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12 ANNI SCHIAVO

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: John Ridley

Titolo originale: 12 years a slave

Anno: 2013

Durata: 134’

Nazione: USA

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Joe Walker

Musiche: Hans Zimmer

Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Brad Pitt.

TRAMA

America, 1841. La storia vera del violinista  Solomon Northup, uomo di colore nato libero che vive a New York nell’epoca che precede la guerra di Secessione. Raggiunta una certa posizione di agiatezza e la serenità in famiglia, Salomon conosce solo per sentito dire la condizione della schiavitù. Finché un giorno…

RECENSIONE

Il regista britannico Steve McQueen (Hunger, Shame) riporta all’attenzione del mondo con “12 anni schiavo” (vincitore di 3 premi Oscar e del Golden Globe) un dramma oscuro che ha marchiato per sempre la società americana – la stessa che ha appena salutato il primo Presidente di colore – lasciandole una ferita che stenta ancora a rimarginarsi e ne mostra uno dei periodi più atroci. McQueen accompagna lo spettatore negli inferi delle condizioni disumane vissute da migliaia di esseri umani costretti a subire ogni genere di umiliazione e crudeltà. Crudeltà in un crescendo continuo, che più ancora che nel corpo si ripercuote nell’animo di chi oltre che percosso viene quotidianamente denigrato e privato di qualsivoglia dignità.

McQueen ancora una volta dimostra la sua grandezza di regista che non scrive tanto per essere acclamato quanto per dire la verità; denuncia ed analizza la condizione umana degli uomini resi schiavi e lo fa in modo lucido, senza filtri, mantenendo fede ad un racconto tanto crudo quanto crudele sono state le sofferenze vissute ingiustamente dal popolo africano.

Salomon Northup tenta di ribellarsi, di scappare, di trovare ogni possibile via d’uscita per sfuggire all’inferno della prigionia, ma sarà costretto suo malgrado a cedere alla passività e ad una momentanea rassegnazione quando capirà che è l’unico modo per sopravvivere. Sopravvivenza resa possibile unicamente dalla speranza che un giorno il suo destino muterà e dall’arrendevolezza che tuttavia non lo porterà mai ad affrontare la situazione con vittimismo. Alla fine delle lunghe giornate trascorse tra lavori massacranti, troverà nell’inseparabile violino l’unica consolazione, come per gli altri schiavi è consolante il canto disperato. Sottomesso a tal punto da dover rinunciare alla sua identità, abbandonato a sopravvivere in un contesto dove la paura ha tolto ogni forma di solidarietà anche tra gli stessi schiavi, saranno proprio pazienza e astuzia a restituirgli la tanto agognata libertà, per la quale i suoi compagni dovranno aspettare altri 4 anni.

Le scene più crude mostrano un incedere violento di barbare punizioni corporali che spesso sfociano in terribili esecuzioni. Ma sono altre, a mio avviso, le sequenze  più disturbanti, quelle che arrivano come un pugno allo stomaco, riguardano la denigrazione continua e gratuita: come la scena del crudele sorvegliante che canta l’ossessiva cantilena razzista “Ballate, negri maledetti, ballate”; o quella dei balletti notturni nei quali i neri vengono ridicolizzati dopo lo sfinimento di giornate passate nei campi di cotone sotto al sole a suon di  frustate. Una rappresentazione di uomini bianchi che usano la brutalità per mascherare la loro vigliaccheria e debolezza, e sui quali sembra aleggiare l’ombra scura di un castigo imminente che solo l’aldilà potrà riservargli.  Uomini la cui meschinità viene spesso resa possibile solo dall’uso eccessivo di alcol, certi di rimanere impuniti per le proprie malvagità. Uomini, tutelati dalla legge, che sembrano muoversi nell’universo parallelo di una società insana e malata che non risparmia nemmeno le loro donne, che per natura dovrebbero essere più predisposte alla compassione  e che si trasformano anch’esse in carnefici disumanizzate (come nella scena dove viene punita perfino una madre alla quale sono stati strappati i figli).

Il compiacimento nell’umiliazione, il sottolineare continuamente una pretesa supremazia razziale e culturale, vengono giustificati attraverso l’uso improprio della preghiera domenicale, come a lavarsi la coscienza dai sadismi perpetrati e cercare una oscena legittimazione divina per ripulirsi dalle proprie nefandezze.

La grande abilità recitativa – che coinvolge anche gli attori di contorno – dei tre personaggi ai quali ruota attorno la storia, molto bravi nel raffigurare la difficoltà dei rapporti umani, fa sì che si possa  definire “12 anni schiavo” un film bellissimo e allo stesso tempo straziante.

La forte componente espressiva di Chiwetel Ejiofor nel ruolo di Salomon nel portare sullo schermo  l’infelicità e le sofferenze psicologiche del suo personaggio, che poi sono quelle di un intero popolo, è indice di rara bravura. Ma vi si legge anche una grande forza. Lo schiavo Salomon per sopravvivere si vede costretto ad elaborare il dolore e ad annullarsi sino a rinnegare se stesso. Non vi è nulla che quest’uomo non abbia sopportato e lo spettatore, seppur già preannunciato nel titolo, non può fare a meno di chiedersi fino a quando riuscirà a tollerare tali e tante vessazioni fisiche e mentali.

Una strepitosa Lupita Nyong’o, qui alla sua prima esperienza cinematografica, si cala con incredibile intensità nei panni della fiera serva Patsey “la regina dei campi”, ruolo che le è giustamente valso l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Sulla sua schiena infinite cicatrici per la sola colpa di essere  vittima di una spirale perversa di odio-amore che coinvolge un licenzioso padrone-carnefice  e la moglie gelosa. E’ forse nella terribile sequenza delle frustate che Lupita usa al meglio le sue doti interpretative, ormai completamente soggiogata dal padrone schiavista che ne è innamorato ma, non avendo la sensibilità necessaria per vivere un tale sentimento ed essendone al contempo posseduto, lo vuole annientare.

Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen, si conferma uno dei migliori interpreti degli ultimi anni, impersonando magistralmente il ruolo dello schiavista sadico ed esaltato Edwin Epps. Ci vuole bravura per incarnare il male assoluto lasciando trapelare un tale crescendo di arroganza mista a conflitti interiori.

La breve apparizione di Brad Pitt (che del film è produttore) nei panni di un abolizionista canadese al quale si dovrà il merito di mettere fine alla prigionia del protagonista, non apporta nulla al prestigio della pellicola.

“12 anni schiavo” può vantare 9 nomination agli Oscar, è stato osannato nei festival di tutto il mondo ed ha ottenuto incassi stellari grazie anche ad un’ottima regia, splendidi piani sequenza degli sterminati paesaggi della Louisiana col sottofondo della coinvolgente musica di Hans Zimmer e lunghissimi primi piani sui volti dei personaggi che coinvolgono abilmente lo spettatore nella tristezza della storia narrata.

A chi volesse relegare la schiavitù ad un mero tragico episodio, risponderei che una simile  vergogna  epocale và collocata a pieno titolo sul podio delle stragi dell’umanità, e non vi è niente di più sbagliato che relegare certi eventi in un angolo del passato. Quel senso di disagio, di inevitabile turbamento e quel coinvolgimento emotivo che avvolgono lo spettatore durante l’intera durata della pellicola, calandolo nell’armadio del tempo pieno zeppo di scheletri e spaventosi segreti, devono portare proprio ad una profonda riflessione. Perchè non dimenticare diventi un dovere morale.

CURIOSITA’

Il regista affida alle didascalie finali la battaglia legale sostenuta e persa dall’autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto (Northup in quanto nero non poteva testimoniare contro un bianco). Northup fece in tempo a pubblicare le sue memorie documentando l’orrore vissuto nelle piantagioni americane nel libro autobiografico del 1853 coadiuvato  dall’avvocato David Wilson, già autore di pubblicazioni sul tema dell’abolizione della schiavitù e che vendette all’epoca 30.000 copie. E lo fa poco prima di scomparire in circostanze ancora oggi sospette – il dettaglio che non esista una sua tomba non lascia molti dubbi – e dopo essersi battuto a fianco degli abolizionisti per i diritti civili.

Northup dunque, ottenuta una discreta notorietà dopo l’uscita del libro che fece discutere per parecchio tempo, morì in circostanze misteriose. Sicuramente aveva pestato troppi piedi. Nel giro di qualche anno la sua storia cadde nel dimenticatoio, fino a quando nel 1930 una bambina di 12 anni lo lesse per caso nella casa di un amico del padre. Sue Eakin, diventata da grande insegnante e giornalista, decise di ricostruire la storia raccontata da Northup. Nel 2010 Bianca Stigter, moglie del regista Steve McQueen, propose la sceneggiatura al marito, intenzionato da tempo a girare  un film sulla schiavitù negli Stati Uniti.

Agatha Orrico

Voto: 9

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GHOSTBUSTERS

Regia: Paul Feig

Sceneggiatura: Kate Dippold, Faul Feig

Anno: 2016

Durata: 116’

Nazione: USA

Fotografia: Robert D. Yeoman

Montaggio: Melissa Bretherton, Brent White

Scenografia: Jefferson Sage

Costumi: Jeffrey Kurland

Colonna sonora: Theodore Shapiro

Interpreti: Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon, Leslie Jones, Chris Hemsworth, Cecily Strong, Andy Garcia

TRAMA

Gli acchiappafantasmi sono tornati, ma al femminile!

RECENSIONE

Quando ti spetta l’ingrato compito di raccontare ad altri un film che non hanno ancora visto, quanto ti tocca esprimere un giudizio che potrebbe influenzarli nella scelta di vedere quel film o meno, a volte non puoi fidarti nemmeno dei tuoi occhi. Specialmente se il film in questione ha una storia produttiva tanto travagliata quanto quella dell’atteso remake/reboot di Ghostbusters, uno dei culti assoluti degli anni ’80. No, non ti puoi fidare solo dei tuoi occhi. Perché gli occhi possono essere ingannati, distratti, abbindolati dal gioco delle tre carte del marketing, così come dai desideri inconsci che tutti serbiamo nel nostro animo. I tuoi occhi credono di assistere ad un film epocale perché il tuo cuore vuole credere che lo sia. Così come gli stessi occhi possono convincersi di essere testimoni di un flop clamoroso, solo perché lo hanno letto poche ore prima su Facebook. Ghostbusters è, in questo senso, un campo minato. Nei mesi (gli anni?) precedenti all’uscita nelle sale della pellicola, sopra di essa si erano progressivamente addensati i neri nuvoloni del dissenso popolare. Chiunque abbia anche solo un piede nel fantastico mondo della celluloide, sa che intorno a questo film è stata combattuta una guerra. Una guerra all’ultimo hashtag tra nostalgici ed entusiasti, tra una generazione che si sentiva derubata di un mito della propria infanzia nel nome del Dio Denaro, e altri appassionati che volevano dare una chance alla coraggiosa decisione di affidare la parte delle protagoniste ad un gruppo di donne, rappresentanti della migliore stand up comedy contemporanea. Una guerra che ha visto schierarsi padri nobili dell’operazione da un lato, e capipopolo dell’Internet dall’altro. E la guerra, lo sapete bene, ti porta via tutto. Anche la capacità di guardare alle cose per quello che sono. Vedere tutti quei video-reazione, leggere tutti quegli articoli, consumarsi le diottrie analizzando i trailer fotogramma per fotogramma, ti sporca gli occhi. E non ti puoi più fidare di uno strumento reso inservibile.

Prima sommessamente, qualche risolino sporadico mentre le varie pedine del film venivano disposte sulla scacchiera (la rituale presentazione delle protagoniste, le prime fugaci apparizioni ectoplasmatiche, l’esibizione delle gloriose cianfrusaglie tecnologiche…). Poi più forte, sempre più forte, mentre Paul Feig, come un consumato direttore di orchestra, conduceva sapientemente le interazioni del suo quartetto d’archi sullo schermo. Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones si dimostravano affiatate, inanellavano un’arguzia dopo l’altro senza mai sbagliare un tempo comico, e la gente rideva. Senza alcun dubbio rideva.

