NOAH

Regia: Darren Aronofsky

Soggetto: Genesi

Sceneggiatura: Darren Aronofsky, Ari Handel

Anno: 2014

Durata: 138’

Produzione: Stati Uniti d’America

Fotografia: Matthew Libatique

Montaggio: Andrew Weisblum

Scenografia: Mark Friedberg

Costumi: Michael Wikinson

Colonna sonora: Clint Mansell

Interpreti: Russell Crowe, Emma Watson, Douglas Booth, Anthony Hopkins, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Logan Lerman.

TRAMA

Noè è l’uomo prescelto da Dio per affrontare una missione di salvezza, prima che un diluvio apocalittico distrugga il mondo.

RECENSIONI

Il buon esito di un progetto complesso e rischioso come quello di Noah si gioca, in primo luogo, sul delicato equilibrio fra fedeltà e invenzione. La potenza del dispositivo cinematografico e i mezzi forniti dall’industria hollywoodiana offrirebbero ad Arranofsky l’opportunità di accostarsi alla vicenda biblica per sfruttarne la molteplicità delle sue dimensioni di senso, ma il risultato è sembrato piuttosto deludente.

Noah

Dal punto di vista espressivo si sarebbe dovuto puntare maggiormente sulla spettacolarità del diluvio, che è l’elemento narrativo portante, eppure la sezione dedicatavi è brevissima – specie se rapportata alla durata del film – e si consuma troppo velocemente, lasciando inappagate le aspettative generate dal climax della prima parte. La stessa debolezza si può notare in altre scene potenzialmente suggestive, come il risibile imbarco degli animali sull’Arca o le scene di violenza e combattimento che sembrano uscite da un videogame.

Dal punto di vista simbolico l’approccio sembra essere volontariamente didascalico e alterna ambiguamente conformità alla lettera biblica – al punto che si sarebbe potuto evitare di raccontare alcuni passi universalmente noti, come, paradossalmente, il finale! – e sua variazione. La dimensione inventiva funziona in modo meramente combinatorio, tramite richiami banali o risibili al peccato originale, a Caino e Abele e alla ribellione degli angeli tramutati in mesti mostri di pietra (chiamati a costruire l’arca, perdendo così il senso di un altro importante elemento del mito biblico, cioè la redenzione dell’uomo tramite la fatica del lavoro), generando un miscuglio mal amalgamato di religione e fantasy.

Noah 3

Superficiale in quanto film d’autore e poco convincente in quanto kolossal, nel suo complesso Noah è un film godibile, nonostante la durata eccessiva, ma che presenta ingenuità e goffaggini imperdonabili, smarrendosi nel tentativo di snaturare l’ambiguità di un racconto mitico forzandolo entro una struttura narrativa a tutti i costi lineare e compiuta. Il risultato sembra lo sviluppo di una traccia mitica in un contesto fantasy, senza la coerenza di un universo fantastico ben strutturato, per il quale vengono combinati creazionismo, apocalisse, evoluzione darwiniana e persino un moralismo di stampo ambientalista-vegetariano. La scelta registica forte di Arranofsky è indagare il conflitto fra uomo e divino (quindi fra amore terrestre e obbedienza a Dio, fra sentimento e dovere, ecc.) appiattendo il discorso a livello simbolico-teologico per approfondirne la tensione interamente sul versante psicologico. Il simbolo dell’Arca si presterebbe a una simile interpretazione del testo biblico, in quanto tradizionalmente associata all’animo dell’uomo per rappresentare le passioni che lo scuotono nel mare tempestoso dell’esistenza; in tal senso, in modo sempre più forzoso e forse grossolano, la stessa presenza clandestina sull’Arca di Tubal-Cain potrebbe ergersi a simbolo della tentazione che alberga nel cuore dell’uomo. L’immagine più esplicativa rispetto a queste considerazioni è l’inquadratura della prima goccia di pioggia che – sempliciotto richiamo tra macrocosmo e microcosmo – precipitando dal cielo colpisce proprio il protagonista; quasi a volerci ricordare che il titolo del film non cita L’Arca, ma soltanto Noah.

Noah 2Annotazioni finali: 1) gli antiestetici caratteri dei titoli di testa sono un pessimo modo di inaugurare il film; 2) per rendere la distanza temporale, i personaggi vengono vestiti in stile Ambercrombie e parlano con un linguaggio piuttosto buffo; 3) la presenza sull’Arca di Tubal-Cain, lungi da ogni speculazione metafisica, potrebbe avere un unico scopo, ossia fornire una spiegazione scientifica all’estinzione di alcune specie animali note all’antichità (come non pensare all’unicorno), prima di essere destinate alle fauci dell’ingordo clandestino; 4) Matusalemme non è un profeta ma uno stregone saggio e dal sorriso sornione, naturalmente interpretato dal solito Hopkins, grande attore ormai rassegnato a interpretare la compiaciuta maschera di se stesso.

Voto: 5,5

Patrick Martinotta

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