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ABACUC

Regia: Luca Ferri

Anno: 2015

Durata: 85′

Nazione: Italia

Interpreti: Dario Bacis

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RECENSIONE

Tra le rivelazioni delle uscite degli ultimi mesi, “Abacuc” di Luca Ferri (nelle sale dal 2 novembre) riprende in mano il filo reciso del cinema cosiddetto sperimentale per costruire, o decostruire, un viaggio grottesco nel Nord Italia dominato da scempi urbanistici e edili di ogni tipo, viaggio al termine della notte alla fine del quale non rimane che rifugiarsi nel cimitero, luogo-simbolo della morte di ciò che è stato definito postmoderno (e, per dirla con l’ultimo Houellebecq, morte dell’intera civiltà occidentale, finalmente accordata all’etimo che la vuole assimilata al concetto di tramonto). Un tramonto ferocemente iconoclasta, quello intessuto dalle immagini in bianco e nero girate in super8 da Ferri e dalla colonna sonora analogica e post-atomica del compositore Dario Agazzi, che non rinuncia però al taglio sarcastico fatto di fendenti ora apparentati al teatro dell’assurdo (“Io leggo Lacan”, ci confessa lo scheletro affrescato) ora provocatori (“Chi ascolta jazz è un eiaculatore precoce”; ”Paradossi delle reliquie: i prepuzi di Gesù erano dodici”).

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Film sulle rovine e sulla monumentalità della rovine, come ha avuto modo di scrivere il suo autore, Abacuc vede come protagonista un uomo di duecento chili, quasi immobile, lontano dalle emozioni e dalla parola, protagonista di una sorta di remake di “L’ultimo uomo sulla terra”; Abacuc è un Buster Keaton oltre il declino, è il cadavere di Keaton che si aggira in un Paese ormai tumefatto. Come il Jack Nance di Eraserhead, vive in una piéce che ne racconta allo stesso tempo la condizione di superstite e di testimone dello stato terminale di un’epoca: non rimane che sperare, spogliando un petalo dopo l’altro una margherita nel mi-ama-non-mi-ama fanciullesco, che ci sia (ancora) qualcuno ad amarlo.

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Abacuc si pone, o è posto, a tutti gli effetti come una marionetta senza spettatore, catapultato al centro di un teatro finzionale che cortocircuita con la realtà, squarciandola e rivoltandola su se stessa. Nessun tipo di costruzione narrativa è più possibile: ad Abacuc e al suo vago pellegrinare non resta che ascoltare una voce meccanica ad una cornetta che, attraverso la reiterazione di citazioni del passato, lo conduce ad un continuo e inesorabile vicolo cieco, al termine del quale il linguaggio perde la sua valenza di segno e di testimonianza. Cosa rimane? Rimangono la contemplazione estetica, le macerie dei secoli, i volti dei defunti esposti sulle lapidi accompagnati da improbabili storie, montate e rimontate casualmente come in una letteratura combinatoria mortifera. Non è finzione e non è documentario: siamo nella frattura, nella lacuna, nel buco nero del linguaggio.

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“La musica, come tutte le arti, ha l’umile compito di descrivere la propria fine”, ci suggerisce la voce meccanica che accompagna l’esistenza di Abacuc. E il cinema di Ferri sembra voler inseguire il suo protagonista, la sua marionetta, proprio verso la fine di ogni modalità della rappresentazione. L’arte cinematografica deve implodere in se stessa, ricercare le proprie rovine (si agita il cadavere di Walter Benjamin) e, una volta trovata la propria estinzione, sperare in una rinascita. Abacuc si pone in questo senso come un superamento totale (e totalizzante) della storia del cinema: è slapstick comedy ma è oltre, è cinema delle avanguardie ma è oltre, è documentario ma è oltre, è soprattutto racconto post-moderno, ma oltre. Col suo lungo canto funebre, in questo Kaddish per immagini e musiche, Ferri firma un atto fortemente politico, uno sguardo allarmato e provocatorio sul cinema contemporaneo, spogliandolo delle facili epiche quotidiane e riportando l’attenzione sulla funzione espressiva e quasi oltraggiosa dell’occhio cinematografico, che qui assume le sembianze del volto incancellabile di Abacuc.

Voto: 8

Stefano Malosso

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72ª FESTIVAL DI VENEZIA – I 10 MIGLIORI FILM

Dopo la rassegna dell’anno scorso, Angelo Grossi è stato il nostro Fachirino in incognito anche all’edizione 2015 della Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia. Ecco una classifica senza pretese d’oggettività.

