71ª FESTIVAL DI VENEZIA – PARTE 2

IN CONCORSO – PARTE 2

Manglehorn di David Gordon Green (USA). Voto: 6½

David Gordon Green sembra essere sempre di più una mancata promessa del cinema americano, e sempre più lontani appaiono i tempi del suo fulminante esordio, lo splendido “George Washington”, che fece gridare alla nascita di un Malick in erba. Qui, come nel precedente “Joe”, troviamo Al Pacino nel ruolo di un ex-carcerato depresso che, intrappolato nei rimpianti di un amore idealizzato del passato, non riesce a vivere il presente. Il risultato non è dei peggiori: tratta il tema della depressione in modo anche delicato, con l’uso ricorrente di metafore di facilissima interpretazione (si veda il finale). Un buon prodotto medio, un compitino fatto bene.


The Postman’s White Nights (Belye nochi pochtalona alekseya trayapitsyna) di Andrej Končalovskij (Russia). Voto: 6


Il giovane favoloso di Mario Martone (Italia). Voto: 8½


Sivas di Kaan Müjdeci (Turchia). Voto: 7

Vincitore del premio della giuria, questa opera prima ha rappresentato paradossalmente l’unico vero scandalo del festival, balzando al centro di pretestuose polemiche riguardanti le cruente lotte tra cani che mostra. Inoltre è stata stroncata dai critici, che non sono riusciti a spiegarsi la presenza in concorso di un film tanto sgraziato. E’ vero che al festival erano presenti opere prime molto più convincenti (e addirittura una per cui spenderei la parola ‘capolavoro’, il serbo “Figlio di nessuno”, visto nella Settimana della Critica”). E’ anche vero che il film trae forza proprio dalla sua sgraziatezza: girato con una telecamera mobilissima, ha al centro un bambino, Aslan (bravissimo l’interprete), tutt’altro che carino e simpatico, che sfoggia un turpiloquio degno di uno scaricatore di porto d’altri tempi, mostrando un mondo, quello dell’ Anatolia contadina, all’insegna della lotta e della sopraffazione, in cui i sogni non esistono e dove ognuno deve accettare il suo ruolo di dominatore o dominato. Il risultato è un “Belle e Sebastien” brutto, sporco e cattivo, non privo di interesse, ma lontano dall’essere un esordio indimenticabile.


Anime nere di Francesco Munzi (Italia / Francia). Voto: 5

Un modesto romanzo criminale ambientato in una Calabria sospesa tra una tribalità atavica e l’affacciarsi timido e soffocato della modernità. Purtroppo le evoluzioni dei personaggi sembrano emergere dal nulla, perché non sorrette da una sceneggiatura che ne sappia illuminare i percorsi interiori.


The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (Danimarca / Finlandia / Norvegia / Indonesia / Gran Bretagna). Voto: 8


Fires on the Plain (Nobi) di Shinya Tsukamoto (Giappone). Voto: 5

Tsukamoto questa volta usa lo stile parossistico e allucinato a cui ci ha abituati per inquadrare la guerra. Purtroppo si limita a colpire allo stomaco e scioccare, soffocando qualsiasi tentativo di costruire una riflessione che abbia un minimo di spessore.


Red Amnesia (Chuangru zhe) di Wang Xiaoshuai (Cina). Voto: 9

A parere di chi scrive, il film migliore del concorso. Storia di fantasmi del passato e di riscatti impossibili, il film gode di un equilibrio riuscitissimo tra una regia, una sceneggiatura e una recitazione degli attori di stupefacente solidità. Riesce a tenere sempre alta la tensione, ma anche a creare uno spaccato a tutto tondo di un Paese e di una condizione esistenziale, con un finale struggente che non si dimentica.

Angelo Grossi

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