SHOAH

Regia: Claude Lanzmann

Anno: 1985

Durata: 613’

Nazione: Francia

Fotografia: Dominique Chapuis, Jimmy Glasberg, William Lubtchansky

Montaggio: Ziva Postec

Shoah: il fiume e la memoria

In occasione della giornata della memoria, molti sono i film (ottimi, celebri) che potremmo proporre per riflettere sul tema dell’Olocausto. La nostra scelta è caduta su un non-film: Shoah di Claude Lanzmann. Una scelta per certi versi scontata, ma non dettata soltanto dall’importanza storica o dall’attualità di questo monumentale lavoro; ciò che a noi interessa è piuttosto la sua atemporalità: prima di essere un documentario sullo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento, Shoah è infatti una riflessione sulla memoria stessa e, non da ultimo, una riflessione sulle potenzialità del mezzo cinematografico come dispositivo di memoria.

Treblinka 2

La sostanza della storia (pensiamo alla celebre definizione di Bloch) e del cinema (pensiamo a Deleuze) è il tempo. Shoah è una riflessione sulla storia e sul cinema che si pone nella storia e nel cinema, si fa esso stesso documento ed evento storico-cinematografico. In quanto riflessione sulla temporalità e sulla memoria, Shoah si costruisce col tempo, nel tempo: frutto di undici anni di ricerca (cinque solo per montare le trecentocinquanta ore di interviste), non è un film, è un fiume che si sviluppa man mano che raccoglie tracce e detriti, ricordi e miserie dei suoi testimoni. Non è un documentario che sfrutta immagini di repertorio e date oggettive, è un non-film dalla durata bergsoniana e bachelardiana (in cui le date e gli anni hanno poco valore), che per raccontare ha bisogno di suscitare immagini e ricordi. Sintomatica è – come sottolineato perfettamente da Ivelise Perniola in L’immagine spezzata – la scena iniziale: a tredici anni Simon Srebnik doveva attraversare tutti i giorni il villaggio di Chelmno, in compagnia dei suoi compagni incatenati e dei soldati delle SS, che lo obbligavano a cantare in virtù della sua voce melodiosa.

Simon Sbrenik

Lanzmann, a sua volta, lo costringe a ricordare risalendo quello stesso fiume, come faceva allora, inscrivendo la propria voce nel luogo, cioè cantando la stessa canzone che cantava allora: un canto – paradossalmente – sulla nostalgia, sull’impossibilità di ritornare e sull’impossibilità di ricordare: “Una piccola casa bianca / mi resta nella memoria / Di questa piccola casa bianca / sogno ogni notte”. L’affiancamento di questa canzone e dell’immagine del fiume ci evoca una poesia di Borges:

Sono i fiumi

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eraclito l’Oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.
Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.
Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.
La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
e tuttavia qualcosa c’è che geme.

Siamo fatti di questa sostanza mutevole (ossimoro) che si chiama tempo o memoria, sembra suggerire Borges. Ma la memoria non è qualcosa di innocuo, è qualcosa di invadente, che ferisce e fa male. Emblematica in questo senso la scena di Abraham, il parrucchiere di Tel Aviv che, a un certo punto, non riesce più a proseguire nel racconto di un ricordo tragico. Ma la macchina da presa di Lanzmann non stacca e, impietosa, continua a filmare in maniera invasiva il lungo momento di silenzio, finché Abraham non si decide a parlare, non si decide a ricordare. Tale è il ruolo di Lanzmann: anche se quasi sempre fuori campo, non è semplice regista o intervistatore, ma ha il compito di sollecitare la memoria (del testimone) e la com-passione (dello spettatore). Il film è un fiume di immagini e anche un fiume di parole, ma queste non commentano, né pongono quasi mai grandi interrogativi di tipo morale o filosofico (come fa dire allo storico Hilberg intervistato nel film: “Non ho mai cominciato dalle grandi domande perché temevo di ricevere delle risposte piccole”); la Memoria – a differenza della Ragione che cerca cause e risposte – insegue particolari secondari (“i treni a Treblinka spingevano o tiravano i vagoni dei deportati?”), perché di dettagli si nutre la memoria. Shoah è un non-film, è un evento che richiede la completa disposizione del testimone e una completa immersione da parte dello spettatore: lo spettatore che, ignaro, crede di assistere semplicemente un documentario, sta invece partecipando a un’esperienza di senso. Si sta immergendo in un fiume apparentemente innocuo, ma che lentamente lo avvolge, travolge e inghiotte; ne riemergerà ma, come insegna Eraclito, non sarà più se stesso.