Chris Hemsworth gigioneggiava divertito nel suo ruolo di adorabile fustacchione svampito, e la gente si sbellicava. E tra tutte quelle risate, che sorpresa, che confortante sorpresa scoprire che c’era anche la mia. Proprio io che avevo alzato più di un sopracciglio all’annuncio del cast, pensando ingenuamente ad una vuota concessione alle quote rosa. Proprio io che, all’uscita del primo trailer, ero inorridito alla vista di effetti speciali che sembravano obsoleti e di scarsa fattura. Io che ero entrato in sala pronto a incrociare i flussi di disincanto e cinismo, eccomi a ridere come un bambino mentre Kate McKinnon contorceva il suo corpicino ossuto di fronte alla cinepresa, e Melissa McCarthy mi regalava la sua interpretazione migliore dai tempi di Mike&Molly. Anche i tanto vituperati effetti speciali, che teoricamente avrebbero potuto affossare la qualità della pellicola, si rivelano in realtà perfettamente funzionali al loro scopo: suggeriscono il senso di minaccia senza indurre quel terrore che guasterebbe l’atmosfera giocosa che pervade la sceneggiatura. Lasciano correre i brividi lungo la schiena, senza mai cancellare il sorriso dal volto. Ed è anche per questo che tutti in quella sala si tenevano la pancia dal ridere: perché nessuna risata è più liberatoria di quella che segue un salto sulla poltrona.

ghostbusters 2016

Perché le orecchie non mentono: abbiamo riso tutti, e non posso dirvi altro. Perché svelarvi oggi anche il più piccolo particolare su quello che potrete vedere tra poche ore in sala, sarebbe come togliere un ingranaggio da quella piccola bomba ad orologeria che scoppierà in faccia a tutti i detrattori, a tutti i finti esperti di Internet, a tutti quelli che “le ragazze non fanno ridere”, a tutti quelli che già si fregavano le mani all’idea di vedere questo film fallire. Non prestate attenzione ai chiacchieroni su Internet. Don’t believe the hype, come rappavano i Public Enemy nell’88. Sopratutto non ascoltate quei profeti di sventura che dall’alto dei loro pupazzetti originali del Marshmallow Man erano pronti a sparare a zero su qualsiasi cosa che non fosse Bill Murray e Gozer il Gozeriano.

A tutti coloro che lanciavano strali di sventura su questo manipolo di audaci caratteriste, impegnate a sfidare un monumento della cultura pop contemporanea. Non curatevi di loro, perché una risata li seppellirà. E se poi quelli, animati dal livore e dalla supponenza che li avevano pervasi in vita, tornassero dalla tomba per camminare di nuovo sulla terra, tu chi chiamerai? Ma le acchiappafantasmi, naturalmente.

Voto: 7,5

Alberto Coletti

THE GIVER

Regia: Philip Noyce

Sceneggiatura: Michael Mitnick

Anno: 2014

Durata: 97’

Nazione: USA

Fotografia: Ross Emery

Montaggio: Barry Alexander Brown

Scenografia: Ed Verreaux

Costumi: Dianna Cilliers

Musiche: Marco Beltrami

Interpreti: Brenton Thwaites, Odeya Rush, Jeff Bridges, Meryl Streep.

TRAMA E RECENSIONE

Tratto dall’omonimo romanzo distopico di Lois Lowry, The Giver, ambientato in un imprecisato futuro, presenta un mondo in bianco e nero (alla Pleasantville di Gary Ross) in cui l’uomo ha forzatamente eliminato dalla sua vita colori, passioni ed emozioni per cancellare definitivamente il male e la violenza, intrinsechi fino ad allora nella natura umana. In una simile società “ideale”, la sfera privata, il lavoro e qualsiasi tipo di organizzazione sono controllate e programmate da un “consiglio di Anziani” con l’intento di allontanare definitivamente il disordine, la brutalità e la prepotenza per le quali ciascun uomo cede involontariamente e naturalmente. Durante la “Cerimonia dei 12”, quando ciascun giovane viene avviato verso il suo futuro lavoro, Jonas, il protagonista, data la sua spiccata sensibilità, viene scelto come “raccoglitore di memorie”.  Presto il ragazzo viene a conoscenza del compito a cui è affidato e conosce il suo Donatore , un uomo anziano (interpretato dal grande Jeff Bridges) che ha il compito di accompagnare con la forza della memoria  Jonas attraverso l’esperienza di tutte le bellezze ma anche di tutte le disgrazie e malvagità dell’umanità che il consiglio degli anziani aveva abolito dal mondo.

the giver 2

Non appena Jonas entra in contatto con le emozioni cambia radicalmente il suo modo di essere e la scena cinematografica cambia insieme a lui: le immagini diventano prima sbiadite poi, pian piano, a colori. Jonas comprende che la vera essenza dell’uomo è la sua abilità nel “sentire” e diventa consapevole, grazie al Donatore,  di quanto fino ad allora, la sua società, con l’unico scopo di proteggere gli uomini, li abbia di fatto privati della propria vera natura. Dopo quest’esperienza Jonas entra in conflitto dapprima con la famiglia, che lo riconosce strano e diverso, poi con lo stesso consiglio degli anziani, che inizia a temerlo come potenziale minaccia dell’equilibrio che loro stessi erano riusciti a creare.

(L-R) BRENTON THWAITES and ODEYA RUSH star in THE GIVER

Uno dei punti di forza del film è la sorprendente capacità del regista a inserire nel corso della storia scene di vita umana, dal notevole carico di passione e profondità, che sapessero commuovere e colpire la sensibilità non solo di Jonas, ma anche dello spettatore stesso.  Egli rivive infatti le emozioni suscitate come se le sperimentasse per la prima volta insieme a Jonas. Il “sentire” del protagonista, quindi, si materializza in immagini concrete, che rappresentano la nascita di un bambino, descrivono l’amore di una madre o la sofferenza di una guerra e che diventano emblematiche per testimoniare l’importanza del sentimento sia positivo che negativo nella vita dell’uomo. Che senso ha eliminare il male e la sofferenza dell’uomo se il prezzo da pagare è eliminare l’uomo stesso?

Voto: 7

Silvia Cutuli

ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

Regia: James Bobin

Sceneggiatura: Linda Woolverton

Anno: 2016

Durata: 113’

Nazione: USA

Fotografia: Stuart Dryburgh

Montaggio: Andrew Weisblum

Scenografia: Dah Hennah

Costumi: Colleen Atwood

Colonna sonora: Danny Elfman

Interpreti: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Anne Hathaway, Sacha Baron Cohen

RECENSIONE

Il giorno dell’anteprima di Alice attraverso lo specchio confesso che ero molto preoccupata. Ero preoccupata perché non sapevo cosa aspettarmi, o meglio sapevo di dovermi aspettare qualcosa di male, ma fino a che punto male? Sono passati sei anni dall’uscita del primo Alice in Wonderland diretto da Tim Burton, ma il trauma è ancora fresco. Uno dei miei registi preferiti aveva appena distrutto uno dei miei libri preferiti. Tutti i punti di riferimento della mia adolescenza erano stati appena rasi al suolo dal grande carrozzone hollywoodiano. Cosa mi resta ormai da perdere? Infilo i miei occhialini 3D e faccio un bel respiro: “Sono pronta Disney, fai di me ciò che vuoi”.

Le prime scene si aprono con un vascello in un mare in tempesta. Il capitano della nave è la nostra ritrovata Wasikowska che interpreta una Alice ribelle alle convenzioni dell’epoca vittoriana. Tornata a Londra dalle sue avventure intorno al mondo, entra in conflitto con la madre sulla possibilità di vendere la nave “Wonder” allo spocchioso Lord Ascot (Leo Bill). Durante un party a casa degli Ascot Alice vede una farfalla, il Brucaliffo (con la voce del compianto Alan Rickman, a cui il film è stato dedicato) seguendolo attraverso uno specchio tornerà nel Sottomondo, dove ad attenderla ci saranno i suoi vecchi amici con una brutta notizia: il Cappellaio Matto è depresso. Tocca ad Alice cercare di aiutarlo a capire che fine ha fatto la sua famiglia, ma per questo ha bisogno di tornare nel passato, servendosi della Cronosfera posseduta dal Tempo. Il Tempo, impersonato da Sacha Baron Cohen, è forse il personaggio meglio riuscito del film, con grandi baffi e un accento teutonico (perso nella versione italiana) che strizza l’occhio a Christoph Waltz. Deprimente è invece la figura del Cappellaio Matto, dove sotto vari strati di trucco troviamo un Jhonny Depp al tramonto.

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Non si capisce affatto il motivo della crisi esistenziale, e in fondo a noi spettatori cosa dovrebbe importarcene del suo irrisolto conflitto Edipico? O ancora, c’è davvero qualcuno che sentiva il bisogno di sapere a tutti i costi perché la Regina di Cuori avesse la testa così grossa, o perché l’orologio del Cappellaio fosse sempre fermo alla stessa ora? Eppure questi retroscena sono le fondamenta su cui si regge la sceneggiatura di Linda Woolverton (già screenwriter in Maleficent).

Un po’ di follia e tanta tantissima noia. Il lato rimosso di Alice “schizo”

Non temete, non c’è pericolo che vi faccia alcuno spoiler perché raccontare la trama mi annoia sempre tantissimo, vi dirò solo che il film ha una fine (consolante!) in linea con le tendenze femministe che attualmente piacciono tanto ai Millenials, e che la Disney è stata pronta a cogliere al volo. Vedesi altre protagoniste di cartoni recenti, come Merida di Brave o la principessa Elsa in Frozen, il cui destino non è legato a nessun principe azzurro. Alice non fa eccezione, e con i suoi abiti eccentrici e il suo rifiuto di un lavoro impiegatizio, sembra  incarnare alla perfezione lo spirito del tempo, il cui motto (“Stay hungry, stay foolish”) ispira milioni di giovani a lasciare tutto per seguire i propri sogni. Il film però non intende essere così radicale, quindi c’è ancora ampio spazio per i buoni vecchi valori della famiglia, amicizia, e accettazione del passato, data l’impossibilità a cambiarlo. Il Tempo non è cattivo, a dire il vero non ci sono cattivi qui, solo personaggi noiosi.

Da notare la curiosa parentesi in cui Alice scappa da un manicomio – un possibile riferimento a “Return To Oz”, in italiano Nel Fantastico Mondo di Oz, (1985) o al videogioco American McGee’s Alice (2000) – dove secondo il costume dell’epoca venivano internate molte donne con la diagnosi di “isteria”, mentre si trattava quasi sempre di persone insofferenti alle convenzioni della società vittoriana. Nelle varie interpretazioni del libro è emerso spesso un lato oscuro di Alice,  un lato “schizo” come direbbe Deleuze, che l’industria dell’intrattenimento non è mai riuscita a rimuovere fino in fondo, perché questo lato oscuro è condizione ineliminabile dell’infanzia e a partire da questo si intrattiene una lotta con il proprio io.

Alice come novella Proserpina – la fanciulla sposa degli inferi, che ogni sei mesi deve tornare nel sottosuolo per adempiere al suo destino e assicurare l’ordine cosmico – deve tornare nel Sottomondo per trovare sé stessa, per cercare la verità degli eventi, e sperimentare l’estraneità del proprio io corporeo. È importante sottolineare come questa osservazione vada letta alla luce delle riflessioni di Deleuze intorno ad Alice e Spinoza per comprendere quanto sia dirompente l’opera di Lewis Carroll. Nel film Through the Looking Glass Alice continua ad essere considerata dalle persone che le stanno intorno una “ragazzina”, sebbene anagraficamente abbia più di venti anni. Alice non cresce mai, o meglio cresce restando piccola, diviene donna-bambina al medesimo tempo, sfuggendo così alle categorie sessuali e generazionali ogni spettatore può identificarsi in lei. Ogni spettatore desidera sfuggire alla tirannia del Tempo, attraversare lo specchio, per entrare nel mondo dove tutto è possibile, salvo poi scoprire che “possibile” è solo una parola, e le parole sono giocattoli manipolabili.

«Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno.»
«La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.»
«La domanda è,» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»

(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio)

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Alice nell’industria dell’intrattenimento

Parafrasando il celebre indovinello che il Cappellaio pone ad Alice (Cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?) possiamo chiederci: che somiglianze ci sono tra Alice in Wonderland di Tim Burton e Alice Through the Looking Glass di James Bobin? Ahimé, molte e quasi tutte in negativo. Principalmente condividono l’ingombrante dispiego di mezzi tecnici e computer grafica volti a imbastire un coloratissimo parco giochi che alla lunga non diverte nessuno. Il 3D rispetto a sei anni orsono appare più raffinato e coeso, ma sinceramente non si capisce cosa debba aggiungere allo spettatore, oltre a un biglietto più oneroso.

Questo accanimento sull’aspetto  più “psichedelico” della storia di Carroll si riscontra sin dal primo cartone Disney (1951) e si può giustificare sia da un punto di vista di appeal commerciale, sia dal lato ideologico di un’epoca che ha fatto della fantasia e dell’immaginazione la propria arma rivoluzionaria contro il sistema capitalistico. Il fatto è che lo stesso sistema al posto di soccombere si è impadronito di quell’arma, e l’ha potenziata con la tecnica che gli è propria.

Risuonano più appropriate che mai le parole di Horkheimer e Adorno: “ci si guarda bene dal dire che l’ambiente in cui la tecnica acquista il suo potere sulla società è il potere di coloro che sono economicamente più forti sulla società stessa. La razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto, se così si può dire, della società estraniata a se stessa”. (Dialettica dell’Illuminismo, 1947)

Appare chiaramente che le vicende di Alice, lungi da essere un manifesto del puro divenire, come sono state lette da Deleuze in Logica del senso (1969), sono diventate la materia preferita di quella “fabbrica del consenso” che èl’industria dell’intrattenimento. In che cosa consiste la totalità dell’industria dell’intrattenimento? Ce lo dice ancora Adorno in una parola: “ripetizione”. Dato il progressivo svuotamento di contenuti, ripetuti in forme stereotipate, l’interesse dei consumatori è tutto rivolto alla tecnica. L’adattamento di Alice Through the Looking Glass, non è altro che il deliberato e naturale adeguamento ai bisogni del pubblico, registrati dagli introiti di cassa del film di Tim Burton. La vera ideologia sottostante è l’affare. Il mondo delle meraviglie di Alice è solo un esiguo pretesto che si realizza in una sequenza digitalizzata di azioni prescritte, in cui i personaggi si muovono come automi. Ogni connessione logica che richieda qualche sforzo allo spettatore è scrupolosamente evitata, gli sviluppi della trama devono scaturire necessariamente dalla situazione precedente e non già da qualche idea del tutto. “L’industria culturale defrauda ininterrottamente i suoi spettatori di ciò che ininterrottamente promette[…] La promessa, a cui lo spettacolo, in fin dei conti, si riduce, lascia malignamente capire che non si verrà mai al sodo, e che l’ospite dovrà accontentarsi della lettura del menù.”. (cit. Dialettica dell’illuminismo).

La locandina è il nostro menù, il cast le sue portate piene di promesse. Al nostro occhio attirato da tutte quelle associazioni di nomi e immagini fascinose viene alla fine servita un’improbabile accozzaglia a metà strada tra Ritorno al Futuro, Ritorno a Oz, e una puntata dei Muppets venuta male (di cui Bobin è stato regista del film). Per fortuna mi ero preparata al peggio e quindi questa volta nessun trauma. A differenza dell’epoca in cui scriveva Adorno oggi noi spettatori siamo diventati più disillusi, ma di una cosa sono certa: il libro di Alice non smetterà di essere inesauribile fonte di ispirazione per chiunque cerchi alternative possibili a questa realtà.

Voto: 3

Claudia Porta

THE HATEFUL EIGHT

Regia: Quentin Tarantino

Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Anno: 2015

Durata: 187 (versione 70mm)

Nazione: USA

Fotografia: Robert Richardson

Montaggio: Fred Raskin

Scenografia: Yohei Taneda

Costumi: Courtney Hoffman

Musiche: Ennio Morricone

Interpreti: Samuel Lee Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, James Parks, Chaninng Tatum, Dana Gourrier, Zoe Bell, Quentin Tarantino (voce narrante)

TRAMA

Wyoming, dopo la Guerra di Secessione. In una diligenza che viaggia nella neve, il cacciatore di taglie John Ruth detto il boia accompagna la criminale Daisy Demorgue a Rockwell, dove l’attende la forca. Nel tragitto si uniscono il collega Maggiore Marquis Warren, ex soldato sudista con carico di cadaveri, e il nordista Chris Mannix, ex criminale che si presenta come prossimo sceriffo di Rockwell. Una bufera di neve costringe la diligenza a fare tappa nell’Emporio di Minnie, dove sono attesi da altri quattro uomini: un messicano che gestisce l’emporio in assenza della padrona, un anziano generale dei Confederati, un flemmatico boia e un misterioso mandriano. Sono otto personaggi spietati e potenzialmente armati. Chi nasconde la propria identità? E soprattutto chi sopravvivrà al micidiale incontro-scontro?

RECENSIONE

L’ottavo film di Quentin Tarantino, girato in Ultra Panavision 70 mm, si caratterizza, in un orizzonte cinematografico sempre più rideterminato dalle novità di un digitale infinitamente replicabile e trasmissibile, come un’esperienza cultuale unica, titanico sforzo di recupero di un’aura della fruizione filmica irrimediabilmente perduta – si veda in questo senso la splendida analisi offerta da Giona A. Nazzaro su Micromega, che non a caso scomoda Walter Benjamin – che ridoni al feticismo cinefilo l’unicità spazio-temporale del proprio oggetto privilegiato (il film). La gigantografica quanto desueta Aspect Ratio che ne deriva – un rapporto 2:75:1 con la base enormemente più vasta dell’altezza – utilizzato da kolossaloni d’antan quali Ben-Hur e Gli ammutinati del Bounty per allargare l’orizzonte visivo delle scene all’aperto, è però fatta precipitare in due claustrofobici quanto minacciosi interni: quello di una diligenza (Ombre rosse di John Ford come conditio sine qua non dell’immaginario western) e quello non meno pericoloso dell’emporio (qui è La cosa di John Carpenter a fare da paradigma). Abitati da un odio implacabile che sembra avvolgere il mondo come un’aria mefitica che del tutto contrasta con il crocifisso di pietra che apre il film per tutta la durata dei titoli di testa, tormentato dalla bufera in un orizzonte sconfinato. È tale formato forse per questo sprecato? O il modo migliore per offrire l’unicità di un’esperienza che ancor prima che cinematografica sembra teatrale, concentrata nella trappola di un interno in cui ogni personaggio sembra un attore che non è chiaramente ciò che dichiara di essere, e dove il gioco delle parti si rivelerà micidiale.

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Il dialogo di Tarantino, pur noto per unire la più vasta ricchezza verbale con i feticci della cultura pop e uno sconfinato potenziale visivo con la divagazione nel becero quotidiano, non è mai stato così denso. Attraversato da un’ironia più nera e sottile del solito, disegna le interazioni tra i personaggi, il progressivo consumarsi della loro compresenza nell’esplosione della violenza più radicale, con una preponderanza assoluta rispetto all’immagine, la quale rinuncia al citazionismo spaghetti western per far sorgere un altro disperato senso di classicità. Infarcita, quest’ultima, non solo della mitologia del West, ma anche e soprattutto dell’enigma poliziesco di agathachristiana memoria (chi ha avvelenato il caffè?). Cui va aggiunto l’amore cinefilo per il telefilm western anni ’70, tipo Bonanza, nel quale bisognava scoprire progressivamente l’identità dei cattivi ospiti della puntata che prendevano in ostaggio tutti i protagonisti. Formidabile è in questo senso lo straniamento introdotto dall’anacronistica voce fuori campo del narratore.

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L’emporio è così l’ennesimo teatro-spazio chiuso simulacrale in cui i soggetti si smaterializzano in ruoli astratti da interpretare in un mondo di carneficine, orizzonte che da sempre catalizza l’immaginario tarantiniano – come il capannone di Le iene, la tavola calda di Pulp Fiction, la locanda dei fiori blu di Kill Bill, la taverna di Inglourious Basterds, la casa padronale di Django. Dove si gioca un immaginario gioco delle parti, in cui la via d’uscita è solo nel concreto mondo reale, a volte del tutto inaccessibile (Le iene). Ma in cosa consistono le “interpretazioni” dei personaggi di The Hateful Eight, che li dividono e uniscono nel medesimo micidiale palco? Sono qui date dal sanguinoso teatro delle fratture politiche all’origine dell’identità americana, sorta dai resti della guerra di Secessione e dalla sua violenza identitaria e razzista. È per questo che si è parlato di un Tarantino più politico, dove diventa solo più esplicito un discorso che attraversa tutta la sua produzione, il progressivo “scatenamento” dai vincoli delle identità immaginarie consacrate nei ruoli precostituiti – in questo caso generali, colonnelli, boia, sceriffi del Sud e del Nord – che si spappolano nei resti di uno scontro dove il Mito irrimediabilmente deflagra. Il tutto sostenuto da una narrazione che dilata infinitamente i tempi offrendo una dimensione di paradossale realismo – su tutte le sequenze la schitarrata di Daisy che come in pochi film, tra cui A proposito di Davies dei Coen, è ripresa senza stacco alcuno. Temporalità che contribuisce in modo netto al senso di irripetibilità che immerge il racconto: si potrebbe dire che i personaggi sembrano recitare ogni volta per la prima, di fronte ai nostri occhi. È forse l’aura di unicità data da questa straordinaria esperienza filmica, sorta nell’orizzonte della pervasiva fruizione internettiana delle immagini che aveva rubato al regista la sceneggiatura insieme al desiderio di girare il film, a farne un atto politico irreversibilmente incisivo. Un cinema di respiro profondissimo che consacra Tarantino come classico definitivo.

Voto: 10

Giancarlo Grossi  

6 GRADI DI SEPARAZIONE

Titolo originale: Six Degrees of Separation

Regia: Fred Schepisi

Sceneggiatura: John Guare

Anno: 1993

Durata: 111′

Nazione: USA

Fotografia: Ian Baker

Montaggio: Peter Honess

Scenografia: Patrizia Von Brandestein

Colonna sonora: Jerry Goldsmith

Interpreti: Stockard Channing, Will Smith, Donald Sutherland, Ian McKellen.

Budget: 12 milioni

Incasso: 6,5 milioni (dato USA)

TRAMA

Un venditore di quadri e sua moglie vengono una sera improvvisamente visitati da Paul, un compagno di studi dei figli, che li intrattiene piacevolmente per una serata con pensieri e idee che stimolano mente e spirito. Il giorno dopo la coppia racconta la serata a degli amici e scopre che lo stesso ragazzo è stato a visitare e coinvolgere altre famiglie del loro cerchio di amicizie.

RECENSIONE

“È stata un’esperienza, non la farò diventare un aneddoto… Che valore diamo all’esperienza?” questa frase, semplice e staccata dai brillanti monologhi e scambi di battute perspicaci che ripercorrono il racconto dei coniugi, descrive molto bene questa pellicola. E’ infatti un’esperienza, una lunga riflessione che anche noi spettatori possiamo vivere, sull’ordine di valori che diamo alla nostra vita.

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Ci guida Paul (Will Smith fresco e pulito), ammaliatore e “sopra alle righe”, che ci pare per tutto il film al limite tra la povertà come scelta di vita e come sfida giornaliera per sbarcare il lunario. Il suo personaggio  vive la giornata come occasione, con grande passione, facendo vivere a chi lo incontra un’occasione, un sogno, un’esperienza appunto. La sua verve travolgente è un’onda che tutto bagna, che fa venir voglia di riaprire il cassetto dei sogni perduti, che fa nascere bisogni mai sentiti prima, che fa staccare dagli oggetti che ci danno le sicurezze di tutti i giorni, fino anche a rompere legami che sembrano ben saldi. I coniugi Kittredge che ben rappresentano questi legami sono i suoi cantori, quelli che più di altri alimentano la sua leggenda con racconti che ci ricordano quasi canti epici. La “truffa” subita perde di valore perché in secondo piano rispetto a quanto ricevuto… idee, una seconda giovinezza, un obiettivo nuovo che non legato al lavoro quotidiano prende valore.

