72ª FESTIVAL DI VENEZIA – I 10 MIGLIORI FILM

Dopo la rassegna dell’anno scorso, Angelo Grossi è stato il nostro Fachirino in incognito anche all’edizione 2015 della Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia. Ecco una classifica senza pretese d’oggettività.

10 migliori film 

1) Baby Bump (Kuba Czekaj, Biennale College)

2) Wednesday May 9 (Vahid Jalilvand, Orizzonti)

3) Desde allà (Lorenzo Vigas, Concorso)

4) Francofonia (Aleksandr Sokurov, Concorso)

5) Anomalisa (Charlie Kaufman, Concorso)

6) Na ri xiawu (Tsai Ming-liang, Fuori Concorso)

7) Childhood of a leader (Brady Corbet, Orizzonti)

8) Behemoth (Zhao Liang, Concorso)

9) Rabin, the last day (Amos Gitai, Concorso)

10) Underground Fragrance (Pengfei, Giornate degli Autori)

I voti in stelline ai film in concorso:

Beasts of no nation *1/2

Looking for Grace **

Francofonia *****

Marguerite ***

Equals *

L’attesa *1/2

The Danish Girl **

L’hermine ***

El clan ***1/2

A bigger Splash **1/2

The endless River *

Rabin, the last day ****

Abluka ***

Sangue del mio sangue **

Anomalisa ****

Heart of a dog ***

11 minutes **1/2

Desde allà ****1/2

Remember ***

Behemoth ****1/2

Per amor vostro **1/2

Angelo Grossi

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SHAME

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: Abi Morgan, Steve McQueen

Anno: 2011

Durata: 99’

Nazione: Gran Bretagna

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joe Walker

Scenografia: Judy Becker

Costumi: David Robinson

Colonna sonora: Harry Escott

Interpreti: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Hannah Ware

RECENSIONE

Shame parla di Brandon, un uomo adulto apparentemente stabile dal punto di vista economico e sociale, del cui passato sappiamo ben poco. Capiamo presto, però, come vi sia un’ombra sotto quell’apparenza: un’insana attrazione per la pornografia e per il sesso in generale che lo porta a concedersi una certa quantità di piacere fisico al giorno tanto da diventarne schiavo. Che questo piacere provenga dalla masturbazione o dagli incontri casuali con perfette sconosciute o prostitute sempre diverse, non fa differenza. La spirale in cui si trova Brandon é, come per ogni dipendente, lenta ed inesorabile. Questa lo trascina sempre più in basso fino al deteriorante danneggiamento emotivo, oltre che fisico, di se stesso. Il film parla chiaramente di dipendenza sessuale, della continua ricerca di quella sensazione di sollievo data dall’apice sessuale usata come anestetico/medicinale per un disagio interiore più profondo che affonda radici in un passato che, qui, non ci viene rivelato.

“Non siamo persone cattive, solo che veniamo da un brutto posto”. Gli lascia detto la sorella Sissy nella segreteria telefonica. Superficie uguale e speculare del personaggio di Brandon é rappresentata proprio dalla sorella. Dipendente sessuale, lui, e dipendente affettiva, lei, Sissy é completamente l’opposto del fratello. Essa apre le braccia al mondo cercando incessantemente qualcuno da cui essere amata immediatamente, incondizionatamente, infantilmente, disperatamente. Sissy richiede attenzioni in particolare a suo fratello, patologicamente incapace di dargliele e riluttante all’idea. Lo squilibrio emotivo della sorella genera una massiva insofferenza in Brandon al quale lei ricorda, con l’irruente e costante presenza (prima telefonica e poi fisica), le probabili ferite aperte della loro storia comune. I due hanno una pungente discussione in cui un sempre più esasperato Brandon, credendosi più sano e competente, le rimprovera le sue debolezze e mancanze, non concedendole mai (eccetto per un breve momento durante l’esecuzione di lei in un piano bar della canzone New York New York) di scalfire la sua corazza.

Una corazza l’hanno costruita entrambi ma con due materiali diametralmente opposti. Quella di Brandon é fatta per respingere, é sterile, alta, ferma. Quella di Sissy invece é malleabile, é fatta per accogliere, quasi per inglobare l’altra persona cercando di farla restare attaccata. A causa del successivo allontanamento o abbandono della persona amata, infatti, Sissy rimane devastata tanto da arrivare ad attuare una decisione estrema a seguito del rifiuto da parte della persona per lei più importante, Brandon.

