I 10 FILM PIU’ DISTURBANTI (ABOUT SEX)

1 Salò o le 120 giornate di Sodoma (Salò, or the 120 Days of Sodom) – Pier Paolo Pasolini, 1975

Pellicola che contiene alcune tra le perversioni più insane dell’animo umano mai viste in un film. Pasolini si rifà alle 120 Giornate di Sodoma di de Sade, da cui il titolo prende spunto; ma il contesto qui è un altro, il fascismo e la Repubblica di Salò. Al contrario di de Sade, dove le oscenità descritte sembrano essere fini a se stesse, Pasolini vuole dare allo spettatore una sorta di morale. Salò è prima di tutto un film contro ogni tipo di violenza e tortura nei confronti di ogni essere umano.

2 La vera gola profonda/Gola profonda (Deep Throat) – Gerard Damiano, 1972
Rientra in questa classifica nonostante sia a tutti gli effetti un film pornografico, in quanto ha stravolto completamente la concezione del porno. Per la prima volta un film a luci rosse, che fino ad allora erano considerati di nicchia – in quanto film da “depravati” – è stato visto da milioni di persone in tutto il mondo. 25000 dollari di spesa per un incasso pari a 100 milioni, una cosa mai vista nella storia del cinema. Il film ha una trama, cosa assai rara nel porno odierno, che tratta uno dei tabù del sesso, l’orgasmo femminile, e la sua impossibile rappresentazione a livello visivo. La pornografia può essere suddivisa in un prima e un dopo Gola profonda.

3 Antichrist – Lars von Trier, 2009
La follia che segue la morte di un figlio assume tratti disumani in questa pellicola. Il capolavoro di Lars von Trier.

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4 Ecco l’impero dei sensi (In the Realm of the Senses) – Nagisa Oshima, 1976
Film ispirato ad una storia realmente accaduta nel Giappone degli anni ’30.  Fece parecchio scandalo, per la presenza di scene di sesso esplicito non simulato e un finale shock. Il film fu disponibile in home video solamente a partire dagli anni ’90.

5 Irréversible – Gaspar Noé, 2002
La tecnica di Gaspar Noè è molto sperimentale, i suoi film possono piacere o meno ma riescono sempre a lasciare il segno. Il montaggio è disturbante, nauseabondo. Lo stupro di Irréversible e l’orrore con cui viene perpetrato rimarranno per sempre negli occhi dello spettatore.

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6 Nymphomaniac Director’s cut – Lars von Trier, 2014
Questa versione non è quella uscita nei cinema, ma la successiva che vede la luce in un secondo momento. Con ben 90 minuti di scene tagliate questo film è decisamente più completo rispetto al precedente. Tuttavia manca qualcosa alla pellicola…

7 Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris) – Bernardo Bertolucci, 1972
Marlon Brando e la celebre sequenza del burro valgono di per sé la visione di questo film. Era il 1972 e per la morale dell’epoca fu oltraggioso; sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”.

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8 Caligola (Caligula) – Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato), Giancarlo Lui (non accreditato)
Produzione infinita, piena di controversie, dalla quale usciranno molteplici versioni, tra scene di porno esplicito aggiunte e altre tagliate. Un Malcolm Mcdowell superlativo: il suo sguardo delirante e le sue danze stravaganti sono memorabili.

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9 La pianista (The Piano Teacher) – Michael Haneke, 2001
Nonostante le allusioni sadomaso e alcuni fotogrammi molto crudi, il film ricevette numerosi premi, in particolar modo al Festival di Cannes, dove trionfò. Isabelle Huppert e la trasformazione del suo personaggio offrono allo spettatore colpi di scena (e perversioni) inaspettate.