Ma non tutti sono abbastanza predisposti e pronti a “passare oltre” al semplice aneddoto. Il pubblico infatti che ascolta la storia dei Kittredge (Stockard Channing nominata all’oscar per la sua interpretazione e Donald Sutherland, una sicurezza) è bramosa di venire illuminata dal riflesso della luce, ma non sa poi attuare il cambiamento, perché rintanata nelle sicurezze della propria borghesia e dei propri oggetti che danno valore (seppure effimero, l’abbiamo capito?).

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E poi ci siamo noi, quelli che possono scegliere di immedesimarsi e di cogliere uno degli insegnamenti del film. Possiamo scegliere di essere Paul ed essere sognatori, disincantati, “lasciare tutto” e inseguire il piacere, vivendo l’esperienza nella sua pienezza. Possiamo scegliere di essere Ouisa e sostenere il valore di chi si mette in gioco, arrivando anche ad agire in prima persona per valorizzare l’altro. Possiamo infine scegliere di essere il pubblico, che riempie un momento e subito dopo passa alla prossima storia, come se ognuna avesse parimenti livello. A noi, quindi, l’ardua sentenza. Cosa dice ad ognuno di noi questa pellicola? E come può un semplice film influenzare il nostro quotidiano (se può)?

Voto: 7,5

Daniele Somenzi

STAR WARS VII: IL RISVEGLIO DELLA FORZA

Regia: J. J. Abrams

Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt

Anno: 2015

Durata: 135’

Nazione: USA

Fotografia: Daniel Mindel

Montaggio: Mary Jo Markey, Maryann Brandon

Scenografia: Rick Carter, Darren Gilfort

Costumi: Mchael Kaplan

Colonna sonora: John Williams

Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow

TRAMA

Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo Ordine.

RECENSIONI

Star Wars non è un film qualunque e ha provocato uno scisma fra i Fachiri: tre di noi hanno rappresentato il “lato chiaro”, altri due il “lato oscuro” della Forza. E voi da che parte state?

LATO CHIARO DELLA FORZA

 

Ogni episodio di Star Wars può essere considerato in due modi: prendendolo singolarmente oppure collocandolo all’interno della saga che dal 1977 gode di un numero incalcolabile di appassionati in tutto il mondo. Se lo si considera “slegato”, The Force Awakens è un potente blockbuster, che riesce a coinvolgere il pubblico e mantiene un ritmo serrato per tutti i suoi 135 minuti. La regia di Abrams è impeccabile: sa cosa vuole fare, sa cosa il pubblico desidera, sa come realizzarlo e il suo gesto tecnico è assolutamente preciso e pulito. Niente è collocato casualmente e persino il lens flare, vera e propria firma di Abrams, è usato con più garbo e parsimonia rispetto alle esagerazioni dei precedenti film del regista. I personaggi sono completi ed è istantaneo empatizzare con Finn (Boyega), Rey (Ridley), Han Solo (Ford) e il nuovo droide targato Disney BB-8; gli effetti speciali, poi, sono veramente straordinari (sia in 2D, sia in 3D, dove si nota un’attenzione notevole per la resa visiva). Complessivamente si tratta di un prodotto ben riuscito, compatto, una buona pellicola di fantascienza che sa coinvolgere dall’inizio alla fine. Anche le nuove generazioni e chi non ha mai visto prima un film della saga possono facilmente essere convinti di trovarsi di fronte a un film che nel suo insieme funziona e coinvolge. E’ necessario però porre questo settimo episodio all’interno di una cornice cinematografica più ampia, per comprendere il peso sull’economia della saga delle Guerre Stellari.

The Force Awakens si presenta con una trama molto simile a quella del quarto episodio (l’unico e primo “Guerre Stellari”, divenuto poi “Una Nuova Speranza”) con innumerevoli citazioni e punti di contatto con la trilogia classica (episodi IV-V-VI). Il droide che custodisce un messaggio cruciale per il destino della galassia, il “cattivo” che indossa una maschera nera, la gigantesca figura che compare sotto forma di ologramma e la stazione spaziale dal potere distruttivo immenso, sono tutti elementi che farebbero pensare più a un remake che ad un sequel. Se da un lato questa sterzata verso un ritorno alle origini dopo la trilogia prequel (episodi I-II-III) è molto apprezzabile, dall’altro lato il film si scontra con più di trent’anni di aspettative dei fan, che sicuramente desideravano qualcosa di molto più innovativo rispetto a un eccessivo e quasi frustrante richiamo al passato. Le differenze dalla trilogia classica, però, ci sono e sono decisamente delle novità per l’universo Star Wars. I personaggi hanno una caratterizzazione molto più approfondita rispetto a quasi tutti gli episodi precedenti: sono spaventati, distrutti, aggrappati a flebili speranze, figli di una galassia che affronta da decenni continui conflitti e che ci illudevamo avesse finalmente trovato pace con il sesto episodio della saga. Finn ad esempio è un traditore, un fuggitivo, e ha un’infanzia mai vissuta che lo porta ad essere totalmente spaesato in un mondo al di fuori delle crudeltà del Primo Ordine. Rey è una rivelazione, un personaggio femminile forte ma in continua attesa di una famiglia che l’ha abbandonata; nel complesso una figura ben riuscita, con l’interpretazione della Ridley convincente e soprattutto coinvolgente. La scena della sua fuga dalla spada laser, potente reliquia ereditata dalla famiglia Skywalker, e poi il “passaggio di testimone” della stessa spada a Luke (Hamill) sono una metafora che rappresenta bene il rapporto con la trilogia originale. Esiste un legame forte, ancora presente, con gli episodi IV-V-VI, che però non è limitante, bensì costruttivo per una nuova trilogia con i suoi personaggi tormentati e le sue dinamiche più moderne. Di questo legame un esempio lampante è il personaggio di Kylo Ren (Driver), che venera la figura di Darth Vader (questa volta chiamato con il nome originale), indossa una maschera come il suo idolo, non per necessità o per nascondere una deformità, ma per coprire l’innocenza di un volto giovanissimo e spaventato. Non è l’antagonista spietato e freddo, granitico e solenne del quarto episodio, ma un adolescente a pezzi, con meccanismi di difesa immaturi e quasi patetici (l’acting-out incontrollabile con la spada laser schiantata sulle pareti). Kylo Ren ha però una crescita forte (la svolta è il confronto col padre sulla base Strakiller e il colpo di scena seguente) che lo porterà a diventare un personaggio ancora più complesso e dovremo aspettarcelo molto più potente nei film successivi.

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Anche la colonna sonora, che a un primo ascolto convince poco, è tuttavia coerente con lo spirito del settimo episodio: le epiche fanfare rimaste nella memoria di tutti sono solo un sussurro sullo sfondo, come quelle leggende sui Jedi e sulla Forza, mentre vengono introdotti temi nuovi, che non conosciamo ancora, ma che sanno comunque celebrare adeguatamente il “risveglio” del titolo. Han Solo, Chewbecca, Leia, Luke, RD-D2 e C3PO hanno ancora un’importanza cruciale e, soprattutto per i primi tre, svolgono un ruolo decisivo nel film, ma non sono sicuramente i protagonisti. Il settimo episodio ha dovuto infatti scrollarsi di dosso la pesante eredità cinematografica della trilogia classica (simboleggiata dalle rovine delle astronavi imperiali su Jakku) senza però rinnegarla, ed ha anche voluto conservare e ampliare i temi portanti di tutta la saga. Viene affrontato e arricchito il tema della paternità (vista sia dall’ottica del genitore che da quella del figlio), così come i temi della scelta, della tentazione, dell’amicizia e della crescita.

Abrams è figlio di Lucas; come noi è cresciuto con il mito intergenerazionale delle Guerre Stellari e ha saputo farne tesoro. L’influenza Disneyana si sente (oltre al marketing forsennato, le famose “strizzatine d’occhio” ai fan sono ben presenti), ma non è disturbante e il film mostra una coerenza robusta con tutta la saga in ogni momento, dall’incipit, alle transizioni tra sequenze, fino alla biologia delle creature, al design delle astronavi e ai pianeti “uniformi” di Lucas. The Force Awakens pecca forse di troppa paura del nuovo e meritava un finale un po’ più originale, ma è sicuramente un episodio “di raccordo”, completo e solido, il trampolino di lancio per una trilogia più attuale e avvincente. Il record di incassi conferma che c’è ancora interesse per questa saga che di padre in figlio coinvolge appassionati di tutto il mondo e continuerà a farlo anche con questa nuova trilogia. Per quanto riguarda i prossimi film l’aspettativa è altissima, soprattutto per l’ episodio VIII con la regia di Rian Johnson, regista di Looper (2012) e di tre tra i più potenti episodi della fortunata serie Breaking Bad (tra cui lo straordinario “Ozymandias”).

Voto. 7,5

Davide “Duzzo” Fedeli


Partiamo da un dato di fatto: bello o brutto che sia, un film di Star Wars merita sempre di essere visto. Se non altro perché, per l’indiscussa fama della trilogia originale, è destinato a rimanere come un momento saliente nella storia del cinema. Bendisposti o meno, è tempo di riconoscere che Star Wars non è più soltanto composto dagli episodi IV-V-VI; e se anche la trilogia prequel è stata percepita da molti come un tradimento dello spirito originario dei film, ciò non toglie che essa faccia ormai indelebilmente parte dell’universo di Star Wars. Lo stesso discorso vale per questa nuova trilogia in corso d’opera. Ma tale consapevolezza porta con sé una grande tentazione: quella di adagiarsi sugli allori delle glorie passate col rischio di realizzare un prodotto di scarsa qualità che tanto venderà comunque. È dunque questo il caso di Star Wars VII?

Parliamo della sceneggiatura. Esistono due generi di finali aperti: quello che ti lascia con l’ansia di cosa accadrà in seguito e quello che presagisce una svolta epica. La cinematografia contemporanea ci ha abituati a storie che si concludono sempre di meno: ricordiamo, per contrasto, che l’episodio IV, per quante possibilità narrative lasci aperte, si può vedere come film a sé stante e che la trama dell’episodio VI, Il ritorno dello Jedi, poteva essere seguita anche da chi non aveva visto i precedenti. Ma da J. J. Abrams, coautore di una serie piena di colpi di scena come Lost, non ci si poteva aspettare un film senza una chiusura sul culmine narrativo. Ciò che dà carica allo spettatore, tuttavia, è il fatto che questo finale non è il solito cliffhanger in cui non si sa come ci si salverà o, peggio, in cui, quando tutto sembra concluso, il male ritorna di nascosto (come uova che si schiudono sottoterra): alla fine del film abbiamo invece la certezza che Luke Skywalker farà nuovamente il suo ingresso nella storia, con tutta la sua neo-acquisita autorevolezza.

Se prima di vedere questo film ci fossimo immedesimati in chi l’ha creato, il primo punto di preoccupazione sarebbe stato il fatto che si tratta della ripresa di una serie ferma da un decennio e, peggio, che il precedente film di cui questo è sequel, Il ritorno dello Jedi, ha ormai trentadue anni di età. Infine, il termine di confronto naturale, il primo film di Guerre Stellari, risale addirittura al lontano ‘77. In tutti questi anni, i film della LucasArts sono diventati un classico per generazioni di spettatori, sotto ogni aspetto, compresa la colonna sonora. I personaggi e le loro vicende si sono cristallizzati nella mente e nell’immaginario collettivo proprio come le note dei titoli di testa sono diventate un motivo, per così dire, fischiettabile. Perciò, un bel giorno, un compositore e uno sceneggiatore si trovano di fronte ad un grande dilemma: come prendere un tema (musicale o narrativo) talmente noto da essere considerato un classico e riuscire comunque a creare, a partire da esso, qualcosa di completamente nuovo? Aiuta, ma non basta, l’entusiasmo travolgente dei collaboratori, certi di entrare nella leggenda come abbiamo visto nel dietro-le-quinte dedicato al Comic-Con. Ci vuole un grande compositore per realizzare ciò che John Williams ci ha fatto udire nei trailer: quei famosi temi li risentiamo come trasfigurati, resi familiari e, al tempo stesso, alieni.

