MOMMY

Regia: Xavier Dolan

Sceneggiatura: Xavier Dolan

Anno: 2014

Durata:  139’

Nazione: Canada

Fotografia: André Turpin

Montaggio: Xavier Dolan

Scenografia: Colombe Raby

Costumi: Xavier Dolan

Colonna sonora: Noia

Interpreti: Anne Dorval, Anoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément

TRAMA

Diane è una madre vedova, quasi cinquantenne, che riottiene la custodia a tempo pieno del figlio quindicenne, Steve, affetto da un’iperattività incontrollabile. La vicina di casa, Kyla, si offre ad aiutarli per cercare di trovare un nuovo equilibrio.

RECENSIONE

Tutti noi nasciamo nella stupidità morale, prendendo il mondo come una mammella per nutrire i nostri ego supremi” (George Eliot, Middlemarch)

Non basta essere dei virtuosi con la macchina da presa e il montaggio, disponendo al contempo di un cast in stato di grazia, per fare un buon film. Xavier Dolan in “Mommy” (2014) fa bella mostra di dominare il mezzo registico, di avere un immaginario molto personale, inoltre è supportato da un terzetto di attori davvero ispirati e in parte. Eppure se questo tanto osannato “Mommy” non funziona, ciò lo si deve a un eccesso di ombelicalità adolescenziale che è davvero troppa anche per un regista venticinquenne.

Dolan non può marciare ancora per molto sull’aura dell’enfant prodige, visto che è coetaneo o quasi del Bellocchio dei “Pugni in tasca” e una spanna più anziano dell’ Harmony Korine di “Gummo” e del sottovalutato “Julien Donkey-Boy” (per amore della decenza preferisco non nominare Orson Welles), rispetto ai quali è meglio evitare il confronto per non deprimersi ulteriormente. Con un’aggravante, rispetto a questi suoi “coetanei”, quella di avere già quattro lungometraggi alle spalle. Un’esperienza non da poco, i cui risultati appaiono scarsi in un film dove ogni elemento sembra buttato lì, fine a se stesso e alla propria allure di fighettata al passo coi tempi, conformistica fino al midollo. Ma andiamo con ordine.

Il film è ambientato nel 2015, in un recentissimo futuro distopico in cui  le leggi del “nuovo governo” estremista del Canada consentono alle famiglie di far rinchiudere i figli con problemi comportamentali in degli istituti vecchio stile, forniti di camicie di forza anni ’50 (alla faccia della distopia!), una scelta che, una volta presa, è irrevocabile. Ora, una distopia di solito dovrebbe rappresentare un’esagerazione di una tendenza già riscontrabile nel presente, adoperando la classica formula del “se si continua così si finisce colà”. Dove mai allora esisterebbe in occidente una società oppressiva nei confronti di chi travalica determinati limiti imposti dal sistema? Forse nel Quebec? A me pare che gran parte della letteratura e del cinema d’autore occidentali degli ultimi decenni (e lo dico con un occhio di riguardo sulla dimensione distopica) abbia riflettuto esattamente sul contrario, ovvero su un sistema ideologico che ha eliminato ogni limite dell’ego, lasciando l’individuo solo di fronte alle sue voglie e trasformando ogni alterità in un nemico da abbattere.

Del resto tutto il film “Mommy” è una rappresentazione colpevolmente complice di questa ideologia. Un esempio significativo di questa sua natura lo si riscontra nel fatto che dell’adolescente protagonista non ci vengono mostrati i coetanei, se non come comparse sporadiche. L’unico coetaneo su cui ci si sofferma un po’ di più, tanto che ne conosciamo il nome, non si vede mai, ed è un tale Kevin che all’inizio il protagonista Steve avrebbe picchiato a sangue, lasciandogli poche probabilità di vita. Il regista in una scena emblematica, posta all’inizio del film, in cui la madre a scuola si confronta con il fattaccio, sembra far cadere tutto l’accento di commiserazione non sullo sventurato Kevin, di cui non ci vengono mai mostrati i malridotti connotati, ma sul povero Steve, affetto da una fantomatica (secondo una mia personalissima diagnosi) sindrome di iperattività (che poi tra tutti i disturbi tra cui poteva pescare, difficilmente Dolan avrebbe potuto trovare uno più facile da rendere trendy). Ovvio che si compatisca Steve, perché è lui il protagonista, il suo ego è al centro del film, ed è un ego che non ha rivali sulla scena, né tra i coetanei-comparsa, né tanto meno nello sciagurato Kevin che non compare mai.

Steve non è solo al centro del film, ma anche al centro di un triangolo che vede ai due lati opposti la madre Diane (detta Die), tanto più opprimente proprio in quanto “mamma per amica” portata alle estreme conseguenze, e la timida balbuziente Kyla, vicina di casa. Kyla ha un marito e una figlia piccola, che ovviamente vengono inquadrati sporadicamente perché non sia mai diventino anche loro rivali in scena della centralità assoluta di Steve.

Tutto il film è incentrato sul rapporto di amore-odio, fondamentalmente di fusionalità patologica, tra madre e figlio. Per rappresentare tale condizione soffocante il regista adopera un formato 1:1, che molto ha fatto gridare all’originalità e all’estro registico, tanto più perché lo schermo inaspettatamente si dilata in un momento in cui i personaggi si abbandonano ad un attimo di felicità. A me personalmente questa soluzione appare completamente fine a se stessa e all’effetto sorpresa degno di un videoclip della sopraccitata (e sovraeccitata) scena, dunque non di certo spia di una riflessione più approfondita. Aleksandr Sokurov in “Madre e figlio” (siamo nel 1997, ma qui parliamo dei vertici del cinema), per rappresentare la fusione materna aveva optato per la soluzione opposta, quella di un’identificazione dell’io con la totalità, un’assenza totale di limiti di fronte alla quale il limite supremo della morte diventa tragedia ineluttabile, altra cosa rispetto a questo banale formato I-Phone molto trendy e terribilmente superficiale.

Si sprecano i momenti in cui questo film sembra un insieme di videoclip di canzoni neanche troppo ricercate (gli Oasis!), famosissime quand’anche di tutto rispetto (Lana del Rey) e che in ogni caso veicolano emozioni troppo facili e telecomandate. In definitiva, si ha la sensazione di assistere alla trasposizione cinematografica dell’immaginazione di un ordinario preadolescente che ascolta la musica, una dimensione troppo immatura anche per un venticinquenne.

Ai critici che hanno abboccato in massa, assegnando a Dolan gli allori di nuovo “genio” della settima arte, rivolgo un consiglio. Se andate alla ricerca di un vero enfant prodige del cinema contemporaneo, guardate di che straordinaria maturità si è dimostrato capace lo sloveno Rok Biček (classe 1985) nello splendido “Class Enemy” (2013), e smettetela di alimentare l’ego, già irrimediabilmente ipertrofico, di Xavier Dolan.

Voto: 4

Angelo Grossi

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