10 Eyes Wide Shut – Stanley Kubrick, 1999
Ultimo film di uno dei più grandi registi della storia del cinema. Uscirà postumo alla morte di Kubrick, il quale non partecipò al montaggio. Per questo motivo da alcuni è considerato incompleto, ma riesce tuttavia a risultare, a tratti, raffinato e sublime. Le orge in maschera in stile “Eyes Wide Shut” sono diventate un marchio di fabbrica e sono tutt’ora fonte di ispirazione in giro per il mondo.

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Fuori lista

A Serbian Film – Srđan Spasojević, 2010
Non merita di essere nella classifica in quanto la violenza ingiustificata di questo film supera ogni limite, dove «si confonde la trasgressione con la morbosità più gratuita e atroce». La visione di questa pellicola ha suscitato in me un disgusto e un malessere che mai avevo provato in precedenza; pertanto non solo non ne consiglio a nessuno la visione ma – per la prima volta dico una cosa del genere riguardo un film – lo censurerei. Peccato perché l’idea era originale. Lo so, tutto ciò vi farà venire una voglia spropositata di vedere A Serbian Film. (Se lo farete) Sappiatelo, io vi avevo avvisati.

Lucciola della ribalta

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INTO THE WOODS

Regia: Rob Mashall

Sceneggiatura: James Lapine

Anno: 2014

Durata: 125’

Nazione: USA

Fotografia: Dion Beebe

Montaggio: Wyatt Smith

Scenografia: Dennis Gassner

Costumi: Colleen Atwood

Colonna sonora: Stephen Sondheim

Interpreti: James Corden, Emily Blunt, Meryl Streep, Daniel Huttlestone, Johnny Depp

RECENSIONE

In un regno lontano, in un piccolo villaggio ai margini del bosco vivevano una giovane fanciulla vestita di stracci, un ragazzo spensierato ed ingenuo, e un modesto fornaio con la moglie. Tutti desideravano qualcosa, un segno o semplicemente un’occasione, che potesse cambiare le loro vite per sempre: la fanciulla il ballo a corte, il ragazzo una mucca che desse latte, il fornaio e consorte un figlio da accudire. Rassegnati ad una routine senza colore, sarà la magia incarnata in una vecchia strega bitorzoluta e vendicativa a rimescolare le carte e a cambiare così, il destino dei personaggi.

Ultimo musical prodotto dalla Disney, Into the woods propone una versione disincantata e più consapevole di alcune delle più famose fiabe narrate dai fratelli Grimm: “Cappuccetto Rosso”, “Raperonzolo”, “Cenerentola” e “Jack e il fagiolo magico”, rivisitate in chiave moderna attraverso l’intreccio ad una storia del tutto nuova, che vede come protagonisti i coniugi Baker, desiderosi di concepire ma resi sterili da un sortilegio lanciato su di loro dalla vecchia strega. Per annullare la maledizione e ridare alla strega quella bellezza delle sembianze ormai perduta da tempo, i due protagonisti dovranno recuperare una vacca bianca come il latte, una mantella rossa come il sangue, una chioma bionda come il grano, una scarpetta pura come l’oro, addentrandosi nel bosco, quel luogo oscuro e pericoloso, fulcro di ogni fiaba, in cui tutto è possibile. Attraverso il bosco, i personaggi di ogni storia imparano qualcosa che non avevano mai saputo prima, e che li rende più consapevoli e meno ingenui davanti ai risvolti imprevedibili, e a volte dolorosi, della vita: Cappuccetto Rosso e Jack capiscono quanto a volte sia positivo indugiare, e percorrere strade imprevedibili ed emozionanti anche se potenzialmente sciocche o pericolose, perché sono proprio queste avventure, queste strade inaspettate che ci cambiano, ci insegnano ciò che prima ignoravamo, ci offrono nuove opportunità e ci insegnano a vivere con più consapevolezza. Persino i coniugi Baker, che pensavano di conoscersi alla perfezione e di aver trovato oramai un equilibrio perfetto, nel bosco si rimettono in discussione, capiscono che per poter costruire una nuova vita insieme si devono affidare l’uno all’altra, devono fare gioco di squadra, scoprendo così un’affinità mai sospettata prima. Il bosco, in breve, rappresenta la metafora della vita come noi la conosciamo: imperfetta, misteriosa, spaventosa, imprevedibile ma anche maledettamente meravigliosa, solo con un pizzo di fantasia e di colore in più.