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Questa è la chiave con cui abbiamo voluto interpretare, in ambito narrativo, la quasi troppo appariscente affinità di questo episodio VII con il IV. Forse avrebbe giovato ritrovare quella stessa genialità musicale e quegli stessi toni epici dei trailer anche nel film; o avrebbe giovato una trama più autoconclusa. Eppure proprio la mancanza di quel contrasto tra toni cupi e misticheggianti del pianoforte e toni brillanti degli ottoni che speravamo di ritrovare anche nel film (ma che, in fondo, sappiamo pure essere stati scritti per qualcosa!); proprio l’apparente inutilità di certi personaggi che compaiono senza alcun passato e scompaiono altrettanto misteriosamente (magari anche interpretati da attori di grande calibro, come l’immenso Max von Sydow); proprio questi elementi, insomma, ci portano a chiederci se ciò che ci appare come un insieme di buchi nella trama non sia in realtà la preparazione di enormi colpi di scena.

Veniamo ora ai personaggi, vecchi e nuovi.

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Sugli attori storici c’è poco da dire. Mark Hamill/Luke non pronuncia una parola, ma recita con lo sguardo in quell’unica scena indimenticabile che lo vede fissare la giovane Rey con un volto incupito e segnato dal tempo, ma allo stesso tempo con occhi fiammeggianti e un’aura mistica di forza e saggezza che il suo personaggio forse non ha mai posseduto in tale misura. Carrie Fisher è sufficientemente credibile come Leia, ma non si pone mai al centro dell’attenzione e nel caso del suo personaggio, nel contesto di questo film, è un grande merito. Harrison Ford, pur essendo probabilmente il “meglio conservato” del terzetto, interpreta un personaggio per il quale, più di tutti gli altri, la vecchiaia rischia di essere appariscente; ciononostante, gestisce bene la versione canuta di Han Solo facendoci piacevolmente ritrovare aspetti peculiari della sua personalità, come, ad esempio, nella scena in cui si scopre il suo doppio gioco con i due clan criminali rivali oppure quando, sul pianeta/arma Starkiller, reagisce malamente alla notizia che Finn vi aveva lavorato come semplice inserviente e non ha, dunque, conoscenza approfondita dei segreti militari della base.

Riguardo i nuovi personaggi, sapevamo che J. J. Abrams ha voluto scegliere per le parti principali attori poco conosciuti; ciò nonostante è stata creata nel pubblico una notevole aspettativa, in particolar modo per quanto riguarda Kylo Ren, il nuovo nemico mascherato, e Rey, protagonista femminile del film.

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Le eroine femminili sono come la banana o la liquirizia in un piatto di ristorante (Masterchef docet): estremamente difficili e soprattutto rischiose da impiegare, eppure, se saggiamente inserite nel contesto, sanno dare una marcia in più e una caratterizzazione originale al tutto. Quello di Rey è, in effetti, un personaggio interessante: ha un background di povertà su un pianeta desertico, come Anakin e Luke Skywalker, ma in tale contesto, anzitutto, la scopriamo priva dei melliflui sentimenti buonisti del piccolo Anakin di episodio I. In questo deserto, poi, Rey vive un dramma di separazione familiare, ma non nel presente, come il giovane e smarrito Luke di episodio IV, bensì nel passato: Rey è già fortificata dal tempo, si è ingegnata per sopravvivere, sa combattere. Insomma, è tosta: prova ne è anche (sempre che non vi siano ulteriori motivi ancora celati) il fatto che apprende le vie della forza con una rapidità che farebbe arrossire il povero Luke e il suo X-Wing impantanato su Dagobah; eppure, nonostante ciò, non riesce proprio ad apparire come una spocchiosa ragazza prodigio, prima della classe. Sarà merito dell’astuta regia e/o della recitazione tra il frustrato e l’incazzato della Ridley. Solo il tempo (coi prossimi film) lo dirà.

Di Adam Driver – o forse, più precisamente – del suo personaggio, si potrebbero dire molte cose negative: è un nemico molto lontano da quello che ci si aspettava e si sperava di incontrare, considerata la caratura del leggendario Darth Vader. Se nei vecchi film Darth Vader, nome scelto a somiglianza delle parole “Dark Father”, è padre oscuro, in questa pellicola il giovane Kylo Ren è più che altro un adolescente disturbato. L’interpretazione di Driver, voluta oppure no (come diranno i maligni), va in tale direzione. Eppure è proprio in questo essere giovane instabile e psicopatico che si può trovare la chiave di volta della sua figura inquietante: non ha senso come “dark father”, ma è assolutamente credibile come giovane disadattato, non necessariamente astuto e brillante, che si picchia da solo sulle ferite per sentire il dolore ed esaltare la forza del lato oscuro in combattimento o che distrugge parti della sua stessa nave quando le cose non vanno come previsto. Molto diverso, insomma, dal freddo e calmo Vader che stritola a distanza il suo sottoposto che lo ha deluso. Che tutto ciò sia voluto?

Dopo l’uscita degli episodi I-II-III una delle scelte maggiormente rimproverate a George Lucas è stato il massiccio uso della computer grafica: ebbene, da questo punto di vista l’episodio VII segna una gradita inversione di tendenza e un ritorno alla “fisicità” della trilogia originale. Ben vengano dunque costumi, miniature, riproduzioni del Millenium Falcon a grandezza naturale, robot animati da persone e non dal computer; ben venga anche la decisione del regista di girare su pellicola e non in digitale. Forse questo non basta per compensare i difetti del film, ma certo è un grande passo in avanti nella giusta direzione.

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Un altro aspetto di questo episodio VII che non lascia indifferenti è la fotografia (e la retrostante concept art). Già dai trailer si poteva intuire la portata del lavoro svolto in questo senso – penso in particolar modo al gioco di luci ed ombre nella scena in cui una minuscola Rey si cala nel ventre immenso dell’incrociatore imperiale abbattuto su Jakku – e il film da questo punto di vista non delude affatto. Alcune inquadrature colpiscono particolarmente la fantasia dello spettatore, soprattutto se affezionato alla trilogia originale: la carcassa dell’incrociatore lungo l’orizzonte di Jakku, quasi come la rovina di un passato dimenticato (perfetto parallelo visivo per il fatto che gli eventi degli episodi IV-V-VI siano ormai considerati alla stregua di favole); la maschera deformata di Darth Vader, misteriosamente recuperata dai resti della Morte Nera; le lunghe fila degli assaltatori del Primo Ordine schierate davanti ad un ben riuscito generale Hux, con l’acceso contrasto di bianco, nero e rosso; il grandioso scenario naturale che circonda Rey nella sua ascesa verso Luke. Anche le scelte cromatiche sono particolarmente curate. Jakku è un pianeta di sabbia e polvere, esattamente come Tatooine, ma i colori, più sfumati del giallo polenta del pianeta di Luke Skywalker, gli conferiscono un aspetto per certi versi più antico e solenne. Il cromatismo contribuisce anche ad accrescere la tensione del duello finale tra Rey e Kylo Ren, in cui larga parte hanno il rosso e il blu delle spade laser che si incrociano sul fondo della foresta coperta di neve.

Che dire, in conclusione, di questo film? Certamente non è un film che dorme sugli allori!

Voto: 8

Guido Longoni e Serena Zoia


“Usa la Mossa, Luke! Come J.J. Abrams ha trollato due generazioni di spettatori”

Prima di cominciare, vorrei sperare sia a tutti voi familiare quel celebre concetto patafisico noto come “Mossa Kansas City”, reso famoso da Bruce Willis in “Slevin – Patto Criminale”. Tuttavia, a beneficio di quanti abbiano trascorso gli ultimi dieci anni in un rottame arrugginito, disperso nelle vastità desertificate del pianeta Jakku, si potrebbe descriverla come quella peculiare manovra strategica alla base di ogni truffa ben riuscita, la formula stessa del furto con destrezza. La Mossa Kansas City è “quando loro guardano a destra e tu vai a sinistra”, questo lo sapete tutti. Quello di cui invece potreste non esservi accorti è che, da un paio di anni a questa parte, la più grande multinazionale dell’intrattenimento esistente ha investito una considerevole porzione delle sue sostanze nella realizzazione della più colossale Mossa Kansas City mai concepita a memoria d’uomo, e per di più sotto gli occhi attoniti del mondo intero. Sto parlando di una truffa faraonica. Sto parlando di un colpo da settecento milioni di dollari, merchandise escluso. Sto parlando, l’avrete intuito, del settimo capitolo della saga di Star Wars, “Il Risveglio della Forza”. Ma andiamo con ordine.

1. Giocare a scacchi con il Wookie

Per la corretta esecuzione di una Mossa Kansas City sono richieste un bel po’ di persone, ma quando il CEO della Disney (che, per ragioni di chiarezza espositiva, supporremo sia Topolino) ha cominciato a pianificare il modo migliore per separare due generazioni di nerd dai loro risparmi, deve essere apparso chiaro che c’era solo un uomo all’altezza del compito. Per resuscitare la saga cinematografica che più di ogni altra ha influito sulla declinazione massificata dell’immaginario post-moderno, Topolino non poteva che affidarsi a J.J. Abrams. J.J. Abrams, ormai lo sappiamo bene, non è un uomo con una visione. Da “Alias” a “Star Trek”, non lo abbiamo mai conosciuto come un regista che potesse attingere ad un immaginario personale definito e riconoscibile. Non è Tarantino. Non è Burton. Ma non è nemmeno George Miller o Gareth Edwards. Quando i titoli di testa di un film recitano “di Terry Gilliam” o “di Guillermo Del Toro”, si sa già che, nel bene o nel male, si sta per assistere ad un’opera caratterizzata da una precisa impronta autoriale, da scelte estetiche inconfondibili. Abrams invece no. Abrams è camaleontico, si adatta alla domanda. Abrams non ti dà quello che vuole, ti dà sempre e soltanto quello che vuoi. Questo non fa certo di lui un artista visionario, ma ne fa un uomo d’azienda di grande successo, e pertanto perfetto per un compito arduo come quello che lo attendeva. Perché ripotare sullo schermo Star Wars, significava soprattutto rilanciarne il brand, reduce da quel maldestro tentativo di dirottamento conosciuto come “Trilogia Prequel”. E questo significava radunare un fandom diviso, frammentato e contraddittorio, convincere gli scettici, accontentare gli azionisti, arruolare una nuova infornata di consumatori nati dopo il crollo delle Torri Gemelle. Significava vendere un fottio di pupazzetti, di poster, di peluche, di ciabatte, di cofanetti dvd, di zuppiere a forma di droide. Di più, bisognava fare tutto ciò senza infrangere l’aura di magia che da sempre circonda il franchise, senza incrinare la sottile patina di nostalgica familiarità che permea i vecchi giocattoli. In altre parole, occorreva spacciare un’operazione commerciale per una rimpatriata: era necessario che uomini cresciuti con Han Solo come fratello maggiore fossero contenti di comprare ai loro figli la spada crociata di Kylo Ren. Non era soltanto una missione impossibile. Era come giocare una partita a scacchi olografici con un enorme Wookie, pronto a strapparti le braccia al minimo accenno di una mossa sbagliata. E questo Topolino lo sapeva. E il mondo lo sapeva. E anche J.J. Abrams lo sapeva, e per questo ha deciso di barare.