fiume

Il lavoro di Lanzmann rappresenta un intenso sforzo di recupero della dimensione autentica della memoria, quella invasiva, pervasiva, immersiva, che suscita compassione e dolore. Sollecitare questa memoria – individuale e collettiva – è necessario, per evitare che la Shoah diventi soltanto una nozione storica astratta, distante, innocua, che non ha nulla a che vedere con noi e con il nostro presente; come se Auschwitz – simbolo dell’indifferenza dell’Europa di ieri – non si riflettesse nelle acque dell’attualità – quel Mediterraneo ormai simbolo delle miserie e dell’indifferenza dell’Europa di oggi.

Voto: 9

Patrick Martinotta

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MR. NOBODY

Regia: Jaco Van Dormael

Sceneggiatura: Jaco Van Dormael

Anno: 2009

Durata: 138′

Nazione: Belgio, Francia, Canada, Germania

Fotografia: Christophe Beaucarne

Montaggio: Susan Shipton, Matyas Varess

Scenografia: Sylvie Olivé

Costumi: Ulla Gothe

Colonna sonora: Pierre Van Dormael

Interpreti: Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger, Lihu Dan Pham, Rhys Ifans, Natasha Little

RECENSIONE

Mr. Nobody, diretto da Jaco Van Dormael nel 2009, è un film in cui fantascienza e filosofia si mescolano ambiziosamente. Le tematiche sono molte, forse troppe: le teorie sull’origine dell’universo, l’amore, l’effetto farfalla e il senso dell’esistenza (sempre ammesso che esistiamo davvero). In questa analisi useremo come chiave di lettura la questione della scelta.

“Se mescoli il purè di patate con la salsa, non puoi più separarli, è per sempre. Il fumo che esce dalla sigaretta di papà non entra più nella sigaretta. Non possiamo tornare indietro. Per questo è così difficile scegliere. Devi fare le scelte giuste. E finché non hai scelto, tutto rimane possibile.”

La voce narrante coincide con quella del protagonista, Nemo Nobody, rispettivamente in latino e in inglese, Nessuno Nessuno. La pellicola si articola in modo caotico e confusionario tra le varie vite di Nemo, le quali si intrecciano continuamente, dispiegandosi e acquisendo significato solo negli ultimi minuti. Esse sono tante quante le scelte da lui affrontate. La prima diramazione si ha nel momento in cui il protagonista bambino deve scegliere se vivere con il padre o la madre, appena separati. Tale decisione influenzerà il futuro, gli incontri, gli amori. Seguendo l’una conoscerà Anna, ma in base alla risposta data quando lei gli proporrà di fare un bagno con i suoi amici si aprono a lui nuove strade. Accettando se ne innamorerà fino a sposarla, rifiutando la perderà per sempre e la guarderà da lontano, in stazione, mentre lei tiene le mani ai bambini che ha avuto con un altro uomo, e si chiederà “perché mai le ho detto: <io non nuoto con gli idioti>?”

Seguendo il padre invece si innamora di Elise, ragazza complessa che a sua volta ama Stefano e che lo rifiuta alla sua prima dichiarazione. Scegliendo se tornare da lei e ritentare, Nemo diventerà o un uomo immensamente ricco, sposato con Jean, o il marito di Elise, che alla fine cederà alle sue proposte.