Voto: 7

Martina Malavenda

L’UOMO SENZA SONNO

Regia: Brad Anderson

Sceneggiatura: Scott Kosar

Anno: 2004

Durata: 102′

Produzione: Spagna

Fotografia: Xavi Giménez

Montaggio: Luis De La Madrid

Scenografia: Alain Bainée

Costumi: Patricia Monné, Maribel Pérez

Colonna sonora: Roque Banos

Interpreti: Christian Bale, Jennifer Jason Leigh

TRAMA E RECENSIONE

Trevor é un operaio ridotto al fantasma di se stesso da quando, esattamente un anno fa, ha smesso di dormire. L’esigua forma fisica, nonché il conseguentemente precario stato di salute, si rivelano essere il risultato di un logorante senso di colpa giunto fin dentro l’anima del protagonista che viene così privato della basilare serenità necessaria per il sonno che, in nessun modo, egli non riesce a concedersi. La causa dei pensieri ossessivi del protagonista è un evento shockante, che ci viene rivelato solo alla fine del film: il malaugurato incidente stradale dove un bambino perde la vita a causa dell’incoscienza di un attivo e spensierato Trevor che, non trovando il coraggio di costituirsi fin da subito, cerca di scappare non solo fisicamente dal luogo dell’incidente ma anche intimamente dal suo senso di colpa nei confronti del quale, però, egli è impotente fin dall’inizio.

Assistiamo dunque ad una storia sulla fallibilità umana nella quale il protagonista tenta di evitare la realtà / il ricordo dell’accaduto autosedando i suoi stessi pensieri consci che debbono, così, trovare un altro modo per riaffiorare alla memoria, ovvero, sottoforma di episodi irreali in cui le componenti del ricordo spiacevole si mescolano con i ricordi dell’infanzia e della realtà attuale vissuta da Trevor. Egli lavora da tempo con grossi macchinari (“The Machinist” é il nome originale della pellicola). Nella prima parte del film, vediamo come questi possano, dopo un lungo periodo di sereno automatismo, incepparsi inaspettatamente causando gravi danni. Esattamente come questi grossi macchinari, il cervello lavora su una grande quantità di impulsi ed informazioni in base ai quali, elabora uno schema di azioni spesso ripetitive e preordinate. Quando si verifica l’errore, la mente deve essere analizzata, indagata proprio come per un pezzo meccanico rotto che, all’interno di un sistema, deve necessariamente essere aggiustato perché tutto possa ritornare a funzionare come allo stato iniziale.

Un personaggio da subito molto interessante è Ivan. Inizialmente presenza scomoda, subdola, quasi pericolosa per Trevor e le persone accanto a lui, egli si rivela essere una sorta di coscienza, li presente per ricordargli costantemente la sua colpa. Ivan è sfuggente, cinico e ambiguo ma é anche forza redentrice. Egli è la trasposizione del bisogno di Trevor di pagare per quel crimine, cosa che non é mai stato capace di fare. Accettare l’errore e pagarlo, significherebbe poter vivere di nuovo la vita che gli é stato concesso vivere, seppur imperfetta. Il film analizza in modo funzionale ed autentico il passaggio, ricco di sofferenza, che un individuo si trova ad affrontare nel tentativo di evitare la sofferenza stessa.

Voto: 9

Cristina Malpasso

JOBS

Regia: Joshua Michael Stern

Sceneggiatura:

Anno: 2013

Durata: 122’

Nazione: USA

Fotografia: Russel Carpenter

Montaggio: Robert Komatsu

Scenografia: Freddy Waff

Costumi: Lisa Jensen

Colonna sonora: John Debney

Interpreti: Ashton Kutcher, Josh Gad, Dermot Mulroney, Matthew Modine

TRAMA

I momenti principali della vita di Steve Jobs.

