CINEMA ≥ SERIE TV

Nell’anno domini 2004 la percezione dello spazio-tempo televisivo cambiò e mai si ritornò a rispettare i dettami delle emittenti e dei loro palinsesti. Riflettendo sul tema del “meglio un film o una serie tv?” ho avuto come la sensazione che qualcosa nella formulazione del quesito fosse errato. Ben presto mi sono reso conto che personalmente non ho mai visto una serie (in) TV ma che di sicuro ho visto un centinaio di serie.

Il 2004 è il crocevia nella creazione del nuovo spectatòrem e ciò lo si deve al buon vecchio J.J. Abrams che, forse inconsapevole, in quell’anno grazie al suo Lost cambiò le regole della visione televisiva, creando un prodotto che non poteva essere relegato al consumo esclusivo sul piccolo schermo, talmente ben congegnato da far pensare al televisore come ad una gabbia elettrificata ed agli sceneggiatori della serie come spietati aguzzini . Alzi la mano chi da allora è riuscito a rispettare le ferree regole del palinsesto, chi da allora si è autoinflitto punizioni psicologiche quali pubblicità e orari prestabiliti di visione?! Il telecomando ha mutato forma e piattaforma diventando un piccolo cursore che si muove liberamente, un mutamento epocale della domanda rispetto all’offerta che ha scritto una nuova carta dei diritti dell’intrattenimento a pieno beneficio dello spettatore.

L’approccio all’evento seriale forse non è neanche più seriale, almeno per determinati format (magari anche un po’ datati) che non fanno della lunghezza il loro marchio distintivo. Penso a Black Mirror, Utopia o al più recente True Detective, serie che ho divorato in un paio di giorni e che sul piccolo schermo hanno stazionato almeno due-tre mesi; Breaking Bad, House of Cards, Game of Thrones (solo per citare le più importanti) che per anni hanno impegnato o stanno impegnando il pubblico e i professionisti di Hollywood non rispondono a regole diverse di visione, hanno anzi permesso nuove sperimentazioni dal fronte dell’offerta, con sceneggiatori (ora si) con più diritti, con il potere di impiegare anche quattro puntate per presentare una vicenda, stagioni intere per delineare un personaggio, consci che lo spettatore se almeno in parte intrigato dalla storia resterà incollato allo schermo. A tal proposito esemplare è il caso Twin Peaks, serie del ’90, madre della tv postmoderna, costretta a smantellare la trama principale (Chi ha ucciso Laura Palmer?) a causa della frenesia del pubblico che sentendosi frustrato dai tempi dilatati di visione, morbosamente attendeva di puntata in puntata la prova per inchiodare il colpevole dell’omicidio. La ABC, network che ospitava la serie, fece pressione a Lynch e Frost per trovare una soluzione all’enigma prima del finale della  seconda stagione e, com’è facile immaginare, a svelamento avvenuto gli ascolti crollarono.

Di certo non abbiamo ancora perso la febbrile attesa della nuova puntata (sarebbe inumano) ma sicuramente siamo ormai arrivati a toccare il confine labile che divide tv e cinema. La visione del serial segue ormai regole nuove, tempi dilatati e predisposizione alla visione, regole che hanno alzato il livello generale della qualità e che ci hanno abituato maggiormente a una visione romanzesca delle storie. L’imbuto multimediale della rete ha ovviamente risucchiato anche i prodotti cinematografici, l’On Demand ha colmato la distanza tra mondo televisivo e sala cinematografica, e se oggi abbiamo un paio d’ore libere ci chiediamo: “Guardo un bel film o due puntate di xyz?” – poi la scelta è del tutto personale, come la distanza che intercorre tra la lettura frammentata dell’Orlando Furioso e quella di getto del Processo di Kafka. A quest’ultima opzione va la mia preferenza.

Manuel Lasaponara

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