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2. Non dargliela vinta, dargliela vintage

Quel demonio di Jar Jar Abrams ha barato, e l’ha fatto magnificamente. C’erano orde di critici cinematografici, pletore di appassionati e semplici mitomani armati di connessione ADSL che non aspettavano altro che emettere una sentenza inappellabile di inadeguatezza, che si fregavano le mani al pensiero di bollare ogni nuova idea, ogni trovata inedita come “non all’altezza della Trilogia Originale”, consacrata sull’altare della loro preadolescenza. Il pubblico di Abrams era composto da gente che, già al momento di comprare le prevendite, sperava ardentemente di rimanerci fregata. E J.J. li ha fregati, ma non come si aspettavano. Mentre loro guardavano a destra, lui è andato a sinistra. Invece di prestare il fianco con un sequel vero e proprio, eccolo sfilare dal cilindro un reboot/remake/pastiche della Trilogia Originale. Potete dimenticarvi qualcosa di nuovo e di vulnerabile: il giovane Abrams si è peritato di estrarre Lawrence Kasdan (lo sceneggiatore de “L’Impero Colpisce Ancora”, “Il Ritorno dello Jedi”, nonché dei “Predatori dell’Arca Perduta”, ecc.) dal blocco di grafite in cui aveva dimorato negli ultimi dieci anni, dargli una scaldata al microonde, e rimetterlo in pista con rinnovata verve. E’ stato così che, con la sfacciata semplicità delle truffe migliori, è stata presentata al mondo una versione riveduta e aggiornata di “Una Nuova Speranza”, adattata con grande mestiere alla sensibilità delle nuove leve, svezzate con saghe Young Adult e abituate ad una infinita escalation tecnologica. “Il Risveglio della Forza” è un film per ragazzi in grado di accettare senza battere ciglio che lo Starkiller altro non sia che una Morte Nera 6S. Pronti ad accogliere Rey da tutte le Katniss che l’hanno preceduta. Educati alla cultura del vintage, secondo cui l’analogico è accattivante, purché coadiuvato dal digitale. L’utilizzo dosato di personaggi e attori della vecchia guardia è stata in questo senso una componente essenziale della strategia elaborata dalla joint venture Topolino-Abrams: il loro scopo era quello di fornire un tiepido senso di continuità ai quarantenni che, in loro assenza, si sarebbero trovati faccia a faccia con nuovi mitemi, lontani anni luce dalla loro comprensione, almeno quanto la nuova Xbox della loro prole. Ostentando un rispetto intessuto di occhiolini, riverenze e citazioni ben calibrate, il regista di “Lost” si è guadagnato il diritto di scherzare con la fanteria spaziale, tributando il dovuto ai santi del passato. Anche se si fosse limitato a quanto sopra, il piano metacinematografico di cui si è finora discusso sarebbe già degno di ammirazione, un bluff così ben interpretato da meritare il plauso anche di chi l’ha chiamato. Ma ciò che davvero rende “Il Risveglio della Forza” la più grande Mossa Kansas City di sempre, quasi sublime nella sua maliziosità, è il trattamento che riserva al suo antagonista.

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3. Il lato oscuro della Mossa

Kylo Ren è senza dubbio il personaggio più interessante a esordire nel nuovo capitolo di Guerre Stellari: un apprendista stregone acerbo e frustrato, un post-adolescente irritabile e irritante che si è consegnato al Lato Oscuro più per dispetto che per una spontanea inclinazione, e per questo perennemente esposto alla tentazione del Bene. I trailer lo avevano mostrato sempre nascosto dietro ad un inquietante radiatore metallico che ne mascherava le fattezze, si presume per non confondere eccessivamente le aspettative del pubblico. Nel film, d’altro canto, si è optato per mostrarne molto presto il volto reale, quello goffo e immusonito di Adam Driver, rivelandone i paramenti per ciò che effettivamente sono: un travestimento, un cosplay da signore del Male dietro cui nascondere le fragilità e i dubbi di un ragazzino smarrito, coinvolto in una partita molto più grande del suo desiderio di emancipazione dal padre. Il più immediato precedente di Kylo Ren nell’immaginario collettivo è in questo senso ravvisabile in Draco Malfoy, il rivale di Harry Potter a cui sono imposti gli abiti e i modi del Mangiamorte: entrambi votati al Male dal caso e dalle circostanze, guidati da cattivi maestri e tuttavia incapaci di abbracciare fino in fondo la loro parte peggiore.

Come era prevedibile, l’invenzione di Darth Malfoy ha diviso il pubblico e la critica, e creato intorno a sé fazioni: chi ne ha osannato la modernità (pochi), e chi ha visto in lui un Lord Fauntleroy bizzoso e incapace di sostenere il peso del ruolo di antagonista principale (molti). Kylo Ren è l’unico vero elemento di novità presente all’interno di “Il Risveglio della Forza” ed è sintomatico osservare come abbia polarizzato tutte le critiche di inadeguatezza di cui sarebbe stato bersagliato il regista, se avesse deciso di affrontare frontalmente il suo pubblico rimodellando integralmente la Galassia lontana lontana. E allora perché J.J. Abrams, le cui doti di illusionista sono indubbie, ha deciso di scoprire le sue carte in modo apparentemente avventato, dando in pasto ai suoi detrattori un personaggio imperfetto? La risposta si nasconde in un’ombra nera, che si allunga sinistra sull’operazione di revival architettata da Topolino e soci, l’ombra di uno spettro rantolante che si aggira nei meandri della cultura pop da più di trent’anni: l’ombra di Darth Vader. Darth Vader rappresenta il fulcro e la spina dorsale della fortuna di Star Wars, è una figura talmente iconica da poter reclamare un posto nel nuovo pantheon occidentale, accanto a Marylin Monroe e Godzilla. E ove dal gigionesco revisionismo di Abrams possono scaturire copie degli altri topoi della Trilogia Originale, Darth Vader non avrebbe potuto essere replicato, perché la stessa genesi della tragica leggenda di Anakin Skywalker è frutto di contingenze imponderabili, che hanno travalicato le intenzioni stesse dei suoi autori. E’ nozione comune che il cavaliere nero del post-moderno fosse stato inizialmente concepito come un antagonista secondario, un potente scagnozzo al soldo dell’Imperatore. La presenza scenica e l’immediato impatto visivo del suo costume persuasero Lucas, in sede di seconda stesura de “L’Impero Colpisce Ancora”, a garantirgli una posizione centrale nelle vicende come padre perduto di Luke, instradando così la saga sui binari che oggi conosciamo.

Vader è il colpo di genio. E’ il lampo di ispirazione che nobilita e eleva un’opera per molti versi derivativa, e un guizzo del genere non avrebbe potuto essere ripetuto da Abrams all’interno del suo sterile laboratorio, nemmeno se ci avesse provato. Lo stesso Lucas non era riuscito a ripetere sé stesso, come tristemente dimostrato dalla Trilogia Prequel. Tutto ciò poneva il buon Jar Jar Abrams di fronte ad un secondo rompicapo, forse ancor più cruciale del primo: se nessun successore avrebbe mai potuto eguagliare Darth Vader, e quest’ultimo non poteva essere riesumato, come trovare un antagonista degno di reggere il confronto? La soluzione adottata sconfina nella prestidigitazione: mentre tutti guardavano a destra, seguendo la pedissequa reiterazione del primo capitolo della Trilogia Originale, e perciò attendendo il sorgere di un nuovo, epocale villain, J.J. Abrams ha svicolato di nuovo a sinistra, invertendone il paradigma. Anziché mostrarci la parabola di redenzione del badass per antonomasia, nel suo film avremmo assistito alla corruzione di un pivello, destinata tuttavia a culminare in un gesto ricco di pathos classico. Abituati a confrontarci con un monolite nero di maestosa malvagità, da cui ogni efferatezza era lecito aspettarsi, ci siamo trovati di fronte ad uno spilungone nevrile e impacciato, che quasi all’improvviso uccide Han Solo. Del resto, Edipo non era nessuno prima di pugnalare suo padre.

La pellicola si conclude così, con la promessa del Supremo Leader Snoke di concludere l’addestramento di Kylo Ren, e con essa si esaurisce l’apporto di J.J. Abrams alla mitologia delle Guerre Stellari. Spetterà ad altri l’impresa di trasformare un ragazzino antipatico nel titanico cattivo di cui i nerd hanno bisogno, ma che in fondo non meritano. In quanto a voi, una volta che la giostra dell’hype avrà chiuso i battenti, potrete ben dire ai vostri nipoti di aver visto in azione un autentico maestro dell’inganno. Racconterete di essere stati testimoni di una doppia Mossa Kansas City, realizzata con perizia da un Signore dei Sith. Perché proprio questa è la vera natura di quel piccolo geek occhialuto dal sorriso beffardo, a dispetto di tutte le vostre facili ironie: Darth Disney.

star wars topolino

***

Nello spazio di questo breve approfondimento si è scelto di non indagare nel dettaglio “Il Risveglio della Forza”: l’opera è tutt’ora nelle sale, e mentre queste righe vengono scritte l’Internet si prodiga nel vivisezionarla fotogramma per fotogramma. Ogni possibile lettura viene esplorata, e presto si dovrà cominciare a immaginarne di nuove. Per questa ragione si è preferito dedicare qualche riflessione alla sua filosofia, alle ragioni che sottendono al recupero di una saga leggendaria, ai principi informatori della sua attualizzazione. Perché questo nuovo capitolo di Star Wars non è un capolavoro di arte cinematografica ma, risultati alla mano, è un vero trattato sullo show-business, frutto di una esperienza affinata nel corso di decenni dall’Imperatore Topolino e dai suoi gregari. Per ciascuno dei motivi sopra esaminati, è una guida pratica al blockbuster nel ventunesimo secolo, e come tale le generazioni future dovranno studiarlo a memoria, se sperano di superarlo. E chi questo non l’ha capito, chi parla ancora con tono perentorio di incertezze nel montaggio, di ritmo incostante e buchi di sceneggiatura, ma in fondo non ci si raccapezza e questo film non sa se amarlo od odiarlo, è il primo a essere rimasto fregato. Forse stava semplicemente guardando a destra.

Voto al film: 7

Voto all’operazione cinematografica: 10

“Non è forse l’attesa di Star Wars, essa stessa Star Wars?

Alberto Coletti



LATO OSCURO DELLA FORZA

“Corrotto dal Lato oscuro Star Wars VII è. Ciò che è stato creato, più non esiste”.

Sotto la maschera niente

Tutti hanno presente quella deliziosa sensazione che si prova quando un film non convince senza sapere perché. Purtroppo guardando l’ultimo episodio di Star Wars mi è capitato l’esatto contrario. Poche volte mi è capitato di avere le idee così chiare sui motivi della non riuscita di un film e ancor più raramente questa persuasione si è offerta in maniera altrettanto spontanea ed esplicita attraverso una semplice immagine: la famigerata scena in cui il cattivissimo Kylo Ren si toglie la maschera e sotto non c’è niente. Il punto è capire cos’è questo “niente” e cosa rappresenta, perché proprio all’interno di tale definizione si giocano – e a mio parere si sono smarriti – il senso e la credibilità di Star Wars. Limiterò quindi il raggio d’azione delle mie brevi considerazioni attorno a quest’immagine: il povero Kylo Ren sarà il nostro capro espiatorio.

star wars cattivo

Kylo Ren si toglie la maschera e sotto c’è il “niente”, ossia il vuoto di un’espressione volutamente e marcatamente inespressiva[1]. Non v’è nulla della tensione fra innocenza e perversione che attraversava il protagonista dell’esalogia originale, Anakin Skywalker. Se la tragicità della figura di Anakin risiedeva tutta nell’impossibilità di prendere le distanze da un passato già realizzato (Darth Vader è il ni-ente di Anakin, l’annullamento della sua persona e della sua stessa umanità, creando un ibrido fra umano e cyborg), quella di Kylo Ren è, al contrario, la tragicità di un Edipo che deve ancora ammazzare il proprio padre, un Edipo che non è ancora nessuno e che (per non continuare a esser tale) non vuole salvarsi. Questo “niente” è allora l’abisso che separa il Figlio dal Padre; la vertigine provata da Kylo di fronte alla maschera della figura fantasma(mi)tica di Darth Vader rispecchia il senso di inadeguatezza che attanaglia la nuova generazione rispetto alla vecchia e, naturalmente, l’ultima saga di Star Wars rispetto a quella originale. Il problema di come raccogliere la scomoda eredità che porta i nomi di Darth Vader e di George Lucas potrebbe essere allora espressa dalla questione di come colmare l’abisso fra due diverse generazioni di spettatori (due modi di fare cinema, due modi di vedere il mondo), accontentando gli ultimi senza tradire i primi. Ecco perché sopra si affermava che attorno a quel “niente” gravita il senso di Star Wars, sia in quanto operazione estetica che commerciale. Ecco perché si ritiene che, proprio quel “niente”, quel vuoto, sia l’origine degli enormi buchi neri della sceneggiatura che hanno trascinato con sé tutta la narrazione, sino a comprometterne irrimediabilmente la credibilità. Mi limiterò a sottolineare i due buchi neri principali.