RECENSIONE

“Ogni creazione necessita del tempo dei pensiero della creazione stessa”. Questa potrebbe essere la frase capace di descrive, nella maniera più immediata e sincera, non solo il film ma la vita stessa di Steve Jobs. Ci troviamo da subito a seguire le situazioni che ci spiegano chi sia il protagonista, che parte da se stesso cercando di “connettersi” con la natura e ancora di più con l’idea di semplicità. Semplificazione è la parola chiave che attraversa l’intero film.

I messaggi motivazionali che Jobs ha trasmesso, nei suoi famosi discorsi pubblici, ai ragazzi universitari (qui il più noto) sono concretamente incarnati dalla sua biografia, nel suo costante coraggio e nella fedeltà alle proprie idee: una tenacia che diventa cinismo, una determinazione che può trasformarsi in cattiveria al momento giusto.

Due ultimi messaggi impliciti ma intrisi nella pellicola: tutto quello che viviamo nel nostro passato influenza in maniera determinante quello che poi saremo e come poi agiremo; la nostra vita è costituita da fasi nelle quali possiamo decidere di godere di quel momento oppure lasciarci distrarre dalle false esigenze. Le priorità saranno sempre diverse, la differenza consiste nel nostro modo di viverle.

E’ un film consigliabile a chi non conosce la figura di Jobs, per capire com’è possibile che sia stato definito “il Leonardo da Vinci dei nostri tempi”.

Voto: 6

Daniele Somenzi

30 ANNI IN UN SECONDO

Titolo originale: 13 Going on 30

Regia: Gary Winick

Sceneggiatura: Cathy Yuspa, Josh Goldsmith

Anno: 2004

Durata: 98′

Nazione: USA

Musiche: Theodore Shapiro

Interpreti: Jennifer Garner, Mark Ruffalo, Andy Serkis, Judy Greer, Kathy Baker

TRAMA

Jenna è una ragazza di 13 anni che si accinge a diventare donna. Ma lei vorrebbe già essere adulta, soffocata com’è da genitori oppressivi, ignorata dalle compagne di scuola e dal ragazzo per cui ha preso una cotta. Stanca di trascorrere tutto il tempo con il suo migliore amico Matt, Jenna decide di invitare tutti gli amici per il suo tredicesimo compleanno. Ma la festa è un disastro e Jenna viene umiliata dai coetanei che la rinchiudono nel ripostiglio durante un gioco. Da sola, chiusa nello stanzino, Jenne esprime il desiderio di essere già adulta per poter vivere a modo suo. E miracolosamente il sogno si avvera…

RECENSIONE

Qualche sera fa, durante una sessione di zapping selvaggio, mi sono imbattuto in un film che avevo relegato nei meandri del mio sgabuzzino mentale e che non ricordavo essere così divertente. Certo, la trama è un po’ sempre la solita: l’anima di una persona entra nel corpo di un’altra, sia che si tratti della stessa, ma in momenti differenti della propria vita, sia che si tratti di due individui che subiscono l’inversione vicendevole delle loro personalità. Di commedie di questo stampo ne sono state fatte a bizzeffe. Per quanto riguarda il panorama statunitense come si fa a non menzionare Quel pazzo Venerdì con Lindsey Lohan, 17 again con Zack Efron e Matthew Perry, Cambio vita con Jason Bateman e Ryan Reynolds, oppure, Big, che aveva come per protagonista un giovanissimo Tom Hanks. Mentre, sul versante europeo, mi viene subito da pensare al Da grande nostrano con il comico varese Renato Pozzetto. Però, 30 anni in un secondo, pur non essendo una commedia memorabile, innovativa ed indimenticabile, penso che riesca egregiamente ad assolvere il compito assegnatole, cioè, quello di intrattenere semplicemente lo spettatore strappandogli qualche risata.