10 migliori film 

1) Baby Bump (Kuba Czekaj, Biennale College)

2) Wednesday May 9 (Vahid Jalilvand, Orizzonti)

3) Desde allà (Lorenzo Vigas, Concorso)

4) Francofonia (Aleksandr Sokurov, Concorso)

5) Anomalisa (Charlie Kaufman, Concorso)

6) Na ri xiawu (Tsai Ming-liang, Fuori Concorso)

7) Childhood of a leader (Brady Corbet, Orizzonti)

8) Behemoth (Zhao Liang, Concorso)

9) Rabin, the last day (Amos Gitai, Concorso)

10) Underground Fragrance (Pengfei, Giornate degli Autori)

I voti in stelline ai film in concorso:

Beasts of no nation *1/2

Looking for Grace **

Francofonia *****

Marguerite ***

Equals *

L’attesa *1/2

The Danish Girl **

L’hermine ***

El clan ***1/2

A bigger Splash **1/2

The endless River *

Rabin, the last day ****

Abluka ***

Sangue del mio sangue **

Anomalisa ****

Heart of a dog ***

11 minutes **1/2

Desde allà ****1/2

Remember ***

Behemoth ****1/2

Per amor vostro **1/2

Angelo Grossi

LOLO

Regia: Julie Delpy

Sceneggiatura: Julie Delpy, Eugénie Grandval

Anno: 2015

Durata: 99′

Nazione: Francia

Musiche: Mathieu Lamboley

Interpreti: Dny Boon, Julie Delpy, Vincent Lacoste, Karin Viard

RECENSIONE 

Ogni scarrafone è bello a mamma soja.

Lolo della francese Delpy ha portato una ventata di allegria in Sala Perla, caso particolare all’interno delle Giornate degli Autori. Ma ogni tanto le sorprese in quel del Lido di Venezia (decadente, letargico, formale) non guastano.

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Il film si apre con l’incontro tra Violette (Julie Delpy) e Jean-René (lo spassoso Dany Boon): lei professionista sofisticata all’interno del circuito fashonista parigino, lui sempliciotto e geek, esperto di marketing e genio informatico di Biarritz. Così, dopo una gag esilarante al gusto di pesce (lui fa cadere su di lei un pingue tonno appena pescato) i due iniziano una relazione amorosa, dove le battute sul grosso “arnese” dell’uomo sono il punto cardine dei dialoghi tra Violette e le sue amiche over40 (molto mood Sex and the City, con sangria annessa).

Tutto sembra procedere per il meglio, fino a quando Violette non decide di presentare Jean-René al figlio Lolo (Vincent Lacoste): diciannovenne, artistoide, possessivo verso la figura genitoriale e un po’ bamboccione, con lo stecchino del leccalecca che gli sporge da un angolo della bocca. Dopo un inizio apparentemente tranquillo tra le due figure maschili, il ragazzo inizia un vero e proprio gioco al massacro verso il pretendente della madre (ribattezzato sarcasticamente J.R.): cosparge i vestiti dell’uomo con polvere urticante, gli fa ingerire sospette pasticche sciolte nell’ alcol – creando così una potente gag a una festa d’élite organizzata da Violette, che vede come protagonista uno sconcertato Karl Lagerfeld – e con la complicità dell’amico Lulu (spalla muta e corpulenta del ragazzo) riesce a mandare all’aria un importantissimo progetto informatico dell’uomo, infettando con un virus tutto il sistema operativo della banca nella quale Jean-René lavora. Un vero e proprio incubo. Ma forse la soluzione non è poi così lontana. E forse Violette riuscirà ad aprire gli occhi verso il comportamento folle del figlioletto.

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Julie Delpy torna dietro la macchina da presa dirigendo il suo sesto film. Un’altra commedia, meno intellettuale rispetto a 2 giorni a Parigi e 2 giorni a New York – dove i modelli a quali si ispirava erano Woody Allen ed Eric Rohmer – ma più slapstick e screwball giocata sui toni frizzanti di Howard Hawks e George Cukor.

L’attrice francese (oltre che regista, anche sceneggiatrice) – lanciata da Godard, Carax e Kieslowski e consacrata al pubblico internazionale con la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight di Richard Linklater – ha proposto un film che può sembrare all’apparenza leggero e farsesco ma che in realtà ci pone davanti al grosso problema comportamentale genitori-figli, anzi al problema madre mediterranea di figlio maschio che non riesce assolutamente a vedere il marcio della propria prole. Sì, perché Violette difende a spada tratta ogni singolo comportamento di Lolo, giustificando al povero e tonto Jean-René che è solo un ragazzo delicato e fragile che da grande diventerà il più grande artista vivente.

Il tutto farcito da gag fisiche (non sempre all’altezza della visione, che rievocano per certi versi le commedie adolescenziali stile American Pie) e da dialoghi al fulmicotone soprattutto tra Violette e l’amica Ariane (una gustosissima Karin Viard), sboccati e salaci ma graffianti. Un tenue omaggio ai personaggi femminili delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta interpretati da Rosalind Russell e Katharine Hepburn.

Di sicuro non un capolavoro, ma un buon modo per passare 99 minuti all’insegna della spensieratezza e dell’allegria, prima di buttarsi in fila per un’altra proiezione festivaliera (e magari meno ridente).