Nel film gioca un ruolo molto importante l’intimità. Essa può riguardare vari ambiti delle relazioni umane. Si può intendere intimità la confidenza che si crea tra due persone dopo una prolungata condivisione della vita quotidiana. Si può intendere intimità anche la particolare complicità che fa si che due persone comunichino reciprocamente, in modo autentico, le loro emozioni e sensazioni l’una all’altra. E si può intendere l’intimità come la dimensione sessuale vissuta ad un livello diverso, più alto rispetto a quello strettamente erotico o fisico. Di fatto, tutte queste versioni del concetto di intimità prevedono una certa consapevolezza ed amore, innanzitutto, verso se stessi. Brandon non ha questo riguardo per sé e non esprime mai l’intenzione di andare infondo al disagio che prova per analizzarne l’origine e le dirette conseguenze, anzi, si mette in situazioni in cui può facilmente esercitare un controllo: paga una escort perché lei, dopo, possa riprendere le sue cose ed andarsene così da non farlo sentire responsabile di un’altra persona, né tanto meno vulnerabile rispetto a questa. É esattamente quello che succede con Marianne, accattivante ed emotivamente matura collega di lavoro che gli permette di aprirsi, di accogliere se stesso oltre che un’altra persona. Marianne permette a Brandon di vivere, per un momento, il rapporto sessuale non come mero atto fisico finalizzato ad un risultato, bensì come scambio vicendevole tra due persone consapevoli, alla pari. In quella circostanza, Brandon reagisce ritirandosi immediatamente, ritornando di corsa alle vecchie abitudini e, forse, segnando il suo destino nella continua ricerca di una eterna insoddisfazione.

Voto: 9

Cristina Malpasso

LOLO

Regia: Julie Delpy

Sceneggiatura: Julie Delpy, Eugénie Grandval

Anno: 2015

Durata: 99′

Nazione: Francia

Musiche: Mathieu Lamboley

Interpreti: Dny Boon, Julie Delpy, Vincent Lacoste, Karin Viard

RECENSIONE 

Ogni scarrafone è bello a mamma soja.

Lolo della francese Delpy ha portato una ventata di allegria in Sala Perla, caso particolare all’interno delle Giornate degli Autori. Ma ogni tanto le sorprese in quel del Lido di Venezia (decadente, letargico, formale) non guastano.

lolo

Il film si apre con l’incontro tra Violette (Julie Delpy) e Jean-René (lo spassoso Dany Boon): lei professionista sofisticata all’interno del circuito fashonista parigino, lui sempliciotto e geek, esperto di marketing e genio informatico di Biarritz. Così, dopo una gag esilarante al gusto di pesce (lui fa cadere su di lei un pingue tonno appena pescato) i due iniziano una relazione amorosa, dove le battute sul grosso “arnese” dell’uomo sono il punto cardine dei dialoghi tra Violette e le sue amiche over40 (molto mood Sex and the City, con sangria annessa).

Tutto sembra procedere per il meglio, fino a quando Violette non decide di presentare Jean-René al figlio Lolo (Vincent Lacoste): diciannovenne, artistoide, possessivo verso la figura genitoriale e un po’ bamboccione, con lo stecchino del leccalecca che gli sporge da un angolo della bocca. Dopo un inizio apparentemente tranquillo tra le due figure maschili, il ragazzo inizia un vero e proprio gioco al massacro verso il pretendente della madre (ribattezzato sarcasticamente J.R.): cosparge i vestiti dell’uomo con polvere urticante, gli fa ingerire sospette pasticche sciolte nell’ alcol – creando così una potente gag a una festa d’élite organizzata da Violette, che vede come protagonista uno sconcertato Karl Lagerfeld – e con la complicità dell’amico Lulu (spalla muta e corpulenta del ragazzo) riesce a mandare all’aria un importantissimo progetto informatico dell’uomo, infettando con un virus tutto il sistema operativo della banca nella quale Jean-René lavora. Un vero e proprio incubo. Ma forse la soluzione non è poi così lontana. E forse Violette riuscirà ad aprire gli occhi verso il comportamento folle del figlioletto.

lolo 2

Julie Delpy torna dietro la macchina da presa dirigendo il suo sesto film. Un’altra commedia, meno intellettuale rispetto a 2 giorni a Parigi e 2 giorni a New York – dove i modelli a quali si ispirava erano Woody Allen ed Eric Rohmer – ma più slapstick e screwball giocata sui toni frizzanti di Howard Hawks e George Cukor.