Detto questo, ritengo sia sempre molto esilarante lo scontro generazionale fra adulti e adolescenti, dove il malcapitato di turno si ritrova di botto catapultato in un contesto che risulta essere completamente agli antipodi dal suo, in cui, rimanendo coerente e fedele al proprio modo di essere, suscita uno stato confusionario e di spaesamento  negli altri che lo osservano. Ed è appunto tale aspetto che ci fa comprendere quanto sia difficile per un teenager ed un individuo maturo comunicare fra di loro. Vuoi per una differenza d’età siderale, vuoi per esperienze di vita differenti,  entrambi, è come se fossero due soggetti che non parlano la stessa lingua, e che di continuo entrano in conflitto per siffatta ragione. Per cui, 30 anni in un secondo come le altre pellicole appartenenti allo stesso lignaggio, sono veri e propri viaggi di formazione, i quali ci intimano a cercare di comprendere il punto di vista altrui e magari anche di imparare qualcosa da quest’ultimi, per poter, così facendo, migliorarsi come persona, ma soprattutto, per avere una visione più ampia della vita.  Nello specifico, il lungometraggio diretto da Gary Winick, è in grado di far sorridere anche perché riesce a far convergere la nostra epoca con quella degli anni Ottanta, mettendo a confronto abitudini quotidiane e modi di vestire che, non fanno altro che cozzare fra di loro, degenerando in risvolti assurdi e spassosi per il pubblico. Convergenza, aiutata anche da una colonna sonora contenente alcuni dei più grandi successi appartenenti ai mitici Ottanta, che accompagna in gran parte del film le disavventure della protagonista: dal Thriller di Michael Jackson al Burning down the house dei Talking Heads fino al Crazy for you di Madonna e al Ice ice baby di Vanilla Ice. Inoltre, il finale ricorda molto lo schema narrativo utilizzato per l’epilogo di Ritorno al futuro. Volendo dire due parole sugli attori principali, Jennifer Garner, oltre ad essere una splendida donna, è capace di passare dal dramma alla commedia con abbastanza scioltezza, sembrando realmente una ragazzina nell’involucro di una donna indipendente e di successo. Quanto a Mark Ruffalo, il nostro Hulk degli Avengers, si comporta bene come timido ed equilibrato amico di vecchia data di Jenna (Jennifer Garner). Da menzionare, c’è pure Andy Serkis, che, per un attimo, ci fa dimenticare le fattezze dinoccolate del suo Gollum ne Il Signore degli Anelli.  Dunque, prendete i popcorn, irrorateli con una copiosa cascata di burro fuso, chiamate i vostri amici, e prima di uscire il sabato sera godetevi questo film, affatto pretensioso ma, sufficiente a farvi passare un preserata in allegria in stile U. S. A.

Voto: 7

Gabriele Manca     

CENERENTOLA

Regia: Kenneth Branagh

Sceneggiatura: Aline Brosh Mc Kenna, Chris Weitz

Soggetto: Charles Perrault

Anno: 2015

Durata: 112’

