LEI

Titolo Originale: Her

Regia: Spike Jonze

Soggetto: Spike Jonze

Sceneggiatura: Spike Jonze

Anno: 2013

Durata: 126’

Produzione: Spike Jonze

Paese di produzione: Stati Uniti

Fotografia: Hoyte Van Hoytema

Montaggio: Jeff Buchanan, Eric Zumbrunnen

Scenografia: Austin Gorg

Costumi: Casey Storm

Colonna sonora: Arcade Fire

Interpreti: Joaquin Phoenix, Amy Adams, Scarlett Johansson (voce)

TRAMA

Nella Los Angeles di un futuro non lontano, Theodore lavora in un’agenzia scrivendo lettere personali per conto di altre persone; lasciato dalla moglie, non riesce a rifarsi una vita, finché non inizia una relazione sentimentale con un sistema informatico di nuova generazione.

RECENSIONE

Achille e la tartaruga

È storia recente la notizia del (presunto) superamento del famoso test di Turing, accolto con vertigine ed entusiasmo dal pubblico – non solo accademico e scientifico – di un’umanità alla continua e confusa ricerca di tracce che lo proiettino in un futuro (prossimo) in cui reinventare se stessi. Molto e troppo si potrebbe discutere dell’assottigliamento di quella distanza fra umano e artificiale che potrebbe rimanere sempre infinita quanto uno dei passi della tartaruga di Zenone. Troppo potremmo filosofeggiare sull’esigenza dei sogni umani di confrontarsi con un limite da superare, in rapporto a un altro da sé, un’alterità, un altrove. Her ci salva da questo rischio, perché la questione dell’artificiale non rappresenta il nucleo del film di Spike Jonze, ma è solo lo strumento concettuale attraverso il quale discutere, ancora una volta, dell’amore e della solitudine umana. Con sollievo possiamo riporre nel cassetto il nostro voluminoso Hofstadter o i confronti con i vari Electric Dreams (1984) o Be Right Back della serie Black Mirror. Pur trattando dell’”amore ai tempi del virtuale”, la dimensione autentica di Her non è quella della fantascienza. Il futuro disegnato da Spike Jonze attraverso i suoi colori pastello non tende al surreale ma all’iper-reale, non a una sovversione del presente ma a una sua saturazione. Il primato della tecnologia non viene urlato o esagerato ma è lo sfondo che, emergendo nei dettagli, conferisce originalità a quella che ha la struttura di una normale storia d’amore.

Her 3

 A Love Story?

Her comincia come una favola dal sapore dolceamaro in cui tutti gli elementi concorrono a far immergere e immedesimare nella storia: la fluidità della narrazione, le musiche avvolgenti, la raffinatezza della regia, la voce di Scarlett Johansson (talmente vivida da rappresentare essa stessa una presenza concreta) e gli occhioni azzurri di Theodore (magnificamente interpretato da un Joaquin Phoenix in grado di reggere da solo la scena per 120 minuti). Il protagonista e l’ambiente che lo circonda sembrano inizialmente rappresentati in reciproca opposizione. Nell’epoca delle macchine umane troppo umane è stato sottratto all’uomo il tempo della comunicazione, quel tempo che lo ha fatto entrare nella storia creando la storia stessa: più che l’avvicinamento dell’artificiale all’umano è accaduto il contrario. Theodore, abbandonato dalla moglie, dedica interamente le sue giornate a un’occupazione d’ufficio paradossale, che consiste nello scrivere lettere personali o intime per conto di altre persone; attraverso il suo lavoro sembra l’unico capace di donare autenticità alle relazioni umane ormai anestetizzate. Quando conosce Samantha, però, la figura stessa di Theodore rivela progressivamente la sua ambiguità, facendo emergere alcuni lati del suo carattere legati all’incapacità di affrontare la realtà, nella sua quotidianità e consistenza. Proprio nel momento in cui Lei cerca un corpo e una carne come medium alla propria virtualità, la relazione rivela la propria natura: per Theodore Samantha non rappresenta altro che uno strumento perfettamente controllabile (in apparenza) al punto da generare dipendenza. Presentato come favola romantica che tenta di dare sostanza all’amore togliendogli carne e materia – la locandina sottotitola “A Spike Jonze Love Story” –, Her si rovescia nel suo opposto, ossia in una rappresentazione drammatica dello svuotamento dei rapporti umani, che diventano riflesso o estensione di sé sfociando nella massima solitudine. L’amore come simulacro.

Her 2

Voto: 8

Patrick Martinotta

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