mr nobody

Non solo le scelte di Nemo influenzano il suo futuro, ma anche la più piccola decisione presa da qualsiasi altra persona o l’evento più insignificante, come il volo di un uccello. Tale teoria si chiama effetto farfalla: anche il più piccolo avvenimento può causare conseguenze di enorme importanza. Un disoccupato brasiliano non potrà andare al lavoro e cucinerà un uovo sodo, creando un microclima nella stanza, una piccola differenza di temperatura, e due mesi dopo una forte pioggia cadrà dalla parte opposta del mondo. Una tra le tante goccioline cadrà sul biglietto con il numero di Anna, cancellandolo, e Nemo la perderà di nuovo. Un uccellino volerà proprio nel momento in cui l’uomo attraversa la strada in macchina, sbattendo contro il parabrezza. Nemo non riuscirà a mantenere il controllo dell’auto, cadendo in un lago e morendo annegato. Questi sono solo alcuni dei tristi finali delle sue innumerevoli vite.

Ma in realtà, Mr. Nobody è vivo o morto? Ha sposato Anna, Jean o Elise? Ha seguito il padre o la madre? Questo si chiede un giornalista che intervista Nemo nel 2092, le risposte dell’anziano cento diciottenne sono confuse ma la domanda che gli propone è chiara: “Come puoi essere così sicuro di essere mai esistito?” e segue una grave dichiarazione: “Tu non esisti. E io nemmeno. Noi viviamo solo nell’immaginazione di un bambino di nove anni. Siamo immaginati da un bambino di nove anni messo di fronte a una scelta impossibile.” Così svela il significato di tutto il film, sfiorando l’antico problema della rappresentazione e suscitando le domande: la realtà esiste o è solo un’illusione della mente? Ciò gli uomini percepiscono è verità o sogno, illusione collettiva?

Nemo Nobody è un bambino diverso dagli altri. Tutti i non nati conoscono passato, presente e futuro, ma prima della venuta al mondo gli angeli dell’oblio toccano le labbra di ognuno, creando un fossetta a facendo scordare ogni conoscenza. Nemo però è stato dimenticato, così prima di prendere una scelta è in grado di predire le conseguenze di essa. Allora Nemo non è mai morto, non ha sposato né Anna, né Elise, né Jean, e non è mai stato intervistato nel 2092. È un bambino di nove anni messo di fronte a una scelta impossibile, vivere con la madre e con il padre. Prima di sapere a quali conseguenze avrebbe portato la sua scelta non era in grado di decidere. Ora che le conosce, che ha previsto tutte le sue possibili vite, non è comunque in grado di farlo. Perderà Anna, o rifiutando sgarbatamente un bagno, o nel momento in cui una goccia d’acqua cancellerà il suo numero, o morendo in un incidente auto. Divorzierà da Jean, che non ha mai amato e che ha condannato a una vita dolorosa. Sarà infelice con Elise, che morirà il giorno del matrimonio per lo scoppiò di un furgone nel mezzo del traffico, o che si ammalerà di depressione e lascerà la famiglia.

“Negli scacchi è chiamato Zugzwang… quando l’unica mossa possibile… è quella di non muovere.”

Nemo è un bambino di nove anni davanti ai binari di una stazione di campagna. Vicino a lui c’è suo padre, sul treno in partenza la madre. Di fronte a una decisione impossibile rincorre il treno, seguendolo potrebbe ancora salire con la madre, rimanendo a terra stare con il padre, ma nessuna delle vite future lo renderà felice. Così prende una terza strada, corre nella campagna, giunge in un bosco, raccoglie una foglia e soffia, sperando di aver alterato il futuro.

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L’immagine del bambino di fronte al treno evoca il concetto kierkegaardiano di angoscia: la vertigine della libertà, delle infinite possibilità negative che incombono sul suo futuro gli impediscono di prendere una scelta. Nemo rimane fermo, immobile nell’indecisione, nell’equilibrio instabile tra le opposte alternative, e compie la scelta di non scegliere, consapevole che finché non si imbocca una strada tutto rimane possibile.

“Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra la saggezza e la stupidaggine, tra il qualche cosa e il nulla come un semplice forse.”                                                     (Kierkegaard)

Voto: 8

Chiara Gatti

IL PICCOLO PRINCIPE

Regia: Mark Osborne

Sceneggiatura: Irene Brignull

Anno: 2015

Durata: 108′

Nazione: Francia

Montaggio: Carole Kravetz Aykanian, Matt Landon

Scenografia: Celine Desrumaux, Lou Romano

Colonna sonora: Richard Harvey, Hans Zimmer

TRAMA

Un aviatore, una bambina, una volpe e un fiore. Adattamento dell’opera letteraria francese più letta al mondo. La fiaba moderna per eccellenza.

RECENSIONE

Anche i Piccoli Principi crescono… ed io non ci avevo mai pensato. Eppure, conservando i suoi riccioli biondi, ha corso il rischio dei baobab, ha smesso di annaffiare la sua rosa, di annusarla e ammirarla, non guarda più i tramonti, nemmeno quando è triste, non è più alla ricerca di un amico. Ora il Piccolo (Grande?) Principe non sa più vedere la pecore attraverso le casse ed un serpente boa che mangia un elefante assomigliava così tanto a un cappello (e se gli avessero offerto la pillola che, placando la sete, ti fa risparmiare 53 minuti, l’avrebbe presa?). Crescendo è diventato un lavoratore, un po’ imbranato, che vive su di un pianeta che è molto più grande di lui, senza luce né tramonti. Un vigile vanitoso sorveglia il pianeta buio, un Re, solo se le condizioni sono favorevoli, ti conduce sul tetto dove il Piccolo (Grande?) Principe lavora per un uomo d’affari, che prima si accontentava di possedere le stelle ma ora ne ha creato un business.

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Sapevo che tutti i grandi sono stati bambini una volta e che pochi di essi se ne ricordano, ma ho sempre creduto che il Piccolo Principe fosse un’eccezione. Invece no! Ed è così che feci la conoscenza del Signor Principe, che non voleva una pecora e che non sentiva la mancanza della sua rosa. Forse meritavano più rispetto i ricordi di tutti quelli che, crescendo, hanno continuato ad avere un Piccolo Principe a fianco, ogni istante, che ti chiedeva quale fosse il tono di voce del tuo nuovo amico e quali fossero i suoi giochi preferiti, che, come lui, ti ha insegnato a simpatizzare per quella strana personcina che accendeva e spegneva il lampione del suo piccolissimo pianeta, senza poter dormire, perché non pensava solo a se stesso. Il Piccolo (grande?) Principe è quindi cresciuto, diventando un adulto, un po’ stonato, in un mondo scuro e così diverso dal B612. I ricordi dei lettori sono però tranquillizzati dall’avvento di una Piccola Principessa che, con il suo aeroplano ed una volpe silenziosa, tenta un difficile obbiettivo: far ricordare il Signor Principe quello che è stato.

Crescere non è un problema, il problema è dimenticare.

Voto: 8

Giulia Di Feliciantonio

6 GRADI DI SEPARAZIONE

Titolo originale: Six Degrees of Separation

Regia: Fred Schepisi

Sceneggiatura: John Guare

Anno: 1993

Durata: 111′

Nazione: USA

Fotografia: Ian Baker

Montaggio: Peter Honess

Scenografia: Patrizia Von Brandestein

Colonna sonora: Jerry Goldsmith

Interpreti: Stockard Channing, Will Smith, Donald Sutherland, Ian McKellen.

Budget: 12 milioni

Incasso: 6,5 milioni (dato USA)

TRAMA

Un venditore di quadri e sua moglie vengono una sera improvvisamente visitati da Paul, un compagno di studi dei figli, che li intrattiene piacevolmente per una serata con pensieri e idee che stimolano mente e spirito. Il giorno dopo la coppia racconta la serata a degli amici e scopre che lo stesso ragazzo è stato a visitare e coinvolgere altre famiglie del loro cerchio di amicizie.

RECENSIONE

“È stata un’esperienza, non la farò diventare un aneddoto… Che valore diamo all’esperienza?” questa frase, semplice e staccata dai brillanti monologhi e scambi di battute perspicaci che ripercorrono il racconto dei coniugi, descrive molto bene questa pellicola. E’ infatti un’esperienza, una lunga riflessione che anche noi spettatori possiamo vivere, sull’ordine di valori che diamo alla nostra vita.