Voto: 7

Francesco Foschini (Fachiro in incognito al Festival di Venezia)

EX MACHINA

Regia: Alex Garland

Sceneggiatura: Alex Garland

Anno: 2015

Durata: 198′

Nazione: Gran Bretagna, USA

Fotografia: Rob Hardy

Montaggio: Mark Day

Scenografia: Michelle Day

Costumi: Sammy Sheldon

Colonna sonora: Geoff Barrow, Ben Salisbury

Interpreti: Alicia Vikander, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson

TRAMA E RECENSIONE

Caleb è un giovane programmatore che lavora per un grande motore di ricerca. Dopo aver vinto un prestigioso concorso interno dell’azienda parte per una settimana di vacanza nella residenza del fondatore della società. Arrivato in questa splendida abitazione isolata e immersa nel verde, giunto a bordo di un elicottero privato che lo lascia a chilometri di distanza perché il mezzo non ha il permesso di avvicinarsi all’edificio, Caleb, fa conoscenza con l’insolito padrone di casa, Nathan, comprendendo ben presto di essere stato scelto per un importante esperimento. In questo enorme rifugio zen supertecnologico, Nathan lavora, da diversi anni, alla costruzione di una intelligenza artificiale che potrebbe aver sviluppato una coscienza di sé. Caleb si troverà così a confrontarsi con Ava (interpretata della bella attrice svedese Alicia Vikander), un umanoide di bell’aspetto capace di fare ragionamenti molto complessi e soprattutto consapevole del suo stato di macchina. Al giovane programmatore bastano pochi giorni per capire che qualcosa non va e che, quel giovane milionario inventore dell’algoritmo del più importante motore di ricerca (no non è Google, ma la BlueBook, nome inventato per l’occasione) nasconde qualcosa.

Un film che si ispira ai più classici racconti di fantascienza per narrare una storia vecchia, almeno quanto il cinema stesso e oltre (si pensi al Frankenstein di Mary Shelley), in cui uno scienziato ambizioso si spinge al di là di quello che all’uomo è consentito e, nel suo eremo di cristallo, sfida Dio. Ex machina ridisegna, con degli strepitosi effetti visivi, un cinema dal sapore retrò. Un’ anima classica unita a quella parte della fantascienza più psicologica – che porta immediatamente a riflettere sulle paure dell’uomo in contrapposizione alla macchina da esso creata – e all’uso intelligente degli effetti speciali, danno vita ad un ottimo film che fa dei dialoghi la sua arma vincente. Ex machina è costruito intorno alla parola e al ragionamento, ma nel suo raccontarci l’eterna guerra tra macchina e uomo – fatta di menzogne e  inganni da entrambe le parti – utilizza tutti i mezzi che il cinema di oggi è in grado di offrire. Alex Garland ambienta la sua storia in un grande parco naturale con immensi prati verdi, montagne e alte cascate, in contrasto con l’abitazione-laboratorio di Nathan, in cui regna il grigio del metallo e la trasparenza del vetro e dove si svolge il fulcro della vicenda. Ancora una volta sono in contrapposizione natura e tecnologia e, l’abitazione hight-tech dalle porte che si serrano automaticamente dopo un blackout, rappresenta la prigione che l’uomo ha costruito per sé.

Ex machina è un bellissimo film di fantascienza, forse un po’lento, ma sicuramente uno dei più interessanti degli ultimi anni.

Voto: 7,5

Cinefabis

CONTAGIOUS – EPIDEMIA MORTALE

Titolo originale: Maggie

Regia: Henry Hobson

Sceneggiatura: John Scott

Anno: 2015

Durata: 95’

Nazione: USA

Fotografia: Lukas Ettlin

Montaggio: Jane Rizzo

Scenografia: Gabor Norman

Costumi: Claire Breaux

Colonna sonora: David Wingo

Interpreti: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson

TRAMA E RECENSIONE

Uno zombie movie. Maggie, orfana di madre e figlia adolescente di Wade, un agricoltore del Midwest, é stata aggredita e morsa sul braccio da uno zombie. Il padre la accoglie in casa cercando in tutti i modi di preservarne la vita fino a ben oltre il limite consentitogli dalla legge di questo mondo post-apocalittico dove l’epidemia ha colpito fin dentro molte case dei suoi abitanti. Lentamente la ragazza manifesta segni sempre più evidenti dell’infezione che si estende su tutto il suo corpo e nella sua mente fino all’inevitabile trasformazione in un morto vivente.

Gli elementi chiave sono molto comuni: l’epidemia mortale sconosciuta, la connotazione del sangue come veicolo di scambio della malattia, l’inevitabile trasformazione di una persona in un simulacro di essere umano (a cui di umano resta ben poco), l’incessante scopo di questo di nutrirsi di altri esseri umani nel tentativo di placare una fame che non può essere placata e la trasmissione, a sua volta, di questo veleno. La differenza sostanziale rispetto ad altri film del genere risiede punto di vista. La storia viene narrata dal punto di vista della persona più vicina al futuro morto vivente nonché da quello del futuro morto vivente stesso. Dunque, invece che tenere il fiato sospeso escogitando noi stessi un modo per sfuggire alle voraci creature cannibali, questa volta il conflitto nasce dal provare la costante e disperata impotenza che prova Wade nel vedere sparire progressivamente dagli occhi della figlia la persona che lei era per lasciare il posto ad una creatura famelica, priva di una qual si voglia ragione e coscienza, improntata solo a fare del male.