Nazione: USA

Fotografia: Haris Zambarloukos

Montaggio: Martin Walsh

Scenografia: Dante Ferretti

Costumi: Sandy Powell

Colonna sonora: Patrick Doyle

Interpreti: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter

TRAMA

Il sipario si apre sulla vita felice di una bellissima bambina di nome Ella, che all’improvviso perde la madre e resta sola con l’amato padre. Quando la ragazza sarà già cresciuta, il padre si risposerà con Lady Tramaine, donna tirannica e arrampicatrice, che si trasferirà in casa insieme alle sue due ottuse figlie. Durante un viaggio di lavoro il padre verrà a mancare ed Ella, rimasta ormai sola, si troverà ad affrontare la cattiveria della matrigna e delle sorellastre che la ribattezzeranno Cenerentola, costringendola da padrona  di casa quale era, a diventare la loro stessa sguattera. Disperata, tenta di fuggire  nella foresta dove incontrerà Kit, un giovane apprendista alla corte del re, che poi si scoprirà essere il principe. Incoraggiata da quest’ incontro Cenerentola decide di partecipare ad un ballo reale a cui potranno aderire tutti i sudditi del regno. Nonostante la matrigna le proibirà di presenziare, Ella, grazie all’aiuto magico di una singolare fata madrina, riuscirà come una principessa a danzare su scarpette di cristallo con il suo principe, ma attenzione “a mezzanotte a casa perché l’incantesimo svanirà!” Il  principe cosi  verrà lasciato solo in balia del suo sogno d’amore con una delle scarpette di cristallo di Ella, persa durante la fuga da palazzo. Lui cercherà la fanciulla per tutto il regno fino a quando, beh,  il finale lo sapete tutti…

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RECENSIONI

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Supponiamo, partendo da lontano, che sia stato questo noto aforisma di  Shakespeare a portare lo strashakespeariano Kenneth Branagh a voler dirigere la rivisitazione Disney del cult degli anni 50. Anche perché la pellicola, di influenze teatralmente shakespeariane, ne ha ben poche; questo risulta alquanto difficile da digerire, quando si assiste a  una Cenerentola cosi Disney diretta, invece, dal più affascinante degli Amleto.

La storia molto simile alla corrispondente versione animata,  anzi un quasi duplicato, se non fosse per topi veri e non parlanti, può deluderci da una parte o illuderci dall’altra. Ciò succede in considerazione del fatto che noi spettatori  siamo ormai abituati alle numerose fiabe stravolte degli ultimi anni, come il remake Maleficent o le liberamente ispirate trame delle non proprio  principesse della serie Once upon a time.

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Una cosa è certa: l’eccezionale  scelta del premio oscar Cate Blanchett col ruolo di matrigna, fa in modo che questa pellicola trovi il suo posto insieme a tutte le recenti altre, dove il villain sovrasta di gran lunga l’eroina e dove cattive Disney del calibro di  Angelina Jolie, Charlize Theron e Julia Roberts si impossessano totalmente dello schermo. Meravigliosa Cate Blanchett cosi come meravigliosa l’entrata in scena di Helena Bonham Carter, eccentrica fata madrina, che aiutata dalla magia e dal suo modo straordinario di impersonare ruoli sopra le righe, tinge di una straordinaria  stravaganza la pellicola, restituendo per un attimo al film l’incanto della fiaba originale. Seppur aggiungendo a tutti questi dettagli la fastosità delle scenografie del premio oscar Dante Ferretti, quest’opera cinematografica resta comunque un lavoro molto equilibrato e forse troppo prudente. Branagh è stato attento a non uscire dal confine stereotipato del fantastico,se non comunque, cautamente, nel finale. La ragazza , infatti, si presenterà davanti al principe, grazie al coraggio e alla gentilezza lasciatele in eredità dalla madre, coi suoi stracci, cosi come è, come donna e come Cenerentola. Il messaggio sembra essere questo: se mi ami devi prendermi  e accettarmi cosi come sono, perché nel mio mondo le principesse non esistono più. Malgrado questo atto di emancipata risolutezza, questa pellicola non riesce a rispecchiare l’universo femminile nella sua peculiare modernità, ovvero l’universo delle Cenerentole nella più intrigante delle favole, la vita.

Voto: 6,5

Sabrina Di Stefano


L’ultima versione cinematografica di Cenerentola mi ha deluso parecchio. Ingannata dalla presenza del grande Kenneth Branagh dietro la macchina da presa (insomma non uno a caso ma colui che prima di girare americanate come Thor e Iron Man 2 si dava ai drammi shakespeariani, bellissimo il suo Hamlet del 1996) pensavo che questa versione di Cenerentola fosse più matura e gotica (quasi con un tocco alla Tim Burton dei tempi d’oro, diciamo che la presenza della moglie, Helena Bonham Carter, non ha fatto altro che aumentare questa mia convinzione), invece mi sono ritrovata a vedere un filmetto Disney che nulla aggiunge all’incantevole favola animata del 1950.

