografiche.

Voto: 8

Lisa Fornaciari