GENTE COMUNE

Titolo originale: Ordinary People

Regia: Robert Redford

Sceneggiatura: Alvin Sargent

Anno: 1980

Durata: 124′

Produzione: USA

Fotografia: John Bailey

Montaggio: Jeff Kanew

Scenografia: Philip Bennet, J. Michael Riva.

Costumi: Bernie Pollack

Colonna sonora: Marvin Hamlisch, Johann Pachelbel

Interpreti: Donald Sutherland, Mary Tyler Moore, Timothy Hutton, Judd Hirsch.

TRAMA

Sconvolto dalla morte accidentale del fratello Buck, il giovane Conrad Jerrett tenta il suicidio. Dopo il ricovero in un ospedale psichiatrico, il ragazzo continua a sentirsi responsabile per la tragedia e non riesce a reintegrarsi nella vita quotidiana. Il padre Calvin cerca di aiutarlo, mentre la madre Beth non è in grado di fornirgli l’affetto di cui ha bisogno. Cruciale sarà il ruolo del dottor Berger, lo psichiatra che lo prenderà in cura.

RECENSIONE

duzzo 1

Redford, al suo esordio come regista, imbandisce la tavola cinematografica con un piatto senza troppe pretese, casereccio (nel senso più intimo e familiare del termine), ma genuino nella sua semplicità. Quello che ci propone non è niente di straordinario, è, anzi, qualcosa di “ordinario”, già dal titolo. E’ proprio questa l’intenzione di fondo: mettere a nudo una realtà, quella psicologica, che permea silenziosamente ma radicalmente anche la nostra vita quotidiana, facendolo nel modo più fresco e meno presuntuoso possibile.

Che ci sia riuscito pienamente rimane comunque opinabile, ma il regista è davvero in grado di accostare garbatamente una serie di quadri sintomatologici coerenti ed accurati con il profondo senso di tenerezza che riempe tutto il film.

duzzo 2

La trama è semplicissima, lineare, e l’intera pellicola è essenzialmente riassumibile come la vicenda psicologica di una famiglia, parallela al decorso della patologia psichiatrica del figlio. E’ sul meccanismo emotivo sottostante a questa storia che Redford interloquisce con lo spettatore e i suoi sentimenti, mostrandogli tutti quanti gli ingranaggi-personaggi coinvolti. Noi infatti vediamo -e sentiamo- tutto il disagio di Conrad; ci viene mostrata la patologia depressiva e post-traumatica manifestarsi anche e soprattutto nelle relazioni con gli altri e non possiamo fare a meno di assecondare questa immersione nella sensibilità del ragazzo, prima, e di tutti gli altri personaggi, poi.

Il padre Calvin, capace di mettersi totalmente in discussione per amore del figlio, è davvero riuscitissimo ed è reso perfettamente da Sutherland, forse il più capace fra tutti gli attori sullo schermo. Il confronto con la madre, poi, anaffettiva, al limite dell’alessitimia nel suo rapporto col figlio superstite, è drammaticamente autentico.

duzzo 3

Il giro sull’ottovolante empatico, tuttavia, dura poco e il dottor Berger rappresenta molto più un provvidenziale deus ex machina, funzionale a salvare una narrazione altrimenti vuota, piuttosto che un personaggio davvero credibile. Le sedute servono a scandire il progredire della storia ma non riescono a mostrarci una vera e propria maturazione di Conrad, condite da uno psicologismo spiccio, non banale, ma nemmeno profondo quanto vorremmo.

Riusciamo comunque a toccare la sensibilità di tutti gli attori, ma non arriviamo mai a farla totalmente nostra. Quando il film finisce, però, la sensazione è quella di aver partecipato a qualcosa di innocentemente bello. Forse è proprio questo che ha voluto Redford: non mostrare una storia incredibile, ma mostrare la forza di una storia comune nella sua dignitosa autenticità.

Voto: 7

Davide “Duzzo” Fedeli

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