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La storia è esattamente la versione edulcorata, già riportata al cinema decine di volte, della famosa fiaba popolare riscritta dai fratelli Grimm, quindi tutti i personaggi cattivi non sono cattivissimi e quelli buoni sono buonissimi. Mancano tutti gli aspetti più dark quasi horror della storia, che avrebbero reso decisamente più interessante questa nuova e inutile Cenerentola (ad esempio nella fiaba le sorellastre si tagliano una il ditone del piede e l’altra il calcagno per cercare di indossare le scarpetta di cristallo e, una volta che il Principe Azzurro sposa Cenerentola, due colombe cavano gli occhi alle due sorellastre invidiose). L’unico elemento aggiunto, capace di dare valore alla trasposizione cinematografica e a rendere più moderni e contemporanei i personaggi, sta nella loro maggiore sfaccettatura psicologica. Cenerentola non è relegata ad un ruolo passivo e non è una semplice fanciulla che sogna di incontrare il suo principe, ma arriverà a sposarlo solo dopo averlo conosciuto e voluto. Nella versione animata la relazione si sviluppa in una sola serata, nella favola il tempo di due balli mentre in quella di Kenneth Branagh Ella (Cinder-Ella) incontra il principe nel bosco e, ignorando la sua vera identità, ha tutto il tempo per innamorarsene prima del grande ricevimento a palazzo. Questo aspetto, seppur interessante, non riesce ad arricchire il film della giusta dose di maturità per poter piacere agli adulti e allo stesso tempo risulta incapace di coinvolgere i più piccoli.

Voto 6-

Cinefabis


VOTI

Sabrina Di Stefano: 6,5 

Cinefabis: 6-

JODOROWSKY’S DUNE

Regia: Frank Pavich

Soggetto: Frank Pavich

Sceneggiatura: Frank Pavich

Anno: 2013

Durata: 90’

Nazione: USA, Francia

Fotografia: David Cavallo

Montaggio: Paul Docherty, Alex Ricciardi

Musiche: Kurt Stenzel

Interpreti: Alejandro Jodorowsy, Michel Seydoux, H.R. Giger, Chris Foss, Nicholas Winding Refn, Amanda Lear, Richard Stanley

RECENSIONE

Nel 1975, il regista cileno Alejandro Jodorowsky viene scelto per dirigere il film tratto da uno dei capisaldi della fantascienza mondiale, ovvero Dune, il romanzo di Frank Herbert del 1965. Il visionario regista inizia così una delle più interessanti e coinvolgenti ricerche di collaboratori che si sia mai vista. Mick Jagger, Salvador Dalì, Orson Welles, Gloria Swanson e David Carradine tra gli attori; Pink Floyd per le musiche; H. R. Giger, Chris Foss e Moebius per le scenografie, il character design e lo storyboard; Dan O’Bannon per gli effetti speciali. Un vero e proprio cast stellare al servizio di quello che doveva essere il più importante e controverso film di fantascienza di tutti i tempi, ma che invece è sempre e solo rimasto un grande script su carta per colpa della fredda accoglienza da parte di Hollywood che non concesse il finanziamento necessario per la sua realizzazione.