Il film segue il decorso della malattia che porterà di fatto Maggie a morire lentamente. Tramite i suoi sogni-ricordi, possiamo rivivere più volte il momento violento del morso che, non venendoci mai narrato per intero, dona più enfasi alla condizione alienante della co-protagonista facendocelo registrare come un accadimento già successo, già accertato, inevitabile, e senza concederci pertanto di formulare alcuna ipotesi su come questo si sia verificato o su come si sarebbe potuto evitare.

Spesso negli zombie movies, queste creature sono viste come fossero dall’altra parte della barricata. Approcciate sempre e solo da lontano e da vicino per brevi momenti (perché nient’altro che pericolose se troppo vicine), si presentano sempre già trasformate e pronte ad uccidere. Non siamo portati a chiederci chi sia stata quell’individuo in particolare o quale sia la sua storia. Qui, invece, viene dato ampio spazio ad una visione più intima del personaggio colpito entrando in profondità nei suoi ricordi e nelle sue sensazioni, in un passato lontano quanto prossimo che può sicuramente avere attinenza con il nostro, facendoci sentire paradossalmente più vicini all’“antagonista” della storia (il titolo originale della pellicola è Maggie) prima che lo diventi definitivamente.

Voto: 7

Cristina Malpasso

I WANT TO SEE THE MANAGER

Regia: Hannes Lang

Sceneggiatura: Mereike Wegener

Anno: 2014

Durata: 93’

Nazione: Germania, Italia

Fotografia: Thilo Schmidt

Montaggio: Stefan Stabenow

Musica: Hannes Lang

 

RECENSIONE

Un viaggio da Mumbai a Detroit, passando per Pompei e Beijing. Con I Want to See the Manager Hannes Lang racconta il differente rapporto che le singole nazioni stanno intrattenendo con il processo della globalizzazione.

È curioso vedere come un paese come la Bolivia non sia poi così differente da uno come la Cina, tutti fanno parte di una comunità che si sta sempre più adeguando a norme sociali, economiche e culturali simili, uniformi, anche se non saranno mai uguali.

Dall’estrazione del litio in un contesto boliviano di estrema povertà, a come si “ammaestra” un venditore cinese di automobili marcate Bmw, alla spiegazione della tecnica criogenica in un istituto di Detroit. Lang attua un interessante patchwork dove i personaggi coinvolti nelle riprese si raccontano senza pudore, scavando nelle loro verità più nude e – in certi casi – crude. Dalle giovani donne thailandesi che si occupano di accudire persone anziane in case di riposo, si passa così agli uomini precari in Italia, che travestiti da “gladiatori” intrattengono con spada e sandaloni i numerosi turisti davanti all’ingresso dell’antica città di Pompei.

La scommessa del giovane regista di Bressanone (già autore nel 2011 di Peak – Un mondo al limite,documentario sulla trasformazione delle Alpi) diventa quella di riuscire a inquadrare le società contemporanee che stanno sempre più emergendo nel panorama dell’economia mondiale, lasciandosi così alle spalle un passato di precarietà e di scarsa considerazione.  Ma gli interrogativi restano aperti e solo in un futuro prossimo si potranno giudicare tutti i cambiamenti mondiali in corso. Il cantiere globale è ancora aperto e il capo non si vede.

Voto: 6-

Francesco Foschini

LONBRAZ KANN

Regia: David Constantin

Sceneggiatura: David Constantin e Sabrina Compeyron

Anno: 2015

Durata: 88’

Nazione: Mauritius, Francia

Fotografia: Sabine Lancelin

Montaggio: Morgane Spacagna

Musica: Subhash DHUNOOHCHAND

Interpreti: Danny Bhowaneedin, Raj Bumma, Nalini Aubeeluck

TRAMA

Una fabbrica di lavorazione della canna da zucchero dove hanno lavorato generazioni e generazioni di mauriziani chiude i battenti e al posto delle piantagioni sorge un cantiere per la costruzione di ville di lusso.

RECENSIONE

I bellissimi paesaggi mauriziani fanno da sfondo a una situazione critica che sembra non riuscire ad arrestarsi. Marco, Rosario e il non più giovane Bissoon, protagonisti del film, devono assistere impotenti alla distruzione della loro fabbrica per lasciare il posto alla costruzione di moderne case di lusso.  Un problema che lascia indifferenti le diverse società del mondo, dove ognuno guarda ai propri interessi, ma non lascia indifferente quella mauriziana: un popolo legato fortemente al culto del passato e alle tradizioni, dove ogni singolo gesto quotidiano diventa ricco di significato simbolico.

Le terre mauriziane sono fotografate in maniera potente e mai banale da Sabine Lancelin, ogni singola inquadratura fa entrare in ambienti familiari e bucolici, dove pare di avvertire il profumo del tè appena versato e la dolcezza dello zucchero appena spremuto dalle canne.

David Constantin con Lonbraz Kann, ha voluto dar voce alla sua comunità in modo originale e sentito. I volti inquadrati dalla macchina da presa fanno quasi pensare a una serie di ritratti, visi che hanno vissuto ogni singolo attimo di libertà, prima che questa venisse loro sottratta. Fanno da contrappunto le evocative musiche originali di Subhash Dhunoohchand.