L’attrice francese (oltre che regista, anche sceneggiatrice) – lanciata da Godard, Carax e Kieslowski e consacrata al pubblico internazionale con la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight di Richard Linklater – ha proposto un film che può sembrare all’apparenza leggero e farsesco ma che in realtà ci pone davanti al grosso problema comportamentale genitori-figli, anzi al problema madre mediterranea di figlio maschio che non riesce assolutamente a vedere il marcio della propria prole. Sì, perché Violette difende a spada tratta ogni singolo comportamento di Lolo, giustificando al povero e tonto Jean-René che è solo un ragazzo delicato e fragile che da grande diventerà il più grande artista vivente.

Il tutto farcito da gag fisiche (non sempre all’altezza della visione, che rievocano per certi versi le commedie adolescenziali stile American Pie) e da dialoghi al fulmicotone soprattutto tra Violette e l’amica Ariane (una gustosissima Karin Viard), sboccati e salaci ma graffianti. Un tenue omaggio ai personaggi femminili delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta interpretati da Rosalind Russell e Katharine Hepburn.

Di sicuro non un capolavoro, ma un buon modo per passare 99 minuti all’insegna della spensieratezza e dell’allegria, prima di buttarsi in fila per un’altra proiezione festivaliera (e magari meno ridente).

Voto: 7

Francesco Foschini (Fachiro in incognito al Festival di Venezia)

EX MACHINA

Regia: Alex Garland

Sceneggiatura: Alex Garland

Anno: 2015

Durata: 198′

Nazione: Gran Bretagna, USA

Fotografia: Rob Hardy

Montaggio: Mark Day

Scenografia: Michelle Day

Costumi: Sammy Sheldon

Colonna sonora: Geoff Barrow, Ben Salisbury

Interpreti: Alicia Vikander, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson

TRAMA E RECENSIONE

Caleb è un giovane programmatore che lavora per un grande motore di ricerca. Dopo aver vinto un prestigioso concorso interno dell’azienda parte per una settimana di vacanza nella residenza del fondatore della società. Arrivato in questa splendida abitazione isolata e immersa nel verde, giunto a bordo di un elicottero privato che lo lascia a chilometri di distanza perché il mezzo non ha il permesso di avvicinarsi all’edificio, Caleb, fa conoscenza con l’insolito padrone di casa, Nathan, comprendendo ben presto di essere stato scelto per un importante esperimento. In questo enorme rifugio zen supertecnologico, Nathan lavora, da diversi anni, alla costruzione di una intelligenza artificiale che potrebbe aver sviluppato una coscienza di sé. Caleb si troverà così a confrontarsi con Ava (interpretata della bella attrice svedese Alicia Vikander), un umanoide di bell’aspetto capace di fare ragionamenti molto complessi e soprattutto consapevole del suo stato di macchina. Al giovane programmatore bastano pochi giorni per capire che qualcosa non va e che, quel giovane milionario inventore dell’algoritmo del più importante motore di ricerca (no non è Google, ma la BlueBook, nome inventato per l’occasione) nasconde qualcosa.

Un film che si ispira ai più classici racconti di fantascienza per narrare una storia vecchia, almeno quanto il cinema stesso e oltre (si pensi al Frankenstein di Mary Shelley), in cui uno scienziato ambizioso si spinge al di là di quello che all’uomo è consentito e, nel suo eremo di cristallo, sfida Dio. Ex machina ridisegna, con degli strepitosi effetti visivi, un cinema dal sapore retrò. Un’ anima classica unita a quella parte della fantascienza più psicologica – che porta immediatamente a riflettere sulle paure dell’uomo in contrapposizione alla macchina da esso creata – e all’uso intelligente degli effetti speciali, danno vita ad un ottimo film che fa dei dialoghi la sua arma vincente. Ex machina è costruito intorno alla parola e al ragionamento, ma nel suo raccontarci l’eterna guerra tra macchina e uomo – fatta di menzogne e  inganni da entrambe le parti – utilizza tutti i mezzi che il cinema di oggi è in grado di offrire. Alex Garland ambienta la sua storia in un grande parco naturale con immensi prati verdi, montagne e alte cascate, in contrasto con l’abitazione-laboratorio di Nathan, in cui regna il grigio del metallo e la trasparenza del vetro e dove si svolge il fulcro della vicenda. Ancora una volta sono in contrapposizione natura e tecnologia e, l’abitazione hight-tech dalle porte che si serrano automaticamente dopo un blackout, rappresenta la prigione che l’uomo ha costruito per sé.

Ex machina è un bellissimo film di fantascienza, forse un po’lento, ma sicuramente uno dei più interessanti degli ultimi anni.

Voto: 7,5

Cinefabis