Presentato al Festival di Cannes del 2013, Jodorowsky’s Dune è un avvincente documentario che accompagna lo spettatore nel magico mondo di quello che sarebbe potuto essere il più grande film di fantascienza di sempre (o almeno degli anni ’70). A scandire il magico ritmo è lo stesso Jodorowsky che racconta le vicende e le vicissitudini della preparazione del film alternando il suo grottesco inglese al nativo spagnolo, in una sorta di piccolo e simpatico turbine poliglotta dall’appeal irresistibile. Frank Pavich dirige un viaggio esplorativo che cresce d’intensità lungo tutta la sua durata, alla scoperta di progetti di astronavi, di storyboard ultra dettagliati – che Syd Garon ha animato con risultati suggestivi –, di costumi provocatori, di illustrazioni mozzafiato (Giger su tutti) e aneddoti riguardanti gli interpreti (il “corteggiamento” di Jodorowsky a Orson Welles, quest’ultimo convinto a partecipare al film grazie alla promessa di avere uno chef stellato sul set che gli preparasse da mangiare; e i capricci di Dalì che voleva essere pagato centomila dollari al minuto). Un turbine di meraviglie e di aspettative grandiose che purtroppo finisce con lo scaturire nello spettatore un senso di spaesamento e di entusiasmi stroncati ogni volta sul nascere, a causa dell’onnipresente conclusione che aleggia senza pietà nell’aria: questo film non è mai esistito, se non nella testa del suo carismatico regista – sensazione che in ogni caso è in perfetta armonia con il rimpianto rabbioso che trasuda dalle parole di Jodorowsky, soprattutto al termine del film, quando si scaglia contro la vigliacca miopia di Hollywood. Cosa è rimasto, dunque, di questa eterna promessa? Innanzitutto un gigantesco volume cartaceo con tutti gli storyboard, i disegni, i dati tecnici di funzionamento dei robot e delle astronavi, ma anche una sequela di geniali e innovative soluzioni formali e linguistiche, specchio inequivocabile del genio del regista cileno. Un volume che, a detta di Jodorowsy, tutti gli studios conserverebbero nei loro archivi e dal quale pare abbiano ampiamente attinto per realizzare molti dei film fantascientifici degli anni a venire (non sfugge nessuno: da Star Wars a Terminator, non c’è n’è uno che non abbia in sé anche solo una particella di Dune). Il colpo di grazia arriva però alla fine (si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo), quando il viso di Jodorowsy si distende in un sorriso liberatorio, mentre racconta la sua sofferente visione al cinema del Dune di David Lynch: dapprima affranto, il regista cileno non può che gioire per quanto il film del suo collega fosse orrendo – forse il suo peggiore in assoluto – tanto da esser chiaro alla prima visione che non sarebbe stato altro che un fallimento, un drammatico flop. Un finale dolceamaro che sicuramente non consola e non giova a nessuno e in cui tutti risultano sconfitti.

Il documentario di Pavich è un buon lavoro, che coinvolge lentamente e progressivamente lo spettatore alla maniera di un diesel. Ma che purtroppo ha al suo interno tutte le insopportabili ingenuità che i documentari made in USA si portano dietro, come l’eccessiva enfasi con la quale gli intervistati commentano ogni particolare della vicenda (dalla semplice trama del libro di Herbert, alla descrizione della carriera di Jodorowsy fino a quel momento) e la necessità primaria di comunicare allo spettatore quale grande magnificenza sta apprestandosi a vedere (una delle prime affermazioni, proprio all’inizio del documentario, è quella “misurata” di Nicolas Winding Refn il quale, con uno sguardo ipnotico da dietro i suoi occhiali, dopo aver raccontato di come Jodorowsy gli raccontò il suo Dune sfogliando insieme a lui lo script, a un certo punto esclama: «Quindi in un certo senso sono l’unica persona che abbia mai visto Dune di Jodorowsy. Sono l’unico spettatore che ha visto il film. E vi dirò una cosa: è meraviglioso»).

Il documentario finisce quindi con il costruire non la storia di un film mai realizzato, ma quella di un vero e proprio mito cinematografico, una sorta di spirito immanente grazie al quale tutti i film di fantascienza del Ventesimo Secolo hanno potuto essere realizzati con successo, proprio perché pregni della genialità del regista più visionario in circolazione in quel periodo. Possibile? Forse sì. Esagerato? Altrettanto probabile.

Voto: 6,5

Giorgio Mazzola