Un film nato per riflettere sulle persone, e soprattutto per farle riflettere sugli aspetti negativi che può avere la globalizzazione in tanti Paesi. Una traccia importante di una realtà troppo poco conosciuta all’“ombra delle canne” da zucchero del titolo originale.

Voto: 8-

Francesco Foschini

MAD MAX – FURY ROAD

Regia: George Miller

Sceneggiatura: George Miller, Byron Kennedy

Anno: 2015

Durata: 120’

Nazione: Australia, USA

Fotografia: John Seale

Montaggio: Jason Ballantine, Margaret Sixel

Scenografia: Colin Gibson

Costumi: Jenny Beavan

Musiche: Junkie XL

Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Rosie Huntington-Thiteley, Megan Gale

TRAMA

In un futuro post-apocalittico la Terra è ridotta a un deserto arido a causa di uno sconvolgimento nucleare. La civiltà è semplicemente scomparsa e vige la legge del più forte. Max si sposta solitario a bordo della sua automobile in questo mondo devastato, perseguitato dai fantasmi dei suoi familiari che non è riuscito a salvare dalla furia della violenza. Un giorno, mentre sta sostando su un dirupo, viene colto di sorpresa dall’arrivo dei Figli di Guerra, un’armata di combattenti capeggiata dal malvagio Immortan Joe, che lo inseguono, lo fanno capottare con l’auto e lo rapiscono. Max viene così imprigionato e usato come “sacca ambulante” di sangue per il giovane, ma già malato, guerriero Nux. Nel frattempo, dalla cittadella militare dei Figli della Guerra, l’Imperatrice Furiosa esce con la gigantesca autocisterna blindata, scortata da alcuni guerriglieri, per andare a fare rifornimento di carburante a Gas Town. La donna, però, cambia improvvisamente direzione, dirottando il convoglio verso la meta che si era prefissata, ovvero le Terre Verdi, la sua terra d’origine dalla quale fu prelevata con la forza da piccola. Un vero e proprio ammutinamento aggravato dal fatto che Furiosa ha deciso di salvare, facendole evadere e portandole con sé, le quattro generatrici, ragazze bellissime tenute prigioniere e “utilizzate” per la procreazione del malvagio Immortan. Inizia così l’inseguimento dei Figli di Guerra, compreso il malato Nux che si porterà dietro il povero Max come sacca per il sangue, legato al cofano dell’automobile. A un certo punto però i protagonisti si imbattono in una tremenda tempesta di sabbia nella quale molti perdono la vita. Al termine del disastro Max è ancora vivo. Si alza in piedi e vede di fronte a sé Furiosa…

RECENSIONE

Con Mad Max – Fury Road, George Miler fa risorgere dalle ceneri (e dalla polvere) Max Rockatansky, il personaggio che contribuì più di tutti alla sua notorietà come regista in tutto il mondo, e che lanciò definitivamente un giovanissimo e sconosciuto Mel Gibson nello star system internazionale. Un tam tam mediatico fatto di indiscrezioni, immagini rubate e trailer mozzafiato ha anticipato l’uscita col botto di un film il cui ritorno, a quanto pare, in moltissimi aspettavano con speranza e trepidazione, come si può evincere anche dall’accoglienza trionfale all’ultimo Festival di Cannes.

Come più volte sottolineato dallo stesso Miller, Fury Road è una rivisitazione dell’immaginario legato alla trilogia dedicata al Guerriero della strada. Per cui chi in questi giorni sta storcendo il naso di fronte all’eventuale mancanza di continuità filologica ed estetica con i capitoli precedenti (troppi effetti speciali… troppo ben confezionato…) dovrebbe fare un passo indietro e riflettere con serietà su questa epopea post-atomica partorita dal regista australiano ormai 36 anni fa. Si dovrebbe riflettere innanzitutto sul fatto che non c’è mai stata una vera e propria continuità tra i film della saga (altra dichiarazione di Miller), tenuti insieme forse unicamente dalla presenza di Max, il protagonista che, più che un personaggio reale, diventa la rappresentazione corporea di un’emanazione, di uno spirito evocato ogni volta che se ne pronuncia il nome. D’altronde, i capitoli di questa involontaria epopea sono da intendersi come compartimenti stagni anche dal punto di vista del genere a cui ognuno di loro si rifà. Il primo, Interceptor – Mad Max (1979), racchiude in sé soprattutto gli elementi tipici degli action-thriller di quegli anni – come Duel (id. 1971) o i successivi Terminator (id. 1981) e Cobra (id. 1986) – che fanno emergere una visione del mondo pre-apocalittica in cui i segni di una probabile distruzione totale iniziano ad intravvedersi, e in cui la violenza soggiace e accompagna le vicende senza mai esplodere definitivamente, con il conseguente effetto di produrre una tensione ansiogena costante. Il secondo capitolo, Mad Max – Il guerriero della strada, dà ampio spazio a una violenza ormai priva di ogni tensione generatrice, ma tuttavia elevata al rango di unica spinta alle azioni e alle relazioni tra gli uomini, con un chiaro omaggio alle selvagge ambientazioni senza punti di riferimento tipiche degli spaghetti western alla Leone, con protagonisti senza pietà che parlano attraverso sguardi e gesti, più che con le parole. E infine il terzo capitolo, Mad Max – Oltre la sfera del tuono (1985), forse l’unico che può essere inserito completamente nel genere “fantascienza”, carico di quel sensazionalismo spettacolare che molte pellicole del genere si portavano dietro dagli anni ’80 – come Alba d’acciaio (Stealing Dawn, 1987), Giochi di morte (The Blood of Heroes, 1990) e Waterworld (id., 1995) – e che in quegli anni aveva generato lo stesso tipo di critiche rivolte oggi a Fury Road (troppo hollywoodiano, troppe star, travisato lo spirito originale dell’opera…).