Il primo buco nero inghiotte l’incredulo spettatore dopo pochi minuti, quando si scopre con raccapriccio che l’Impero non è scomparso, anzi è più forte che mai e domina la galassia con strumenti inconcepibili fino a pochi anni prima (dal ridicolo raggio spaziale capace di disintegrare in un attimo interi pianeti, alla nuova Morte Nera, più grande della precedente, eppure ancora capace di esplodere grazie a colpi mirati di minuscoli caccia spaziali). Invano abbiamo sofferto con i ribelli e festeggiato con loro la definitiva vittoria a Endor, che aveva ricompensato dei sacrifici di Anakin e di Obi-Wan Kenobi. Sono trascorsi pochi anni dalla grande battaglia “finale” del Ritorno dello Jedi, eppure scopriamo che tutto è stato inutile, i nostri eroi sono morti senza un motivo e la memoria collettiva fa di loro nient’altro che delle flebili leggende. Inizia una nuova guerra, le armi sono più potenti e gli avversari hanno nomi nuovi, ma tutto in realtà è come prima e da quella tragica esperienza nessuno ha imparato niente.

Il secondo buco nero è ancor più spudorato del primo e riguarda il presunto “risveglio della Forza” di cui parla il titolo. Mastro Yoda ci aveva insegnato che la Forza non si risveglia né addormenta, ma è eterna, sempre presente, avvolge tutto, compenetra i corpi, copre le distanze. Per gestirla e controllarla in modo saggio uno Jedi doveva allenarsi a lungo, fisicamente e mentalmente; al contrario il “lato oscuro” è quell’impulso che trae giovamento dalla rabbia, si insinua anche nell’animo più puro. È di questa ambiguità e polarità della Forza che si alimenta tutta la tensione tragica della figura di Darth Vader e dell’esalogia originale. Il nuovo episodio non lascia invece spazio ad ambiguità, è un film manicheo dove esistono solo buoni e cattivi. Il lato “chiaro” della Forza somiglia più a un superpotere innato e sembra che, chi lo possiede, non abbia neppure bisogno di allenarsi per controllarla; il lato “oscuro”, che dovrebbe rappresentare quello più “facile” e seducente, pare invece richiedere un travagliato percorso interiore: tale è l’impressione ambivalente che suscitano Ray (capace di controlla la forza dopo cinque minuti)[2] e Kylo Ren (che al contrario deve sudarsi parecchio il suo apprendistato, deve essere umiliato da una ragazzina, da uno stormtrooper qualunque e ammazzare a tradimento il proprio padre[3]). Insomma, Kylo Ren deve combattere con se stesso e gli altri per conoscere la Forza (filosofia Jedi), mentre Ray la possiede e la domina senza troppa fatica (filosofia dei Sith). Come non rimanere disorientati e non sentirsi traditi di fronte a questa contraddizione? Per un attimo lo spettatore stesso è tentato dal lato oscuro e vien voglia di “tifare” per la vittoria finale del Primo Ordine.

star wars nazi

Concludiamo tornando al punto di partenza, cioè al nostro “niente”. Perché questo è esattamente ciò che rimane di questo film. L’immagine che ci viene in aiuto stavolta è quella del povero Kylo che contempla la maschera di Darth Vader: basterà al nostro moderno Edipo aver ammazzato a tradimento il padre per inaugurare la sua tragedia e diventare leggenda? A giudicare dall’umiliazione subìta, poco dopo, da parte della giovane Ray, sembra proprio di no. Allo stesso modo J. J. Abrams si è sentito costretto a compiere un parricidio per allontanare lo scomodo spettro di George Lucas: gli incassi gli hanno dato ragione, ma la nostra immodesta impressione è che questo film appartenga al “lato oscuro” della storia del cinema. Anakin era il Prescelto, potenzialmente il miglior Jedi della storia, prima di diventare un Sith qualunque, ricordate? Invano ci eravamo illusi che Il risveglio della forza – con a disposizione un regista visionario e i potentissimi mezzi dell’industria Disney – potesse diventare il miglior episodio della saga: possiamo restare in speranzosa attesa dei prossimi due capitoli, ma il progetto di costruire una trilogia uniforme e lineare sembra destinata a un fallimento quasi totale. Ciò che resterà, dopo aver deposto la maschera di Darth Vader, è il “niente” di cui parlavamo all’inizio, ossia l’assenza e la nostalgia del Padre.

star wars 3 vedar


[1] Alcuni vili in sala – fra cui il sottoscritto – non sono riusciti a trattanere un sorriso di fronte all’espressione da cane bastonato di un Adam Driver troppo simile al nostro Herbert Ballerina, al punto che per un attimo avevo creduto di assistere alla proiezione di uno dei suoi spassosi trailer: la vicenda del ballerino che voleva fare l’usciere non ci sembra avere minore profondità psicologica di quella del bravo adolescente che si maschera per sembrare più cattivo e imitare la corruzione fisica e morale del nonno glorioso.

[2] Ray è una protagonista grintosa –anche troppo, sembra uscita da un film alla Hunger Games – ma bisogna notare come la sua figura emerga per caratteristiche tipicamente maschili, quali la forza e il coraggio: in barba a tante lettura pseudo-femministe, a noi sembravano, in questo senso, molto più autentiche e interessanti Padmé Amidala o Leia  (sì, anche nel suo abito da schiavetta).

[3] Non approfondirò, per rispetto del personaggio, l’indignitosa morte di Han Solo. Meglio accetterlo scomparire in un precipizio senza versare neppure una lacrimuccia piuttosto che continuare a vederlo torturato da una sceneggiatura che l’ha ridotto a personaggio asettico (contrabbandiere malridotto, marito abbandonato, padre ignorato) senza più nulla da dire.

Voto: 4

Patrick Martinotta


Forse la Forza era meglio lasciarla dormire

Cimentarsi in un sequel di Star Wars è impresa terribilmente rischiosa per diversi motivi: primo tra tutti è mettere mano per ampliare un progetto che era stato considerato concluso dal creatore della saga e che lasciava aperte le porte solo ad un prequel. Se ci si cimenta in un’impresa del genere si hanno due possibilitá: o tentare una rivoluzione che ambisca a migliorare il prodotto originario, oppure creare un remake di un film perfetto e per i tempi rivoluzionario, contando sull’effetto nostalgia sulla scia di quanto giá avvenuto con Jurassic World. J.J. Abraham ha fatto esattamente questo: spinto dal colosso Disney, ha creato una copia moderna di A New Hope e non ha osato nulla. Ha solo intinto l’opera conclusa nella fonte del buonismo disneyano. Chiariamo subito: Il Risveglio della Forza è un film che si lascia vedere e sono presenti anche un paio di sequenze di inseguimento col Millenium davvero notevoli, ma Episodio VII non consegna nulla di nuovo alla storia del cinema. A proposito del Millenium, da citare la buona recitazione di Harrison Ford. Han Solo, anche se invecchiato e con qualche kg in piú conferisce ancora brillantezza e verve ai dialoghi… ma tutti gli altri attori sono mangiati da questo vecchio contrabbandiere spaziale e dal suo amico peloso. Finn, il protagonista maschile, uno star trooper con crisi di coscienza, é privo di carisma, continuamente affannato nel tentativo di salvare la bella di turno, che alla fine si rivelerá l’unica capace di opporsi al lato oscuro. La fanciulla in questione, per quanto non sia malvagia nella recitazione, sembra creata appositamente nel solco delle nuove principesse Disney di inizio XXI secolo: la nostra Rey, come Merida in The Brave, Tiana né La Principessa e il Ranocchio, Elsa in Frozen, é bella, forte e anche in grado di maneggiare armi. Rey in 5 minuti sa governare la forza meglio del maestro Yoda ed é lei a salvare la vita al povero Finn.

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Ed eccoci alle dolentissime note: Kylo Ren, il cattivo. Per la prima metá del film é un personaggio dark dotato di un mistero che cattura l’attenzione del pubblico: è spietato, controlla la forza come solo ho visto fare a Palpatine nell’intera saga, fermando con il potere della mente un colpo di blaster, sparato a distanza ravvicinata, ed è il figlio di Han, allenato da Lucke! Ad un certo punto però decide di togliersi la maschera e rivelare le sue debolezze: vive nell’ombra dell’emulazione di Vader e non si sente del tutto ripulito dalla luce. La domanda é perchè? Kylo Ren aveva tutto per essere un temibile cattivo, ma la maschera, che porta solo per assomigliare a Vader, nasconde un ragazzino dal vocino da Harry Potter e il faccino da bimbo sperduto (a molti ha ricordato il figlio di Iannacci). In questo film il lato oscuro si perde nel concetto disneyano della ricerca del bene anche dove il male sembra trionfare e in tutto ciò la forza viene usata come la pozione magica di Asterix. Uno Jedi scopre di averla e – puff! -sa maneggiare una spada laser e piegare la mente delle persone. Abraham poi ha tentato di riportare gli stessi tempi registici e gli stessi tagli di scena di 40 anni fa. I prequel di Lucas a inizio anni duemila erano figli del loro tempo, contestualizzati, privi del politically correct che la Disney ci ha appioppato. E poi c’erano attori del calibro di Liam Neason, Samuel L. Jackson e Ewan Macgregor che si sono allenati 6 mesi per imparare I movimenti dei combattimenti, prendendo lezioni da maestri esperti nella tecnica del kendo. Personalmente considero questo film un fallimento dal punto di vista artistico, perchè non è stato capace di commuovermi, né di suscitare in me suspance o sorprendermi (la trama è pure abbastanza scontata). Ho giusto sorriso un paio di volte alla vista del nuovo droide Bb8 (che comunque ricorda sempre il Disneyano Wolly) e nelle scene in cui Han torna alla guida del Falcon. Citavo all’inizio Jurassic World e l’effetto nostalgia cavalcato anche da Colin Trevorrow col sequel dei dinosauri di Spielberg. A tal proposito vorrei però dire che, pur nella medesima operazione nostalgia, quel film ha saputo osare molto, soprattutto nelle scene nell’addestramento dei Raptor. Il regista, sconfessando lo stesso principio del “più grande, più denti” con la vittoria del tirannosauro alla fine sull’ibrido, ha velatamente saputo stigmatizzare il principio che ha mosso la creazione di film come questo e la saga di Guerre Stellari: qualsiasi remake fallisce, l’originale vince sempre; imitare il passato non serve a nulla, perché esso é un vissuto che serve solo ad osare nuove e intentate imprese, come fatto (in parte) da Trevorrow e dal vero blockbuster rivelazione 2015, Mad Max – Fury Road.

