IL GIOVANE FAVOLOSO

Regia: Mario Martone

Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo

Anno: 2014’

Durata: 137’

Produzione: Italia

Fotografia: Renato Berta

Montaggio: Jacopo Quadri

Scenografia: Giancarlo Muselli

Costumi: Ursula Patzak

Colonna sonora: Sascha Ring

Interpreti: Elio Germano, Michele Rondino, Isabella Ragonese, Massimo Popolizio

TRAMA

Il giovane Leopardi cresce in una casa-biblioteca, sotto lo sguardo severo del padre.

RECENSIONE

Vita del poeta italiano Giacomo Leopardi, dalla sua giovinezza nella casa di Recanati – sotto l’ossessiva protezione del padre Conte Monaldo, della gelida presenza dell’austera madre Adelaide, ma anche con  il sincero affetto di due dei suoi numerosi fratelli, Carlo e Paolina – fino alle peregrinazioni in giro per l’Italia assieme all’amico Antonio Ranieri, che lo portarono a Firenze, a Roma e in seguito a Napoli.

Con Il giovane favoloso, Martone mette in scena uno dei biopic più complessi e delicati che il cinema italiano ricordi. Una responsabilità enorme che però il regista affronta con una maturità e un’audacia che fanno dimenticare le piccole – seppur fastidiose – lacune che si palesano soprattutto nella seconda parte della pellicola, quando le linee guida della sceneggiatura e la coerenza nella costruzione del personaggio sembrano qua e là venire meno.  Le migliori ed emblematiche qualità del film trovano infatti il loro apice soprattutto nella parentesi dedicata alla giovinezza del Leopardi, nella prima metà del film, che vede il trionfo, nella tecnica registica, di una poetica e di un’estetica che non credo sia esagerato definire di stampo espressionista. Martone riesce infatti nell’impresa di non raccontare pedissequamente la vita di Leopardi scandita dalle sue opere, ma piuttosto la genesi e l’evoluzione della sua immanente sofferenza attraverso la rappresentazione visiva di alcuni suoi scritti più famosi – di particolare effetto la scena dedicata a L’infinito –, evitando in maniera magistrale il fortissimo rischio di trasformare il film in una sorta di docu-fiction in costume che soddisfacesse in gran parte le aspettative degli amanti del Leopardi in versi. Il film di Martone diventa un vero e proprio affresco, una garbata eppure incisiva stesura di colore scuro applicata su una tela pulita ma grezza, che incarna appieno l’acuirsi dell’incompatibilità profonda tra il poeta e le cose di questo mondo, in un vortice che trascina inesorabilmente verso l’abisso il protagonista e chi gli sta attorno. La vita di Leopardi diventa il racconto di una costrizione claustrofobica – sia fisica che psicologica – che traspare dagli occhi dell’ottimo Germano e che il regista non manca di descrivere con la più evidente caratteristica che contraddistingue la sua personale interpretazione del taglio delle inquadrature: il vero e proprio leitmotiv estetico – di stampo quasi smaccatamente wellsiano – che accompagna lo spettatore durante tutta la visione, si traduce nelle opprimenti inquadrature che ingabbiano il protagonista anche quando questi si muove entro spazi piuttosto ampi. Una caratteristica che si esplicita soprattutto in due momenti: il primo, all’interno della casa di Recanati, dove prevalgono le inquadrature dal basso che in qualche modo esasperano l’altezza di Germano per poi soffocarla subito dopo a causa dell’inevitabile presenza dei soffitti ogni volta più vicini e incombenti sopra la sua testa. Il secondo, gli esterni di Napoli, quando invece l’handicap fisico del poeta viene sottolineato dalle impietose inquadrature dall’alto che lo schiacciano ancora di più verso il terreno e che sembrano accanirsi una volta di più sulla schiena rovinata e piegata dalle deformità ossee – emblematica in tal senso la sequenza che vede il protagonista dialogare con un mendicante durante l’epidemia di colera a Napoli: i faticosi spostamenti di Germano vengono qui descritti da un’inquadratura dall’alto con un’angolazione talmente acuta che della vastissima Piazza Plebiscito nella quale si sta svolgendo l’azione si può solamente vedere il terreno e quasi nulla del resto.

Una claustrofobica rappresentazione del reale senza vie di fuga, in una magistrale traslazione del pensiero leopardiano in linguaggio cinematografico.

Le musiche di Sascha Ring (aka Apparat) cullano la vicenda con una nenia dolce e allo stesso tempo tetra, immergendola in un’atmosfera lugubre e crepuscolare. I brani sono del 2011 (contenuti nell’album The Devil’s Walk): una conferma del fatto che Martone abbia operato un’accurata selezione musicale sondando terreni tutt’altro che ovvi, al posto di appoggiarsi ad una colonna sonora di contorno senza alcuna velleità. Anche in questo caso l’audacia è stata premiata.

Giorgio Mazzola

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