Mad Max – Fury Road non ha continuità con gli altri film e questo è paradossalmente un primo elemento coerente con lo spirito dell’opera. Intanto il genere: certamente un action-movie dai ritmi frenetici (quasi affannosi), ma questa volta con più di un riferimento al genere horror anni ’70 – protagonista di alcuni celebri remake come nel caso di Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes, 1977/2006) o Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre, 1977/2003) – e con alcune soluzioni estetiche che ricordano molto lo stile di Aronofsky in Il cigno nero (The Black Swan, 2010) o Noah (id. 2014) – come nel caso dell’inquietante bambina fantasma che perseguita i sogni di Max. Eppure, forse data l’età del regista, il quarto capitolo della saga sembra quasi un affettuoso commiato di Miller a quello che è stato il suo film più celebre, proprio per l’attenzione con la quale diversi elementi stilistici (e anche extra-diegetici) sono stati inseriti qua e là nell’opera, facendo di quest’ultimo capitolo uno dei più piacevoli e funzionali esempi di autocitazionismo al cinema: intanto la V8 Interceptor – la celeberrima automobile di Max – che compare per pochissimo nel film, quasi un cammeo per omaggiare i primi due capitoli dell’opera (nel terzo era trainata da cammelli); la presenza di attori australiani e, in primis, di una stagionata eppur sempre bellissima Megan Gale; sempre parlando di attori, non si può non citare Hugh Keays-Byrne – il terrificante Immortan Joe – che compariva anche nel primo capitolo della saga, interpretando anche lì il nemico principale, ovvero Toecutter. Tornano elementi apparentemente insignificanti come il carillon che una delle generatrici suona sull’autocisterna blindata durante un inseguimento, proprio come faceva uno della tribù dei bambini selvaggi in Mad Max – Oltre la sfera del tuono. E a tornare è anche una tecnica di ripresa che, se nei primi capitoli della saga era dettata da un’esigenza in termini economici, in Fury Road diventa di nuovo una citazione, per di più carica di ironia: mi riferisco all’accelerazione dello scorrimento della pellicola per aumentare la percezione della velocità. Rivedendo i primi due capitoli si capisce come l’accelerazione fosse utilizzata per aumentare la velocità stessa dei veicoli nelle scene d’azione – con lo spiacevole effetto di avvicinarle pericolosamente alle gag comiche dei film muti. In Fury Road invece – presente per esempio nel tentativo di fuga di Max dai sotterranei, appena dopo essere stato catturato dai Figli di Guerra – diventa una sorta di rassicurazione da parte del regista, la garanzia allo spettatore che quello in cui è immerso è, sì, un Mad Max più spettacolare e dispendioso, ma che comunque non ha dimenticato le sue origini “povere” e “rustiche”.

Mad Max – Fury Road non è quindi solo una rivisitazione, ma forse è proprio la rappresentazione di tutte le parti migliori di questa saga iniziata ormai quasi quarant’anni fa e che non sembra aver perso il suo potere suggestivo – vuoi per la continuità registica; vuoi perché, forse, siamo in un periodo storico in cui, proprio come 36 anni fa, non è così difficile immaginarsi un destino apocalittico per questo mondo.
Da sottolineare l’efficacia di Tom Hardy come nuovo Mad Max (e chi dice che parla troppo poco vada a cronometrarsi il minutaggio dei dialoghi di Mel Gibson), ma soprattutto la perfetta e struggente interpretazione di Charlize Theron nei panni di Furiosa, incarnante il vero spirito malinconico della pellicola che, in un inquietante gioco meta-cinematografico, non può fare a meno di confrontarsi ogni istante con la sua dolorosa storia passata.