Voto: 5,5

Stefano Rovelli


 

VOTI

Davide “Duzzo” Fedeli: 7,5

Serena Zoia e Guido Longoni: 8

Alberto Coletti: 7

Patrick Martinotta: 4

Stefano Rovelli: 5,5

EX MACHINA

Regia: Alex Garland

Sceneggiatura: Alex Garland

Anno: 2015

Durata: 198′

Nazione: Gran Bretagna, USA

Fotografia: Rob Hardy

Montaggio: Mark Day

Scenografia: Michelle Day

Costumi: Sammy Sheldon

Colonna sonora: Geoff Barrow, Ben Salisbury

Interpreti: Alicia Vikander, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson

TRAMA E RECENSIONE

Caleb è un giovane programmatore che lavora per un grande motore di ricerca. Dopo aver vinto un prestigioso concorso interno dell’azienda parte per una settimana di vacanza nella residenza del fondatore della società. Arrivato in questa splendida abitazione isolata e immersa nel verde, giunto a bordo di un elicottero privato che lo lascia a chilometri di distanza perché il mezzo non ha il permesso di avvicinarsi all’edificio, Caleb, fa conoscenza con l’insolito padrone di casa, Nathan, comprendendo ben presto di essere stato scelto per un importante esperimento. In questo enorme rifugio zen supertecnologico, Nathan lavora, da diversi anni, alla costruzione di una intelligenza artificiale che potrebbe aver sviluppato una coscienza di sé. Caleb si troverà così a confrontarsi con Ava (interpretata della bella attrice svedese Alicia Vikander), un umanoide di bell’aspetto capace di fare ragionamenti molto complessi e soprattutto consapevole del suo stato di macchina. Al giovane programmatore bastano pochi giorni per capire che qualcosa non va e che, quel giovane milionario inventore dell’algoritmo del più importante motore di ricerca (no non è Google, ma la BlueBook, nome inventato per l’occasione) nasconde qualcosa.

Un film che si ispira ai più classici racconti di fantascienza per narrare una storia vecchia, almeno quanto il cinema stesso e oltre (si pensi al Frankenstein di Mary Shelley), in cui uno scienziato ambizioso si spinge al di là di quello che all’uomo è consentito e, nel suo eremo di cristallo, sfida Dio. Ex machina ridisegna, con degli strepitosi effetti visivi, un cinema dal sapore retrò. Un’ anima classica unita a quella parte della fantascienza più psicologica – che porta immediatamente a riflettere sulle paure dell’uomo in contrapposizione alla macchina da esso creata – e all’uso intelligente degli effetti speciali, danno vita ad un ottimo film che fa dei dialoghi la sua arma vincente. Ex machina è costruito intorno alla parola e al ragionamento, ma nel suo raccontarci l’eterna guerra tra macchina e uomo – fatta di menzogne e  inganni da entrambe le parti – utilizza tutti i mezzi che il cinema di oggi è in grado di offrire. Alex Garland ambienta la sua storia in un grande parco naturale con immensi prati verdi, montagne e alte cascate, in contrasto con l’abitazione-laboratorio di Nathan, in cui regna il grigio del metallo e la trasparenza del vetro e dove si svolge il fulcro della vicenda. Ancora una volta sono in contrapposizione natura e tecnologia e, l’abitazione hight-tech dalle porte che si serrano automaticamente dopo un blackout, rappresenta la prigione che l’uomo ha costruito per sé.

Ex machina è un bellissimo film di fantascienza, forse un po’lento, ma sicuramente uno dei più interessanti degli ultimi anni.

Voto: 7,5

Cinefabis

CONTAGIOUS – EPIDEMIA MORTALE

Titolo originale: Maggie

Regia: Henry Hobson

Sceneggiatura: John Scott

Anno: 2015

Durata: 95’

Nazione: USA

Fotografia: Lukas Ettlin

Montaggio: Jane Rizzo

Scenografia: Gabor Norman

Costumi: Claire Breaux

Colonna sonora: David Wingo

Interpreti: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson

TRAMA E RECENSIONE

Uno zombie movie. Maggie, orfana di madre e figlia adolescente di Wade, un agricoltore del Midwest, é stata aggredita e morsa sul braccio da uno zombie. Il padre la accoglie in casa cercando in tutti i modi di preservarne la vita fino a ben oltre il limite consentitogli dalla legge di questo mondo post-apocalittico dove l’epidemia ha colpito fin dentro molte case dei suoi abitanti. Lentamente la ragazza manifesta segni sempre più evidenti dell’infezione che si estende su tutto il suo corpo e nella sua mente fino all’inevitabile trasformazione in un morto vivente.

Gli elementi chiave sono molto comuni: l’epidemia mortale sconosciuta, la connotazione del sangue come veicolo di scambio della malattia, l’inevitabile trasformazione di una persona in un simulacro di essere umano (a cui di umano resta ben poco), l’incessante scopo di questo di nutrirsi di altri esseri umani nel tentativo di placare una fame che non può essere placata e la trasmissione, a sua volta, di questo veleno. La differenza sostanziale rispetto ad altri film del genere risiede punto di vista. La storia viene narrata dal punto di vista della persona più vicina al futuro morto vivente nonché da quello del futuro morto vivente stesso. Dunque, invece che tenere il fiato sospeso escogitando noi stessi un modo per sfuggire alle voraci creature cannibali, questa volta il conflitto nasce dal provare la costante e disperata impotenza che prova Wade nel vedere sparire progressivamente dagli occhi della figlia la persona che lei era per lasciare il posto ad una creatura famelica, priva di una qual si voglia ragione e coscienza, improntata solo a fare del male.

Il film segue il decorso della malattia che porterà di fatto Maggie a morire lentamente. Tramite i suoi sogni-ricordi, possiamo rivivere più volte il momento violento del morso che, non venendoci mai narrato per intero, dona più enfasi alla condizione alienante della co-protagonista facendocelo registrare come un accadimento già successo, già accertato, inevitabile, e senza concederci pertanto di formulare alcuna ipotesi su come questo si sia verificato o su come si sarebbe potuto evitare.

Spesso negli zombie movies, queste creature sono viste come fossero dall’altra parte della barricata. Approcciate sempre e solo da lontano e da vicino per brevi momenti (perché nient’altro che pericolose se troppo vicine), si presentano sempre già trasformate e pronte ad uccidere. Non siamo portati a chiederci chi sia stata quell’individuo in particolare o quale sia la sua storia. Qui, invece, viene dato ampio spazio ad una visione più intima del personaggio colpito entrando in profondità nei suoi ricordi e nelle sue sensazioni, in un passato lontano quanto prossimo che può sicuramente avere attinenza con il nostro, facendoci sentire paradossalmente più vicini all’“antagonista” della storia (il titolo originale della pellicola è Maggie) prima che lo diventi definitivamente.

Voto: 7

Cristina Malpasso

DAUNBAILO’

Titolo originale: Down by Low

Regia: Jim Jarmusch

Sceneggiatura: Jim Jarmusch

Anno: 1986

Durata: 107’

Nazione: USA, Germania

Fotografia: Robby Muller

Montaggio: Melody London

Scenografia: Janet Densmore

Costumi: Carol Wood

Musica: John Lurie

Interpreti: Roberto Benigni, Tom Waits, John Lurie, Nicoletta Braschi, Ellen Barkin

TRAMA

Un disc jockey in crisi d’identità, un protettore di prostitute e un bizzarro italiano si ritrovano compagni di galera nella stessa cella. Evasi dal carcere, lo strampalato trio inizia sgangherata fuga tra le paludi di New Orleans, fino alla definitiva separazione.

RECENSIONE

“Daunbailò” – trasposizione italianizzata dell’originale “Down by law”, è un film decisamente borderline in quanto difficilmente collocabile in un solo genere – road movie, commedia, film-noir, comico. L’intellettuale Jarmusch riesce a rendere credibile l’impensabile accostamento recitativo del comico Roberto Benigni con artisti ‘maledetti’ del calibro di Tom Waits e John Lurie, i cui personaggi hanno ben poco in comune se non il fatto di vivere ai margini della comunità. Uno degli aspetti più interessanti e forti del film è proprio la grande prova interpretativa degli attori.

Il regista smonta il mito del classico ‘sogno americano’, e lo fa con sguardo disincantato, utilizzando  identità che si aggirano in una società corrotta, dove squallide periferie, prive di colori, appaiono tutte uguali. La scelta del bianco e nero che ammicca al neo realismo rafforza l’idea di realtà parallela nella quale si muovono Zack/Waits e Jack/Lurie. Una deriva esistenziale dove il buio è rotto solo da qualche fanale nella notte, tutto intorno lo squallore quotidiano.

I luoghi, messi in risalto dalla nitida fotografia di Robby Mueller, sono un pretesto per consegnare allo spettatore uno spaccato della società nella sua visione più cupa e surreale, ne è un esempio la scena iniziale con un lungo piano sequenza sulle case di New Orleans, che più che abitazioni appaiono contenitori di esistenze simili a prigioni. Scene scarne e dilatate, tempi lunghi a camera fissa spesso privi di dialogo, che servono proprio a mettere a fuoco la faccia dell’America del periodo reaganiano e a dare voce al tormento interiore così ben rappresentato da Waits e Lurie.

Tom Waits, cantore degli oppressi, autore dalla voce rugginosa di capolavori come “Rain Dogs”, “Swordfishtrombone” e “Invitation to the blues”, ricalca se stesso dando in prestito  al personaggio di  Zack la stessa aria arruffata e malsana di chi beve bourbon a colazione (guarda caso “Jockey full of bourbon” è il titolo di una delle canzoni di Waits che compaiono nella colonna sonora). Memorabile la scena nella quale Waits, dopo un litigio con la fidanzata, passa in rassegna le sue cose lanciate sul marciapiede e porta con sé sono le sue scarpe di coccodrillo: “Preferisco un fallimento alle mie condizioni, che il successo alle condizioni degli altri”, dichiarava anni fa parlando di se stesso, ma potrebbe essere una frase dello stesso Zack; perché la vita è uno schifo ma in fondo chi se ne frega.

“Se devo dire di avere mai incontrato un genio, quello è Roberto. E’ incredibilmente coraggioso e se qualcuno sembrava capace o meritevole di un Oscar, beh, quello era lui”. E’ una dichiarazione di John Lurie all’amico Benigni all’indomani dell’Oscar del 1999 per “La vita è bella”. Lurie, nella vita leader dei Lounge Lizards e pittore affermato, è perfetto nella parte di Jack con quell’aria snob sulla sagoma dinoccolata,  le mani in tasca, il carattere scontroso e quella faccia che cattura lo schermo. Il personaggio interpretato mostra la stessa strafottenza  di Lurie, basterebbe ricordare la sua abitudine a concedere interviste – rarissime – senza alzarsi dal letto.

E’ a un terzo dal film che fa la sua comparsa il terzo protagonista, un giovane ma già riconoscibilissimo Roberto Benigni che mette in scena tutta la sua indomabile verve tra il serio e il clownesco in uno stentato inglese. “I scream, you scream, we all scream for ice cream” diventa una divertente gag all’interno della cella, dove Roberto gioca con l’assonanza inglese tra le parole  “gridare” e “gelato”. Divertente e surreale la scena nel bosco dove, mentre Benigni cucina un coniglio ricordando la sua famiglia, gli altri due vagano nella notte come due psicopatici con musica di sfondo da psyco thriller: geniale!

Zack e Jack potrebbero essere le due facce della stessa medaglia, il ritratto di chi vive di espedienti ai margini della comunità, dove l’emarginazione con consente vie di uscita. Non vi è redenzione per chi viene dal ghetto, incastrato dalla legge essa stessa corrotta (esplicita la scena del poliziotto con la minorenne), che condanna a priori per quello che si è più che per quello che si fa. A pensarci bene, mentre Zack e Jack vengono arrestati ingiustamente, Roberto è finito in prigione per aver ucciso un uomo (non si capisce se per sbaglio o intenzionalmente), in un contorto gioco delle parti. Nonostante ciò Roberto è il personaggio positivo che, con la sua ingenuità unita ad  una buona dose di ingegno, riesce a barcamenarsi nelle situazioni difficili sino a diventare il collante che tiene unito il gruppo.  E sarà proprio questo suo atteggiamento aperto alla vita che ne consentirà il riscatto, permettendogli di trovare la felicità in un ambiente desolato e apparentemente privo di speranza, con una donna amorevole e diversa dalle donne facili sinora rappresentate da Jarmusch. Se per Roberto il finale è quello da favola moderna, non lo è altrettanto per Zack e Jack.

La scena conclusiva mette i due di fronte ad un bivio, dove la scelta è tra due strade identiche e senza fine, metafora delle loro esistenze, così simili e complementari. Qui Jarmusch lascia intendere un ritorno ai perversi meccanismi della società dalla quale essi sono venuti, ognuno destinato alla propria solitudine. Ma ugualmente, a modo loro, liberi di scegliere.

Voto: 9

Agatha Orrico