6 gradi

Ci guida Paul (Will Smith fresco e pulito), ammaliatore e “sopra alle righe”, che ci pare per tutto il film al limite tra la povertà come scelta di vita e come sfida giornaliera per sbarcare il lunario. Il suo personaggio  vive la giornata come occasione, con grande passione, facendo vivere a chi lo incontra un’occasione, un sogno, un’esperienza appunto. La sua verve travolgente è un’onda che tutto bagna, che fa venir voglia di riaprire il cassetto dei sogni perduti, che fa nascere bisogni mai sentiti prima, che fa staccare dagli oggetti che ci danno le sicurezze di tutti i giorni, fino anche a rompere legami che sembrano ben saldi. I coniugi Kittredge che ben rappresentano questi legami sono i suoi cantori, quelli che più di altri alimentano la sua leggenda con racconti che ci ricordano quasi canti epici. La “truffa” subita perde di valore perché in secondo piano rispetto a quanto ricevuto… idee, una seconda giovinezza, un obiettivo nuovo che non legato al lavoro quotidiano prende valore.

Ma non tutti sono abbastanza predisposti e pronti a “passare oltre” al semplice aneddoto. Il pubblico infatti che ascolta la storia dei Kittredge (Stockard Channing nominata all’oscar per la sua interpretazione e Donald Sutherland, una sicurezza) è bramosa di venire illuminata dal riflesso della luce, ma non sa poi attuare il cambiamento, perché rintanata nelle sicurezze della propria borghesia e dei propri oggetti che danno valore (seppure effimero, l’abbiamo capito?).

6 gradi bis

E poi ci siamo noi, quelli che possono scegliere di immedesimarsi e di cogliere uno degli insegnamenti del film. Possiamo scegliere di essere Paul ed essere sognatori, disincantati, “lasciare tutto” e inseguire il piacere, vivendo l’esperienza nella sua pienezza. Possiamo scegliere di essere Ouisa e sostenere il valore di chi si mette in gioco, arrivando anche ad agire in prima persona per valorizzare l’altro. Possiamo infine scegliere di essere il pubblico, che riempie un momento e subito dopo passa alla prossima storia, come se ognuna avesse parimenti livello. A noi, quindi, l’ardua sentenza. Cosa dice ad ognuno di noi questa pellicola? E come può un semplice film influenzare il nostro quotidiano (se può)?

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

NITRATE FLAMES

Regia: Mirko Stopar

Sceneggiatura: Mirko Stopar

Anno: 2014

Durata:

Nazione: Norvegia, Argentina

Fotografia: Diego Poleri

Montaggio: Torkel Gkorv

Colonna sonora: Santiago Pedroncini

RECENSIONE

Nitrate_Flames

Con Nitrate Flames Mirko Stopar ripercorre la vita e l’arte di Renée Falconetti, soffermandosi soprattutto sul suo rapporto con Carl Theodor Dreyer sul set de La Passione di Giovanna d’Arco (1928). Un legame travagliato tra musa e maestro, vittima e carnefice, sacro e profano. Stopar alterna frammenti originali, sequenze ricreate con attori e registrazioni audio. Descrive l’ascesa e il declino dell’attrice francese: dagli studi al Conservatorio di Parigi, fino all’incontro con la Comédie-Française, dopo avere interpretrato il film-simbolo di Dreyer. Infine il veloce declino che la portò all’oblio e alla morte. Un excursus intenso e drammatico per un’attrice che ha girato un solo film in tutta la sua carriera. Una lavorazione talmente intima e profonda che ha portato Dreyer a confondere il set con la realtà. Falconetti fu talmente coinvolta che ebbe numerose crisi nervose durante la lavorazione. I suoi occhi espressivi sono gli unici indicatori dello strazio che provava sul set. Il suo secondo nome era Jeanne, forse non è poi così strano che il ruolo di Giovanna d’Arco l’abbia “incoronata” a icona muta della cinematografia mondiale.

Voto: 5

Francesco Foschini