Voto: 8,5

Giorgio Mazzola

CENERENTOLA

Regia: Kenneth Branagh

Sceneggiatura: Aline Brosh Mc Kenna, Chris Weitz

Soggetto: Charles Perrault

Anno: 2015

Durata: 112’

Nazione: USA

Fotografia: Haris Zambarloukos

Montaggio: Martin Walsh

Scenografia: Dante Ferretti

Costumi: Sandy Powell

Colonna sonora: Patrick Doyle

Interpreti: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter

TRAMA

Il sipario si apre sulla vita felice di una bellissima bambina di nome Ella, che all’improvviso perde la madre e resta sola con l’amato padre. Quando la ragazza sarà già cresciuta, il padre si risposerà con Lady Tramaine, donna tirannica e arrampicatrice, che si trasferirà in casa insieme alle sue due ottuse figlie. Durante un viaggio di lavoro il padre verrà a mancare ed Ella, rimasta ormai sola, si troverà ad affrontare la cattiveria della matrigna e delle sorellastre che la ribattezzeranno Cenerentola, costringendola da padrona  di casa quale era, a diventare la loro stessa sguattera. Disperata, tenta di fuggire  nella foresta dove incontrerà Kit, un giovane apprendista alla corte del re, che poi si scoprirà essere il principe. Incoraggiata da quest’ incontro Cenerentola decide di partecipare ad un ballo reale a cui potranno aderire tutti i sudditi del regno. Nonostante la matrigna le proibirà di presenziare, Ella, grazie all’aiuto magico di una singolare fata madrina, riuscirà come una principessa a danzare su scarpette di cristallo con il suo principe, ma attenzione “a mezzanotte a casa perché l’incantesimo svanirà!” Il  principe cosi  verrà lasciato solo in balia del suo sogno d’amore con una delle scarpette di cristallo di Ella, persa durante la fuga da palazzo. Lui cercherà la fanciulla per tutto il regno fino a quando, beh,  il finale lo sapete tutti…

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RECENSIONI

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Supponiamo, partendo da lontano, che sia stato questo noto aforisma di  Shakespeare a portare lo strashakespeariano Kenneth Branagh a voler dirigere la rivisitazione Disney del cult degli anni 50. Anche perché la pellicola, di influenze teatralmente shakespeariane, ne ha ben poche; questo risulta alquanto difficile da digerire, quando si assiste a  una Cenerentola cosi Disney diretta, invece, dal più affascinante degli Amleto.

La storia molto simile alla corrispondente versione animata,  anzi un quasi duplicato, se non fosse per topi veri e non parlanti, può deluderci da una parte o illuderci dall’altra. Ciò succede in considerazione del fatto che noi spettatori  siamo ormai abituati alle numerose fiabe stravolte degli ultimi anni, come il remake Maleficent o le liberamente ispirate trame delle non proprio  principesse della serie Once upon a time.

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Una cosa è certa: l’eccezionale  scelta del premio oscar Cate Blanchett col ruolo di matrigna, fa in modo che questa pellicola trovi il suo posto insieme a tutte le recenti altre, dove il villain sovrasta di gran lunga l’eroina e dove cattive Disney del calibro di  Angelina Jolie, Charlize Theron e Julia Roberts si impossessano totalmente dello schermo. Meravigliosa Cate Blanchett cosi come meravigliosa l’entrata in scena di Helena Bonham Carter, eccentrica fata madrina, che aiutata dalla magia e dal suo modo straordinario di impersonare ruoli sopra le righe, tinge di una straordinaria  stravaganza la pellicola, restituendo per un attimo al film l’incanto della fiaba originale. Seppur aggiungendo a tutti questi dettagli la fastosità delle scenografie del premio oscar Dante Ferretti, quest’opera cinematografica resta comunque un lavoro molto equilibrato e forse troppo prudente. Branagh è stato attento a non uscire dal confine stereotipato del fantastico,se non comunque, cautamente, nel finale. La ragazza , infatti, si presenterà davanti al principe, grazie al coraggio e alla gentilezza lasciatele in eredità dalla madre, coi suoi stracci, cosi come è, come donna e come Cenerentola. Il messaggio sembra essere questo: se mi ami devi prendermi  e accettarmi cosi come sono, perché nel mio mondo le principesse non esistono più. Malgrado questo atto di emancipata risolutezza, questa pellicola non riesce a rispecchiare l’universo femminile nella sua peculiare modernità, ovvero l’universo delle Cenerentole nella più intrigante delle favole, la vita.

Voto: 6,5

Sabrina Di Stefano


L’ultima versione cinematografica di Cenerentola mi ha deluso parecchio. Ingannata dalla presenza del grande Kenneth Branagh dietro la macchina da presa (insomma non uno a caso ma colui che prima di girare americanate come Thor e Iron Man 2 si dava ai drammi shakespeariani, bellissimo il suo Hamlet del 1996) pensavo che questa versione di Cenerentola fosse più matura e gotica (quasi con un tocco alla Tim Burton dei tempi d’oro, diciamo che la presenza della moglie, Helena Bonham Carter, non ha fatto altro che aumentare questa mia convinzione), invece mi sono ritrovata a vedere un filmetto Disney che nulla aggiunge all’incantevole favola animata del 1950.

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La storia è esattamente la versione edulcorata, già riportata al cinema decine di volte, della famosa fiaba popolare riscritta dai fratelli Grimm, quindi tutti i personaggi cattivi non sono cattivissimi e quelli buoni sono buonissimi. Mancano tutti gli aspetti più dark quasi horror della storia, che avrebbero reso decisamente più interessante questa nuova e inutile Cenerentola (ad esempio nella fiaba le sorellastre si tagliano una il ditone del piede e l’altra il calcagno per cercare di indossare le scarpetta di cristallo e, una volta che il Principe Azzurro sposa Cenerentola, due colombe cavano gli occhi alle due sorellastre invidiose). L’unico elemento aggiunto, capace di dare valore alla trasposizione cinematografica e a rendere più moderni e contemporanei i personaggi, sta nella loro maggiore sfaccettatura psicologica. Cenerentola non è relegata ad un ruolo passivo e non è una semplice fanciulla che sogna di incontrare il suo principe, ma arriverà a sposarlo solo dopo averlo conosciuto e voluto. Nella versione animata la relazione si sviluppa in una sola serata, nella favola il tempo di due balli mentre in quella di Kenneth Branagh Ella (Cinder-Ella) incontra il principe nel bosco e, ignorando la sua vera identità, ha tutto il tempo per innamorarsene prima del grande ricevimento a palazzo. Questo aspetto, seppur interessante, non riesce ad arricchire il film della giusta dose di maturità per poter piacere agli adulti e allo stesso tempo risulta incapace di coinvolgere i più piccoli.

Voto 6-

Cinefabis


VOTI

Sabrina Di Stefano: 6,5 

Cinefabis: 6-

INSURGENT

Regia: Robert Schwentke

Sceneggiatura: Brian Duffield, Akiva Goldsman, Mark Bomback

Anno: 2015

Durata: 119’

Nazione: USA

Fotografia: Florian Ballhaus

Montaggio: Stuart Levy, Nancy Richardson

Interpreti: Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet, Miles Teller, Octavia Spencer, Ansel Elgort, Naomi Watts, Jai Courtney, Zoë Kravitz, Maggie Q, Ray Stevenson

TRAMA

Dopo la grande ribellione alcuni Intrepidi si rifugiano presso un villaggio di Pacifici. Costretti a scappare a causa di tensioni che si crearono all’interno della fazione, Tris e Quattro trovano esilio presso gli Esclusi, guidati dalla madre di Quattro, la quale ritorna, dopo anni di assenza, con lo scopo di creare un nuovo esercito per compiere una rivoluzione. Intanto Jeanine, malvagia leader degli eruditi, cerca il “divergente puro”, che possa decriptare un misterioso artefatto lasciato dagli Antichi e portatore di un segreto che possa ristabilire la pace sociale ormai perduta.

RECENSIONE

Dopo anni di guerra e sofferenza, il genere umano arriva a un punto in cui l’unico modo di sopravvivere è la creazione di un nuovo sistema di democrazia fondato su cinque modi di essere, cinque fazioni, cinque famiglie costruite su valori e modelli di comportamento ben definite e che rappresentano la società così formata. Gli Eruditi rappresentano l’umano raziocinio, la logica e l’intelligenza scientifica. I Pacifici rappresentano la pace, la libertà e la serenità interiore, rinnegando ogni tipo di conflitto, guerra o sopruso. I Candidi fondano la loro esistenza sull’onestà e la schiettezza reciproca, non ammettendo alcuna forma di menzogna o mezza verità. Gli Abneganti rappresentano l’altruismo portato agli estremi, dimenticando completamente se stessi e mettendosi a totale servizio del prossimo. Gli Intrepidi infine rappresentano il coraggio e la forza di andare oltre le proprie paure, sottoponendosi a sfide di volta in volta sempre più temerarie e rischiose.

InsurgentTris

Quello che può sembrare un mondo in cui vige l’ordine supremo, l’armonia e la convivenza tra più diversità, non è altro che una mera illusione, l’ingenua convinzione che tutto possa essere controllato meccanicamente, che le persone possano essere inquadrate e ridotte ad un’unica categoria al fine di plasmare una società pura, non incline a stranezze o devianze al di fuori dello stato “naturale” delle cose. Follia! Persino nel mondo naturale e animale ci sono “divergenze”, mutazioni genetiche assolutamente naturali ma che esulano da una qualsiasi comprensione logica. La pellicola di Robert Schwentke parla di loro. Dei “divergenti”. Di coloro che non appartengono ad un’unica fazione ma a tutte al tempo stesso e che invece di nascondersi e omologarsi ad un sistema che li vuole docili e remissivi, si ribellano, combattono e a volte muoiono. Insurgent come Divergent prima di lui, è un film sulle scelte che ognuno di noi compie, che possono cambiare la nostra vita e che in un modo o nell’altro ci definiscono come persone. È un film che fa comprendere l’inutilità di combattere ciò che è fuori dal nostro controllo, che è sfuggente, la cui natura è spesso terribilmente incomprensibile. Non è la loro esistenza che crea squilibrio quanto l’avvilente ostinazione a volerle combattere. Ambientato in una Chicago futuristica, ai confini tra il genere avventuroso, fantascientifico e sentimentale, “Insurgent” segue la fuga di Tris (interpretata da Shailene Woodley) e dei Divergenti, sfuggiti temporaneamente al controllo di Jaenine, un’incredibile Kate Winslet per la prima volta nelle vesti di una dominatrice sadica e senza scrupoli, il cui intento è quello di ucciderli al fine di ristabilire l’ordine sociale. Film intrigante e passionale, ha riacceso gli animi del pubblico a seguito dell’incredibile successo di Hunger game.

Voto: 8,5

Martina Malavenda